Scuola Medica Salernitana (Antonella Giroldini)

Vuole un’antica leggenda che l’ars medica salernitana sia nata dall’incontro tra quattro maestri, Helinus, Adela, Pontus e Salernus,  un ebreo, un arabo, un greco e un salernitano. Dall’unione  dei loro saperi avrebbe avuto origine quella scuola la cui fama avrebbe travalicato i confini del paese.
La fusione di elementi del mondo antico, bizantino ed islamico che la leggenda sottolinea, è alla base di quel sincretismo culturale  che caratterizzò il Mezzogiorno d’Italia durante il Medioevo e che produsse  a  Salerno – importante centro di scambi commerciali nel cuore del Mediterraneo e capitale del principato longobardo – esiti culturali ed artistici originali e raffinati.

Favorita  dalla presenza  di una forte tradizione monastica, la cultura scientifica salernitana  deve molto della sua evoluzione al rinnovamento culturale legato al monachesimo benedettino, che ebbe a Montecassino il suo centro propulsore e a Salerno la più alta espressione nell’abbazia di  S.Benedetto .
Nelle infermerie dei conventi, come sanciva  la Regola di S. Benedetto, venivano curati e soccorsi guerrieri e pellegrini, mentre nel giardino dei semplici si coltivavano le erbe con cui   sapientemente  si confezionavano i medicamenti.

Se pur in assenza di conferme documentarie, appare  inoltre probabile l’esistenza di uno scriptorium presso l’abbazia di S. Benedetto, che conferma il ruolo  fondamentale  dei monasteri anche per la trasmissione dei testi scientifici.

Molti  medici  furono monaci e chierici, ma la componente laica ebbe anche un ruolo determinante nella definizione dell’arte medica salernitana: a gestione laica  era  l’ospedale di S. Biagio, fondato a Salerno nel 1138 presso la chiesa di S. Giovanni extra Moenia.

Al secolo XI risalgono le prime tracce di letteratura medica, pervenute in raccolte  di scritti di terapia e patologia strettamente collegati alla tradizione classica e tardoantica:  i presupposti teorici si fondano sulle  teorie di Ippocrate e Galeno che considerano la malattia come uno squilibrio operante all’interno del corpo umano tra i quattro umori in esso presenti: sangue, bile, flemma (secrezioni delle fosse nasali ritenute provenienti dal cervello) e atrabile o bile nera ritenuta proveniente dalla milza) e sullo studio di alcuni trattati pratici e farmacologici.

A questo periodo appartiene l’opera di Alfano (1010-1085), abate di San Benedetto e poi vescovo di Salerno. Grecista e latinista, come ogni prelato del suo tempo, tradusse in latino dal greco opere di medicina e fu  egli stesso autore di  trattati medici: De quattuor umoribus, un lavoro clinico terapeutico sulle alterazioni degli umori, sulla sintomatologia, sulle terapie e sullo studio dei semplici vegetali, e De pulsibus, ripreso dagli scritti di Galeno.

Suoi contemporanei furono Garioponto , Petroncello e Trotula , la più nota delle donne che esercitavano la medicina a Salerno, autrice di un  famoso trattato sulle malattie delle donne:  De mulierum passionibus ante et post partum in cui ogni aspetto della vita femminile viene attentamente preso in considerazione. Suo anche un trattato di cosmetica “De ornatu” in cui  è prodiga di consigli utili ad esaltare la bellezza o a mascherare sapientemente piccoli difetti con unguenti, balsami, profumi e tinture ricavati dal mondo vegetale.

