FORTE MICHELANGELO -CIVITAVECCHIA (Antonella Giroldini)

La costruzione, uno dei più insigni edifici militari di epoca rinascimentale , è a pianta rettangolare , delimitata dai quattro torrioni cilindrici angolari di S. Ferma, S. Sebastiano, S. Giovanni e S. Colombano con maschio ottagonale alto m 23. Fu iniziato per ordine di Giulio II della Rovere , che intendeva  mettere al sicuro il porto cittadino dalle incursioni di pirati , e primo direttore dei lavori fu Bramante nel 1508, seguito da Antonio da Sangallo il Giovane e infine nel 1535 da Sangallo il Giovane e infine nel 1535 da Michelangelo. Molto bello anche l’ampio cortile interno, con fronti decorate.

 

Anghiari (Antonella Giroldini)

Bandiera Arancione del TCI, il borgo medievale della Val Tiberina Toscana fu definitivamente consacrato alleato e testimone della civiltà fiorentina nel 1440, in seguito alla famosa battaglia vinta sulle milizie viscontee. Edifici medievali e palazzi rinascimentali  si affacciano sui ripidi vicoli  e sulle piazzette del centro.

 

MOSTRA AL CHIOSTRO DEL BRAMANTE … LOVE (Antonella Giroldini)

Dal 29 settembre 2016 al 19 febbraio 2017 il Chiostro del Bramante di Roma ospita LOVE. L’arte contemporanea incontra l’amore, a cura di Danilo Eccher.

Il Chiostro del Bramante festeggia i suoi 20 anni di attività con una mostra dal carattere internazionale.

Una novità assoluta e imperdibile nel panorama delle proposte culturali capitoline degli ultimi anni che si candida a riportare la città di Roma in linea agli stessi livelli delle più stimate realtà espositive internazionali. Per la prima volta saranno riuniti tra i più importanti artisti dell’arte contemporanea, come Yayoi Kusama, Tom Wesselmann, Andy Warhol, Robert Indiana, Gilbert & George, Francesco Vezzoli, Tracey Emin, Marc Quinn, Francesco Clemente e Joana Vasconcelos, con opere dai linguaggi fortemente esperienziali (All the Eternal Love I Have for the Pumpkins della Kusama tra le più instagrammate al mondo) e adatte a coinvolgere il pubblico attraverso molteplici sollecitazioni.

La mostra è una rassegna unica che esibisce le svariate sfaccettature dell’Amore, il cui percorso inizia proprio con l’opera Love (1966-1999), un quadrato di lettere che Robert Indiana ha tracciato agli inizi degli anni Sessanta e che da allora continua a rappresentare l’icona più forte e suggestiva di un’immagine che si fa parola, che invade lo spazio, che espone l’essenza dell’arte stessa.

Amore è anche il mettersi in gioco in prima persona, la scelta estrema fra ammirare e partecipare, la necessità, ancor prima del piacere, di esserci nell’opera e non più guardarla da fuori. È ciò che Yayoi Kusama chiede a chi “entra” nella sua ultimissima Infinity Mirrored room, All the Eternal Love I Have for the Pumpkins (2016), dove lo spazio è ripetuto all’infinito in un caotico gioco di specchi nel quale bisogna immergersi, abbandonarsi, respirare la solitudine. Sono i confini tra uomo e mondo, tra verità e incanto che crollano nell’attimo in cui si chiude la porta dell’Infinity room e allucinati paesaggi di zucche restituiscono il mistero di atmosfere mentali, sogni psichedelici nei quali le dimensioni si falsano, le prospettive si capovolgono, gli oggetti e i personaggi si confondono.

Essenzialità stilistica e centralità assoluta dell’immagine sono poi protagoniste di Smoker #3 (3-D) del 2003 di Tom Wesselmann: un’immagine volutamente stereotipata e commerciale, dettata dalla cultura di massa che impone la propria grammatica, il proprio vocabolario che va a scardinare l’ordine sociale delle immagini attraverso un amore pop e coraggioso, che non teme di sfiorare anche la seduzione e l’erotismo.

Infido e paludoso è il terreno sul quale fluttuano gli acquarelli di Francesco Clemente: i suoi lavori respirano gli aromi delle spezie orientali e presentano infiniti volti, come Androgyne Selfportrait III (2005), dove sorriso e dolore convivono, dove la vita e la morte si abbracciano indissolubilmente. In queste immagini l’amore si riconosce in tutta la sua ambiguità, si riflette su una piccola barca alla deriva prima di affondare e alzare dal proprio cuore il simbolo della resa, come nell’opera Surrender (2015).

