IL SANTUARIO SANTA MARIA DEL CANNETO (Antonella Giroldini)

Nei pressi del santuario, alle sorgenti del Melfa, nel 1958 furono rinvenuti i resti di un tempio dedicato alla dea Mefite, con monete ed ex voto fittili risalenti al III secolo a.C.
                                                   
Nel 1974, a meno di un chilometro dal centro abitato, in località Casa Firma furono rinvenute alcune sepolture con vasellame e una piccola moneta divisionale, oltre ai resti di un pavimento in mattoncini a spina di pesce: il tutto probabilmente appartenente a una villa rustica romana risalente all’epoca tardo-imperiale.

Il Santuario di Canneto (nome ufficiale Basilica pontificia minore di Maria Santissima di Canneto) sorge nel territorio di Settefrati a 1030 m s.l.m., a circa 10 chilometri di strada carrozzabile dal centro del paese. L’attuale edificio di culto conserva scarsissime testimonianze delle epoche precedenti.

La facciata della Basilica in pietra con ingresso centrale e due entrate laterali. Dinanzi alla facciata si apre un portico con cinque arcate e campate voltate a crociera. Il portone principale è inquadrato dalla cornice del vecchio portale, realizzata durante i restauri del 1857, con un’ epigrafe in latino che documenta quei lavori, posta sull’architrave. La sopraelevazione centrale della facciata è sormontata da un timpano, recante al centro lo stemma della basilica. Il portone principale, realizzato nel 2015 in bronzo, riporta in rilievo la statua della Madonna di Canneto venerata dai pellegrini

La facciata risale agli anni venti del secolo scorso, e tutto il resto del santuario è stato completamente rifatto negli anni settanta, con una linea architettonica che ha dato luogo a molte polemiche circa l’effetto devastante che l’insieme rappresenta per il paesaggio.

Altri interventi (abside e trono marmoreo della Madonna) erano stati effettuati nel secondo dopoguerra. Nel piano sotterraneo del santuario sono conservati pochi elementi architettonici del secolo scorso, tra cui il vecchio portale di ingresso su cui un’iscrizione tramanda la memoria del rifacimento compiuto nel 1857 per la munificenza del re Ferdinando II di Borbone, e una discreta collezione di ex voto.

La statua della Madonna di Canneto

Molto più antica è la statua di legno di tiglio, rivestita più recentemente da un manto di seta ricamato in oro e incoronata con una corona d’oro, anch’essa recente. Il Bambino è tenuto a sinistra. Secondo gli studiosi la statua, che in origine aveva una postura seduta in trono e teneva il Bambino al centro, potrebbe risalire al XII o XIII secolo ed essere inquadrata nell’arte medievale abruzzese.

La proibizione di spostare la statua, sancita dalla leggenda del Capo della Madonna e dell’appesantimento, e quindi dell’espressa volontà della Vergine di non essere allontanata da Canneto, fu interrotta nel 1948, quando fu portata in pellegrinaggio nei paesi disastrati dagli eventi della guerra, quasi a confortare le popolazioni. Una seconda peregrinatio si è avuta nel 2000 in occasione del Giubileo del 2000 e la terza importante dal 27 settembre 2014 al 26 luglio 2015 quando la Vergine Bruna ha attraversato tutte le parrocchie della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo e alcune parrocchie che partecipano al pellegrinaggio del 22 agosto della diocesi di Isernia-Venafro.

Il pellegrinaggio al santuario di Canneto si svolge durante tutta la buona stagione, e tocca il suo culmine ad agosto. Il 18 agosto una riproduzione della statua viene portata in processione da Settefrati al santuario, per tornarvi il 22, sempre processionalmente.

A parte le visite individuali, i fedeli, per antica tradizione, giungono a Canneto organizzati in “compagnie”, precedute dai loro stendardi, più o meno numerose (da poche decine fino a 400 o 500 membri). Provengono dai paesi del Cassinate, del Sorano, della province di Roma, Latina, Caserta, Isernia, L’Aquila. Alcune arrivano a piedi, lungo i sentieri dei monti; di recente il pellegrinaggio a piedi ha conosciuto un certo revival, anche ad opera delle nuove generazioni.

Il pomeriggio del 21 agosto tutte le compagnie presenti sfilano in una grandiosa processione eucaristica che si reca verso le sorgenti del Melfa. Dal 21 pomeriggio comincia il ritorno verso casa: quelle che passano da Settefrati la mattina del 22 sono solite sfilare anche in paese recandosi nella chiesa parrocchiale. In passato i pellegrini compivano nel santuario o nei dintorni diversi rituali, oggi presenti in forma residuale, ma non scomparsi del tutto.

All’arrivo molti usavano fare gli ultimi metri in ginocchio, e quando lasciavano la chiesa camminavano a ritroso per non voltare le spalle alla Vergine. Altre consuetudini erano da una parte la ricerca delle “stellucce” della Madonna alla sorgente di Capodacqua, dove si diceva ci fossero le schegge che l’anello della Signora aveva lasciato a contatto con la roccia, quando aveva fatto sgorgare l’acqua, e dall’altra la “comparanza” che si acquistava immergendosi con i piedi nell’acqua e compiendo alcuni gesti e formule predefiniti e recitando il Pater, Ave, Gloria tenendosi per mano. A questa pratica, a testimonianza di quanto fosse radicata nelle popolazioni, allude in una sua poesia Libero de Libero.  Queste usanze sono in genere documentate dal racconto degli osservatori o dalle disposizioni delle autorità ecclesiastiche che manifestano una certa preoccupazione per gli aspetti superstiziosi e paganeggianti di alcune di esse.