Nei secoli XII XIII, con il diffondersi dei testi arabi tradotti da Costantino l’Africano , l’incremento degli scambi commerciali con la Spagna, l’Africa e la Terrasanta e la diffusa pratica medica incrementata anche dai pellegrini e dai feriti reduci dalle Crociate, il fulgore della scuola di Salerno toccò il punto culminante. La produzione scientifica raggiunse la massima sintesi e originalità nelle opere di terapia e diagnostica di numerosi maestri, tra cui
Bartolomeo, Cofone, maestro Salerno, Giovanni Afflacio, Arnaldo da Villanova, Niccolò Salernitano, Giovanni Plateario

L’abitudine all’osservazione dei sintomi nell’individuazione dello stato patologico diede luogo ad una fiorente produzione di studi sull’analisi delle urine.
Maestri quali Mauro di Salerno, Ursone, Egidio di Corbeil dedicarono importanti trattati all’indagine uroscopica.

Particolare sviluppo ebbe la farmacologia che si avvaleva essenzialmente dei semplici vegetali. Nascono trattati in cui le erbe vengono scientificamente indagate e classificate in base alla loro proprietà medicamentose, diversamente combinate  e dosate secondo le varie applicazione terapeutiche.

L’opera  fondamentale della botanica  medicinale  medioevale è il “Circa Instans,” attribuita al maestro salernitano Matteo Plateario, sulla cui esperienza si collocheranno nel secolo successivo le Pandectae Medicinae  di Matteo Silvatico

Anche la chirurgia, in quest’epoca, comincia a rientrare nelle pratiche dei medici di Salerno: Ruggero da Frugardo, e Bruno da Longobucco e Benvenuto Grafeo , furono i primi autori che se ne occuparono in maniera sistematica. Vero vanto della Scuola di Salerno fu poi la medicina e chirurgia oculistica, branca di derivazione araba, di cui fu esponente di spicco .

Gli insegnamenti della Scuola hanno avuto grande diffusione grazie al Regimen Sanitatis Salernitanum .
Scritto in versi in modo da poter essere ricordato facilmente, contiene rimedi e consigli per preservare la salute uniformando la condotta di vita ai ritmi naturali del proprio ambiente e del proprio organismo: dieta, passeggiate, riposo e moderazione.

E’ un’opera collettiva, anonima, risultato della consuetudine popolare, raccolta e commentata nel secolo XIII dal medico  catalano Arnaldo da Villanova. Si presume che i primi versi siano stati scritti intorno al X secolo e il genere è quello dei tacuina sanitatis, opere a carattere enciclopedico, in cui accanto all’illustrazione degli elementi della natura, vi è quella degli alimenti, degli stati d’animo e delle stagioni, allo scopo di salvaguardare la salute mantenendo un perfetto equilibrio tra uomo e natura.

Il nucleo originale andò  accrescendosi negli anni, tanto che i 362 versi della prima edizione a stampa del 1479 diventarono circa 3520 nelle ultime edizioni. Il poema a volte viene dedicato a un Anglorum Regi, forse Roberto di Normandia, altre volte ad un Francorum Regi, dediche che se autentiche, tenderebbero a definire la sua esatta datazione. In realtà queste sono di molto successive alla sua origine.

La Summa dell’insegnamento salernitano è condensata nei versi che suggeriscono un tipo di vita  igienica e tranquilla:

“…se vuoi star bene, se vuoi vivere sano,
scaccia i gravi pensieri,l’adirarti ritieni dannoso.
Bevi poco, mangia sobriamente;
non ti sia inutile l’alzarti dopo pranzo;
fuggi il sonno del meriggio;
non trattenere l’urina, né comprimere a lungo il ventre;
se questi precetti fedelmente osserverai, tu lungo tempo vivrai.
Se ti mancano i medici, siano per te medici
queste tre cose: l’animo lieto, la quiete e la moderata
dieta…”

Evoluzione istituzionale

Inizialmente i medici devono aver lavorato con i loro allievi in propri laboratori e solo in un secondo momento essi si devono essere riuniti in corporazione, dando origine alla Scuola Medica Salernitana.
Nel XI secolo si trovano infatti a Salerno libere associazioni di maestri e di studenti per l’apprendimento teorico-pratico, della medicina.
Il primo documento in cui la Scuola Medica Salernitana viene codificata e definita  con un curriculum e programmi di studi è  nelle  Costituzioni di Melfi   emanate da Federico II nel 1231.
Nel 1252 la scuola ricevette da Corrado II di Svevia la qualifica ufficiale di Studium e nel 1280  Carlo II d’Angiò approvò il primo statuto in cui la Scuola veniva riconosciuta come Studium generale in medicina.