Allo stesso universo turbolento appartiene l’opera di Marc Quinn con le sue rappresentazioni vittoriose di una natura felice, colorati mazzi di fiori e quel tripudio abbagliante di luci che allontana il sospetto del male ma che lascia spiragli al biancore gelido della fine, del tempo scaduto: sono fiori recisi come in Thor in Nenga del 2009: colori bloccati dalla chimica, natura congelata, è il meraviglioso sorriso della morte che si affaccia, con arabeschi e pennacchi, in tutto il suo trionfo. Sono immagini dell’intensa bellezza dell’amore che custodisce la propria tragedia, la gioia di un sentimento profondo che affoga nelle lacrime di un inganno.

Ma è forse, in assoluto, l’immagine di Marilyn Monroe con One Multicoloured Marilyn (Reversal Series) del 1979-1986 a rappresentare, con più solida suggestione, il complesso ingorgo emotivo dell’amore. Marilyn è il volto stesso dell’amore, ed è naturale che la sua immagine sia diventata la firma di un artista come Andy Warhol: non solo l’icona più riprodotta della contemporaneità, ma un sogno visionario, allucinato di bellezza e disperazione, di eleganza e povertà, di infantile dolcezza e segreta perversione. Un’intera vita contorta e contraddittoria congelata nella santità di un volto, il silenzio di uno sguardo in cui convivono tutte le espressioni, tutti i sentimenti, tutte le immagini possibili.
Video-istallazioni raccontano nel percorso espositivo differenti linguaggi sperimentati da Ragnar Kjartansson, Tracey Moffatt, da Nathalie Djurberg e Hans Berg. L’amore è raccontato nell’ingannevole impianto teatrale di God (2007) di Ragnar Kjartansson e nelle romantiche e storiche scene dei baci cinematografici in Love (2003) di Tracey Moffatt; voci distorte di un mondo oscuro, fiori giganti di cartapesta che alludono a una bellezza inquietante, una struttura teatrale e filmica sono invece i protagonisti dell’opera The Clearing (Pastels and Red and Purple, 2015) di Nathalie Djurberg e Hans Berg.

L’arte e la scrittura raccontano indelebili frammenti di vita attraverso l’intima e luminosa grafia di Tracey Emin con My Forgotten Heart (2015); fragilità e timore si manifestano in tutta la loro evidenza nei corpi torturati e feriti delle sculture femminili di Mark Manders.

Con Francesco Vezzoli il linguaggio scultoreo e quello filmico si accarezzano in un dialogo sottilmente seducente: in Self Portrait as Apollo del Belvedere’s (Lover) del 2011 il silenzio marmoreo della statuaria romana imperiale e la cinematografia lussuosa e barocca alla Luchino Visconti si fondono nel gioco di un amore impossibile ricamato con lacrime, colto in sguardi intensi, profumato da labbra sfiorate.

E ancora un esercizio di equilibrio è quello espresso in Crystal Gaze (2007) da Ursula Mayer e l’algido involucro che avvolge le sue modelle eteree, bellissime e lontanissime, prive di respiro, manichini eleganti dai sentimenti impossibili sul vortice del peccato. Lo stesso feticistico rapporto con la statuaria classica è quello di Vanessa Beecroft che privilegia il corpo reale delle modelle e la fotografia come in VBSS.003.MP (2006). Altro azzardo è compiuto da Gilbert & George che in Metalepsy (2008) sfigurano i loro stessi corpi in un intreccio di immagini e in un gioco in cui è impossibile abdicare al grande sogno identitario di arte e vita.

E, perché l’arte è anche musica, a completare il caleidoscopico quadro di sensazioni Coração Independente Vermelho #3 (PA) [Red Independent Heart #3 (AP)] il gigantesco cuore fatto di posate di plastica rosse di Joana Vasconcelos canta, con la voce di Amalia Rodriguez, l’incanto del fado. Si contrappone così l’armonia della musica alla cantilena della tristezza, l’immagine simbolica dell’amore alla quotidianità ripetitiva raccontata dalle posate di plastica con cui la Vasconcelos rincorre ora gli aspetti più tormentati del simbolo, ora quelli più concettuali della grammatica compositiva.

Atollo di Contoy (Antonella Giroldini)

Un’escursione assolutamente imperdibile per chi soggiorna ad Isla Mujeres è quella nel vicino atollo di Contoy, un’isola definita come un vero e proprio paradiso, un atollo da sogno, un santuario della natura, un luogo in cui la fauna e flora è assolutamente incontaminata, un’atmosfera da sogno, degno dei migliori documentari di National Geographic.

Distante solo 45 minuti da Isla Mujeres, può essere raggiunto in barca o catamarano e prevede un’escursione completa di un intero giorno che include colazione, visite guidate e pranzo a base di pesce sulla spiaggia di Contoy.

Contoy è un’isola speciale, non è possibile pernottare sull’isola, essendo una riserva super protetta, al fine di proteggerla, è permessa la visita di solo 30 persone al giorno, non ci si può addentrare nell’entroterra se non seguendo un percorso stabilito dai pochi biologi che si impegnano costantemente nello studio e protezione dell’habitat dell’isola.

Si tratta di un’occasione unica per visitare le splendide bellezze naturali dell’isola o semplicemente per rilassarsi in una delle zone più incontaminate e paradisiache del mar dei caraibi.

 

MOSTRA LIGABUE A ROMA (Antonella Giroldini)

Attraverso circa 100 lavori, la mostra propone un excursus storico e critico sull’attualità dell’opera di Ligabue che rappresenta oggi una delle figure più interessanti dell’arte del Novecento.

 

 

Dall’11 novembre 2016 al 8 gennaio 2017 le sale del Complesso del Vittoriano – Ala Brasini di Roma accolgono la mostra Antonio Ligabue (1899-1965): un’esposizione interamente dedicata al genio tormentato, originario della Svizzera tedesca, ma che a Gualtieri – sulle rive del Po – visse fino alla morte dopo essere stato espulso dal Paese natale nel 1919. Autodidatta, grazie a una visionarietà e a una capacità di trasfigurazione straordinarie, raggiunse quella dimensione pittorica di espressionista tragica, profondamente umana e intrisa di una sensibilità viscerale che gli valsero la conquista di una propria identità e, dopo fatiche e ostracismi, i riconoscimenti da parte di appassionati e di storici dell’arte.
Attraverso circa 100 lavori , la mostra propone un excursus storico e critico sull’attualità dell’opera di Ligabue che rappresenta oggi una delle figure più interessanti dell’arte del Novecento.
Tra gli olii esposti Carrozza con cavalli e paesaggio svizzero (1956-1957), Tavolo con vaso di fiori (1956) e Gorilla con donna (1957-1958), accanto a sculture in bronzo come Lupo siberiano (1936).
In mostra anche una sezione dedicata alla produzione grafica con disegni e incisioni quali Mammuth (1952- 1962), Sulki (1952-1962) e Autoritratto con berretto da fantino (1962) e una sezione sulla sua incredibile vicenda umana.
Sotto l’egida dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano e con il patrocinio di Roma Capitale e Fondazione Federico II Palermo, la mostra Antonio Ligabue è promossa dalla Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri e dal Comune di Gualtieri, è curata da Sandro Parmiggiani, direttore della stessa Fondazione e da Sergio Negri, presidente del comitato scientifico, con l’organizzazione generale di Arthemisia Group e C.O.R. Creare-organizzare-realizzare.

Poppi (Antonella Giroldini)

Borgo nel cuore del Casentino, in cima a un colle isolato. E’ centro di fondazione medioevale, a lungo sotto le dipendenze dei Conti Guidi che vi eressero alla fine XII il Castello, poi ricostruito nel 1274 e ampliato nel 1291. Suggestivo il cortile delle pareti ricoperte di stemmi gentilizi, con belle scalinate e ballatoi.

UN TUFFO NEL CENOTE (Antonella Giroldini)

Nello Yucatán si trovano spiagge bellissime intorno a Cancún, Playa Del Carmen e Tulum. Se cerchi qualcosa di diverso dalle solite distese assolate pullulanti di bikini, punta sui piccoli specchi d’acqua turchese dove si dice che i maya comunicassero con gli dèi.

In questi luoghi riposti, nuoterai in acque ricche di minerali all’interno di grotte incantate o sotto un cielo contornato di giungla e ti sentirai sospeso nel tempo.

I cenote sono piscine naturali formate dallo sprofondamento del suolo calcareo e spesso sono la porta d’accesso a un mondo sotterraneo di piccoli bacini idrici nascosti. Molti conservano acqua dolce meticolosamente filtrata dal terreno, così pura da poter vedere i pesciolini che pascolano in profondità. Anche i cenote all’aperto hanno acque limpide e spesso vi si trovano alghe ricche di vitamine e sali minerali: balsamo e nutrimento per la pelle. Chi ama le fotografie subacque sarà entusiasta, perché si possono fare scatti di alta qualità.

I maya veneravano i cenote, perché erano una risorsa d’acqua dolce nei periodi di siccità. Infatti, il nome cenote significa ‘pozzo sacro’. Costruivano i loro villaggi intorno ad essi e li consideravano una porta d’accesso per parlare con le divinità. Il loro approccio con i cenote era sempre di grande rispetto. Oggi nuotare in queste acque ha il sapore di un tuffo indietro nel tempo, tra enormi piante tropicali e monumenti capaci di sfidare il cielo con le loro pareti.

Per me non è stato possibile rinunciare a una doccia rinfrescante in queste acque cristalline….