Lo sviluppo istituzionale della Scuola seguì, tuttavia, un percorso inverso all’evoluzione scientifica: a partire dal secolo XIV, allorquando il centro del potere e dell’elaborazione culturale si spostò dal Mediterraneo al cuore dell’Europa, la Scuola Salernitana perse definitivamente la sua funzione trainante, di grande richiamo internazionale,  per rientrare in una storia di ambito locale.
Tuttavia la Scuola svolse la sua attività per numerosi secoli, attraverso alterne vicende.
Nel XVI secolo allo Studium si affiancò il Collegium Doctorum ,  una corporazione organizzata di dottori, con a capo un Priore che aveva la facoltà di conferire lauree in Filosofia e Medicina.

La Scuola cessò la sua attività nel 1811 allorquando, con la riorganizzazione dell’istruzione pubblica del Regno, Gioacchino Murat attribuì esclusivamente all’Università di Napoli la facoltà di conferire lauree.

Lisbona… città poetica ( Antonella Giroldini)

Adagiata tra le ripide colline che dominano il Rio Tejo, Lisbona offre innumerevoli motivi d’interesse, ma con la metà della confusione delle altre capitali europee. Visitatele sue cattedrali gotiche, gli imponenti monasterie i pittoreschi musei, ma non dimenticate che la sua vera attrattiva è andare alla sua scoperta senza meta  tra stretti vicoli e incantevoli stradine.

Mentre gialli percorrono le tortuose strade fiancheggiate da alberi, i lisboetas passeggiano tra gli antichi quartieri come fanno da secoli. Nella parte vecchia dell’Alfama ci si scambia pettegolezzi nei bagni pubblici o nei piccoli ristoranti all’aperto davanti a un bicchiere di vino, o una fetta di pane fresco, mentre i fadistas si esibiscono in sottofondo.

Nel frattempo, in altre parti della città i turisti o la gente del posto inseguono i fantasmi di Pessoa nei caffè dalle luci soffuse inaugurati intorno agli anni ’30 o camminano sul lungomare che vide i festeggiamenti per il ritorno di Vasco da Gama.

Nelle strette stradine del Bairro Alto si incontrano dozzine di bar e ristoranti, l’aria vibra di jazz, regae ed elettronica.

Tra le cose da non perdere: una passeggiata tra le strette vie dell’Alfama, le feste di strada nel Bairro Alto, i paradisiaci pasteis di Belem, in uno dei numerosi caffè pieni di atmosfera, un giro sul tram 28, la regale decadenza del Mosteiro dos Jeronimos, i magnifici castelli e le dolci e boscose colline di Sintra.

Passignano al Trasimeno (Antonella Giroldini)

L’antico ” Passum Jani” (Oasi di Giano) domina del Trasimeno. Dalle rive del lago , attraverso un intrigo di viuzze tra le case quattrocentesche del nucleo più antico, si giunge alle torri della parte alta, tra cui spicca la trecentesca torre di Ponente, triangolare. L’atmosfera d’altri tempi del borgo antico viene alterata quando nel 1923 si insedia la Società aeronautica italiana (idrovolanti) convertita successivamente in cantiere navale. Con la crisi delle attività industriali , l’attenzione si è concentrata sul turismo , e il fatto che Passignano sia diventato sede del servizio provinciale di navigazione non può che aiutare questo aspetto dell’economia. Dalla nuova parrocchiale si entra nel centro storico per raggiungere la cinquecentesca chiesa di S. Rocco, di forme rinascimentali e dall’insolito doppio portale.