Cenote Yokdzonot, vicino a Chichén Itzá

Non è facile scoprire il Cenote Yokdzonot. La sua fama è oscurata da un altro, più famoso, che s’incontra a 10 minuti d’auto dalla piramide di Chichén Itzá. Le donne maya che si prendono ancora oggi amorevolmente cura del cenote mantengono lo spirito di cooperazione che ha ispirato la nascita del parco. Ogni pietra del sentiero che scende alla piscina è stata posta a mano.

Potresti essere l’unico a nuotare nello Yokdzonot, o al massimo dovrai spartire il momento con pochi fortunati, mentre piccoli pesci guizzeranno sotto di te e un colibrì spiccherà il volo.

Cenote Dos Ojos, vicino a Tulum

Il nome significa ‘due occhi’ e indica le due piscine di questo complesso: una blu e tersa, l’altra scura e caveronosa. Entrambi sono ben tenuti, ma è il cenote scuro il grande protagonista, per la possibilità di fare snorkelling in assenza di luce. Il noleggio dell’attrezzatura da immersione comprende una torcia sufficiente a farti vedere le stalattiti che ti circondano. Può essere molto claustrofobico là sotto, ma è divertente vedere i fasci di luce che penetrano l’acqua tersa. Un’esperienza da abbinare alle suggestive piramidi di Tulum.

Si può fare snorkelling anche nell’altro cenote: mentre guardi l’acqua cristallina, la luce penetra nelle profondità, il tuo corpo si rilassa e il tempo sembra scorrere più lentamente.

Cenote Azul, vicino a Tulum e Playa Del Carmen

Non ci sono attrattive extra né folla al Cenote Azul, solo l’ambiente circostante. Il luogo ha il fascino di un antico parco tematico. Ve ne sono di più grandi e di più intriganti, ma qui avrai lo spettacolo tutto per te.

Dando una sbirciata attraverso le terse acque turchesi, ti renderai conto della fauna tropicale sottostante. Un mondo perfetto per le esplorazioni dei subacquei. Anche i bambini possono divertirsi nuotando nei pressi di una piccola parete di roccia. Chi è meno in forma ha a disposizione piccole vasche, sentieri da percorrere a piedi e posti traquilli per fermarsi a sgranocchiare qualcosa.

Per il trasferimento da Playa Del Carmen o Tulum puoi approfittare di minivan piuttosto convenienti.

Cenote Samulá, vicino a Valladolid e Chichén Itzá

Ecco un ottimo soggetto fotografico, dotato di luci artificiali che illuminano in modo suggestivo le cavità delle grotte. L’ambientazione è perfetta per vivere l’esperienza. Il momento migliore è quando volgi lo sguardo al cielo e vedi le lunghe radici degli alberi che spuntano dal terreno, nel tuo caso dalla sommità della grotta. Questi alberi sfruttano per vivere proprio l’acqua del cenote. La luce del sole filtra dall’ingresso, creando un fascio di luce. Intanto, i pesci gatto nuotano intorno ai tuoi piedi e i pipistrelli volano intorno. Ti sentirai molto umile di fronte a questo spettacolo della natura.

Un sentiero scende verso il cenote attraverso le rocce. L’acqua è così limpida che lascia scorgere ogni cosa in profondità.

Cenote Ponderosa, vicino a Playa Del Carmen

I misteri abbondano al Ponderosa (noto anche come Jardín del Edén): qui i maya facevano sacrifici umani e gettavano nell’acqua offerte d’oro e di giada. Che cosa si muove sott’acqua? Forse sono solo pesci, che emergono dalle cavità sotterranee. Ma chi lo sa… Il cenote è profondo 15 metri. Noleggia l’attrezzatura subacquea e tenta la fortuna in cerca di antichi tesori o di conchiglie fossili.

Il vasto cenote è parzialmente coperto da una parete di roccia ed è in parte delimitato dalla foresta pluviale. Puoi tuffarti dalla sporgenza rocciosa (attenzione a non finire in acque basse) e nuotare verso il laghetto d’acqua dolce per lo snorkeling. Il cenote si trova in fondo a una valle di alberi che trattengono l’umidità. È suggestivo pensare che non molto è cambiato da quando gli antichi venivano qui per comunicare con gli dèi.

Grutas de Loltún, vicino a Chichén Itzá e Tulúm

Non rinunciare a vedere il paese delle meraviglie sotterraneo dei maya solo perché non ami gli spazi angusti o nuotare. Alle Grutas (grotte) puoi godere della vista di un cenote senza bagnarti.

Le Grutas de Loltún sono le più grandi caverne dello Yucatán e consentono di percorrere sentieri spettacolari nel sottosuolo ‘monumentale’. Le guide ti porteranno a visitare cavità che riportano ancora i segni dei disegni realizzati migliaia di anni or sono. Dal soffitto affiorano le radici degli alberi sovrastanti e le stalattiti e stalagmiti formano imponenti colonne.