In cima al paese si arriva alla Rocca con le sue imponenti vestigia.

MANGUE SECO (Antonella Giroldini)

Contornato da dune e dalle palme dei cocchi, il piccolo villaggio che si trova al confine tra la Bahia e il Sergipe è diventato famoso per aver fatto da scenario ad una nota novella brasiliana basata su un libro di Jorge Amado. Situato vicino alla foce del fiume Real, si trova incastonato tra una spiaggia di acqua dolce e le onde dell’oceano. A causa della scarsità delle sue infrastrutture, Mangue Seco viene di solito visitato in giornata partendo da da Aracaju, dalla Costa do Sauipe e da Praia do Forte. Chi decide di rimanere nel villaggio per qualche giorno può però assaporarne l’irripetibile atmosfera al tramonto garantita da pousadas e ristoranti situati sulla riva del fiume nonchè godersi le sterminate spiagge che si affacciano sull’oceano quando ancora la folla delle gite giornaliere non è arrivata. Per raggiungere le spiagge si devono attraversare delle sorprendenti dune di sabbia bianchissima. Tipiche sono le gite in buggy sulle dune, anche solo per raggiungere le spiagge che si affacciano sull’oceano.

COME ARRIVARE

Per arrivare a Mangue Seco, è necessario attraversare il fiume Real. Le imbarcazioni partono da Pontal nel Sergipe. Vi si arriva, provenendo da sud, conclusa la Linha Verde, seguendo la SE-368 (continuazione della linea verde), e seguendo le indicazioni per Pontal.

Proveniendo da nord la città più vicina, situata sulla BR 101, è Estancia. Dalla BR 101, deve prendersi la SE-368 e seguire le indicazioni per Pontal. Si lascia l’auto in un parcheggio e si aspetta una delle barche che attraversa il fiume (il costo dipende dal numero dei passeggeri della barca; il passaggio nel suo complesso costa R$ 80 e va diviso tra i passeggeri – sino a cinque – la traversata dura quindici minuti).

Posticciola (Antonella Giroldini)

Sorge nei pressi dell’area archeologica dell’antica città Trebula Mutuesca (oggi Monteleone Sabino) e potrebbe costituirne il nucleo originario pre-romano; questa ipotesi è supportata dai numerosi resti architettonici romani nella zona, visibili dalle strade cittadine più esterne sulle pendici dei monti limitrofi, e simboleggiate dall’antico Ponte romano, detto Ponte vecchio, raggiungibile con una breve passeggiata scendendo dal paese. Anticamente stazione di posta e luogo di transito della transumanza, conserva bene l’impianto di paese medievale sabino.

La prima testimonianza storica del paese risale all’898, ma l’attuale nome sembra di origine più recente: ne abbiamo nota nel 1844 e sembra derivare dall’unione dei nomi dei due paesi limitrofi Posta e Roccucciola. Della località furono signori la famiglia Brancaleoni poi i Belloni che si estinsero nei Cavalletti che la tennero fino all’eversione della feudalità.

Comune a sé stante fino al 1876, da quell’anno è aggregato al comune di Rocca Sinibalda.

Oltre al già ricordato Ponte vecchio, fuori dall’abitato, il paese conserva un fortilizio, appartenuto alla famiglia Mareri in epoca medievale fino al 1600, con una parentesi in cui appartenne ai Colonna. Il palazzo, in seguito passato di mano in mano sotto il dominio di altri casati fino all’Ottocento, versò quindi in stato di abbandono fino a quando la famiglia Solivetti lo restaurò. Il fortilizio non è visitabile ma compare all’improvviso passeggiando per le strette vie del paese, alcune scavate direttamente nella rocciaLa chiesa di Santa Maria Assunta Immacolata sorge al centro del paese e da lì partono le processioni delle cerimonie religiose. Fino a pochi anni fa conservava un organo del Catarinozzi, una volta appartenente al monastero di S. Agnese di Rieti, e nell’Ottocento regalato alla Chiesa di Posticciola. La Chiesa dal 1824 svolse l’attività di avviamento dei fanciulli ai primi anni di seminario, ma una lapide trovata nel giardino pensile della chiesa, e datata 1644.

Il Castello del Poggio di Guardea (Antonella Giroldini)

Il Castello del Poggio di Guardea, situato sulla sommità del colle che sovrasta l’attuale Guardea, concepito in funzione difensiva, fu costruito nel 1034 su una preesistente rocca bizantina del VII sec.
Edificato dai Normanni, con il restauro cinquecentesco ad opera dell’architetto Antonio da Sangallo il Giovane,il Castello addolcisce le sue forme con lo splendore del portico, dei loggiati e delle scalinate la forza e la solidità delle più antiche mura perimetrali, diventando di forma rettangolare. L’ala sud e quella ovest si sviluppano formando un patio interno: il “piccolo tesoro” del Castello del Poggio.
L’evoluzione del Castello si ferma qui e la sua funzione rimane prevalentemente abitativa ed agricola.

Dentro le mura merlate ci sono sette piccole case e le fondamenta di molte altre dirute, lo circondavano a cerchio nel lato di nord-ovest.
Il castello è composto dalla residenza della Signoria con l’antistante fortezza e le sue mura merlate che racchiudono le abitazioni degli antichi mercenari. La Rocca è divisa dalla fortezza e da una corte interna.
Un terzo cerchio di solidissime mura, chiude tutt’intorno il tratto sud-est ed è interrotto soltanto dal portone d’ingresso. Nelle sue linee architettoniche semplici ed artistiche insieme, rappresenta, per la impareggiabile posizione panoramica, per i pregi di molte rifiniture, per l’eleganza del cortile interno e per molte altre particolari caratteristiche, un “unicum” da annoverare fra le rarità italiane.

Per quanto ci tramanda la storia, il Castello di Guardea è tra i più antichi d’Italia, fu probabilmente fondato come feudo imperiale ma fu successivamente assorbito nel XII secolo dal vicino “Status Alviani” feudo della Chiesa, divenendo l’avamposto chiave per la sua difesa verso i monti che lo separavano da Todi.
Il complesso occupa il crinale di un colle di dimensione molto evidente che domina l’abitato di Guardea con una presenza paesaggistica ed ambientale di ottimo rilievo.

Nel 1981, dopo essere stato in vendita per dieci anni, ridotto in pessime condizioni, fu acquistato nuovamente da privati e restaurato con impegno di molti anni dagli attuali comproprietari, il Dr. Tommasi Aleandro, sua moglie Irene Fabi e il Dr.Marco Pica, insieme all’Architetto Franco Della Rosa.
Per la sua particolare connotazione storico-architettonica il Ministero dei beni Culturali ed Ambientali ha concesso al Castello il vincolo di Monumento Nazionale, in quanto rappresenta un “caratteristico esempio di architettura militare con più difese avanzate spiraliforme, e per l’importanza storica delle vicende che ivi si sono verificate“.

ll Castello del Poggio è segnalato fra le 24 Dimore storiche dell’Umbria da salvare in sede internazionale.
Attualmente, oltre alla funzione abitativa (ospita nove nuclei familiari) è la sede italiana del prestigioso Club di Budapest, importante organismo internazionale che si occupa dello sviluppo della coscienza civile. Inoltre è la sede del Circolo La Rondine, sede territoriale della Legambiente.
Nel 2001, il Comune di Guardea in collaborazione con il Club di Budapest e alcuni artisti eresse, a Guardea, una grande opera scultorea-architettonica, l’Arco della Coscienza Planetaria, simbolo della fratellanza universale.

 

Abbazia di S. Antimo (Antonella Giroldini)

Attraversando un territorio segnato dai vigneti Biondi e Santi, si raggiunge questa straordinaria abbazia benedettina, solitaria tra gli olivi, per tradizione fondata da Carlo Magno. Fiorente nel XII secolo, al 1188 data l’attuale chiesa costruita dai monaci nel sito di una preesistente. In travertino e alabastro, è elegante edificio romanico con influenze francesi e lombarde.

Nella Valle dei Calanchi (Antonella Giroldini)

I calanchi sono delle particolari forme di erosione create dagli agenti atmosferici, in particolare dalle acque pluviali, nelle argille del Pliocene depositate in più riprese dall’oceano, soprattutto attorno a due milioni di anni fa. Osservando la rupe su cui poggia Civita di Bagnoregio si possono notare le diverse stratificazioni geologiche, dal basso verso l’alto troviamo basamenti calcarei e argille sabbiose, su queste poggiano ulteriori sabbie e conglomerati.

Questo territorio di alto valore naturalistico, denominato Forre della Teverina, è compreso nei Comuni di Bagnoregio, Castiglione in Teverina, Celleno, Civitella d’Agliano, Graffignano e Lubriano. In esso sono presenti notevoli testimonianze del periodo etrusco. Un’escursione di 12 km per oltre 550 metri di dislivello, di difficoltà impegnativa, attraversando la Valle dei Calanchi da Lubriano a Civita di Bagnoregio.

 

CAPENA (Antonella Giroldini)

 

L’attuale città di Capena che si differenzia dall’antica Capena sul colle della Civitucola, ha anch’essa origini molto antiche. Il suo nucleo primitivo che attualmente viene chiamato in parte “la Rocca” e in parte “Paraterra” è costituito da un imponente tallone di tufo, con pareti molto scoscese. Il luogo ha una storia particolare: esso infatti non è stato abitato in modo continuativo ma, come è avvenuto anche in altri paesi arroccati, era frequentato nei periodi di insicurezza (guerre, invasioni), proprio grazie alle sue difese naturali, mentre durante epoche di pace e tranquillità era meno abitato. Le tracce della sua frequentazione risalgono addirittura alla Preistoria: si trovano infatti testimonianze e tracce di vita a Paraterra e lungo le pareti dello sperone. Questo è chiaramente dovuto alla conformazione del luogo che offriva grotte per abitazione, numerosi corsi d’acqua nella valle e molta fauna. Si hanno tracce del periodo romano in un Colombario situato sulla parete di tufo a picco, a Sud-Ovest, in località Paraterra.

Attorno al nucleo medioevale si sviluppò la parte Rinascimentale, con la sistemazione della Rocca dove furono aperte due piazzette e fu costruita una chiesa, ora diroccata, dedicata a S. Michele Arcangelo, di cui si conserva l’elegante portale di marmo con un’iscrizione sull’architrave che riporta anche la data di costruzione, 1477: “MCCCLXXVII – T(empore) – SIXTI PP IIII”. Nella chiesa si trovavano molti affreschi di cui non ne rimangono adesso che poche tracce. Testimonianze di rifacimenti negli ambienti sottostanti la chiesa consistono nell’apertura di finestre, su una delle quali si nota la data di tali lavori: 1642. Durante questo periodo fu ampliato e sistemato il poderoso Palazzo dei Monaci.

Bomarzo (Antonella Giroldini)

Il piccolo borgo sorge su uno sperone tufaceo, raccolto intorno al palazzo Orsini che strapiomba sull’avvallamento in fondo al quale si trova il parco dei mostri di Bomarzo. In uno degli antichi magazzini del palazzo si trova il Museo delle sculture che espone più di cento sculture iperspaziali di Attilio Pirelli, realizzate dal 1960 in poi.

Il Duomo risale nella costruzione attuale al XVI secolo e custodisce un sarcofago paleocristiano e affreschi cinquecenteschi di impronta fiorentina.