I pellegrini provenienti dall’area sorana associavano la venerazione della Madonna di Canneto con quella di San Domenico di Sora, popolarmente definiti fratello e sorella. Le spoglie di San Domenico, custodite sulla sponda del Fibreno, venivano visitate sulla via del ritorno: questo itinerario è testimoniato anche da una pagina di Cesare Pascarella che sottolinea gli aspetti pittoreschi dell’abbigliamento.

La Valle di Canneto, fitta di boschi prevalentemente di faggio, nella sua parte più alta è zona di riserva integrale del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Rappresenta una propaggine della Valle di Comino incuneata tra i contrafforti del Massiccio del Meta, e costituisce un percorso naturale dall’area laziale del bacino del Liri verso il bacino del Sangro, in Abruzzo, e, attraverso l’altopiano del Meta, verso il bacino del Volturno in Molise.

Questa posizione ottimale come via di transito ha fatto sì che la  valle assumesse fin dall’epoca pre-romana un ruolo importante per la confluenza e gli scambi delle popolazioni di ambedue i versanti dell’Appennino: ruolo accentuato dalla presenza di miniere di ferro il cui sfruttamento, iniziato nell’antichità, è proseguito fino alla metà del XIX secolo.

SETTEFRATI (Antonella Giroldini)

Settefrati e la Valle di Canneto

Sorge su una montagna preappenninica ad Est della Valle di Comino, nel territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Il borgo medioevale, dalla tipica pianta circolare, è dominato da un’alta torre. E’ sorto sui resti di “Vicus”, antico insediamento preromano e deve il suo nome ai monaci benedettini, che vollero così ricordare i sette figli di Santa Felicita uccisi a Roma durante le persecuzioni contro i Cristiani, nel 164 d.C.

L’ampia ed elegante Piazza del Municipio è un importante punto di ritrovo per i cittadini ed i turisti che visitano Settefrati. Sulla Piazza, caratterizzata da selciato in sanpietrini, affacciano la Sede del Comune e la Chiesa di Santo Stefano. Accanto alla Chiesa si sviluppa una bella scalinata che salendo termina davanti ad un maestoso tiglio. Al centro della piazza si apre una fontana costruita in ricordo del miracolo compiuto dalla Madonna del Canneto, apparsa ad una giovane pastorella, che fece sgorgare l’acqua dalla roccia

Le prime popolazioni che in epoca storica stabilirono la loro residenza nel territorio del comune furono quelle Osche e Umbre, ed in particolare i Volsci, Aurunci, Equi e Sanniti che trovarono in alta Valle di Comino un luogo di incontri.

Alla prima epoca storica (V-VI Sec. a.C.) risale il culto della Dea Mefiti ed il Centro religioso presso le sorgenti del Melfa, in Valle di Canneto, con il tempio dedicato alla stessa dea di cui recenti ritrovamenti hanno accettato l’esistenza.

Il primo insediamento abitativo, di cui restano tracce nell’area dell’attuale centro storico, è quello della città di Vicus, la cui origine si fa risalire ad epoca immediatamente successiva alla distruzione, da parte dei romani, cella città di Cominium (in lingua Osca significa “Luogo di incontro”) nel 293 a.C.

Durante il periodo della dominazione di Roma, la Valle di Canneto mantenne il carattere di luogo d’incontro per le popolazioni dell’Alto Sangro e del Basso Lazio, e di cen­tro religioso, come attestato dall’importanza che continua ad avere il Santuario-OracoIo della Dea Mefiti.

Intorno al V sec. d.C. il primitivo nome di Vicus viene sostituito con Settefrati (abbreviazione di Sette Fratelli) e il tempio presso le sorgenti del Melfa passa dal culto pa­gano a quello cristiano della Madonna di Canneto e da al­lora ha sempre mantenuto le caratteristiche di importante centro religioso per le popolazioni del Lazio, Abruzzo, Mo­lise e Campania.

Dopo la dominazione romana subì le invasioni dei Vi­sigoti, il dominio degli Ostrogoti e Longobardi e, fra l’881 e il 916, numerose scorrerie dei Saraceni. Dall’inizio del IV sec. fino al XII, il territorio fece parte come possedimento dell’Abbazia di San Vincenzo e dell’Abbazia di Montecassino, subendo l’influenza e la colonizzazione dei monaci benedettini.

Con l’affievolirsi della potenza dei Benedettini, il terri­torio di Settefrati fu retto feudalmente  da varie famiglie mentre si succedevano nella regione i domini normanno, svevo, angioino, del Regno di Sicilia; a questa epoca risal­gono gran parte dei resti di fortificazioni ancora esistenti sulla rocca di Settefrati.

Nel 1815 il territorio entra a far parte del Regno delle Due Sicilie ed il regime feudale che, si può dire, si man­tenne fino all’avvento del Regno d’Italia, ostacolò il pro­gresso dell’agricoltura; le misere condizioni dei contadini fino all’inizio di questo secolo furono inoltre tali da favorire il brigantaggio.

 Nel XV sec. il centro subì nume­rosi saccheggi e distruzioni da parte di milizie aragonesi.

Nel 1654 un violento terremoto distrusse quasi total­mente l’abitato che fu poi temporaneamente abbandonato con la peste del 1656.   

Le costruzioni risalgono,  per la maggior parte, ai secc. XVIII e XIX nella loro forma attuale, ma in molti degli edifici sono ancora visibili le strutture originarie e particolari ar­chitettonici medievali. 

Sono anche presenti resti di bastioni e una torre del Xll-XIll sec., nonché resti di murature anteriori, forse anche di epoca pre-romana.

Di notevole importanza è la Chiesa della Madonna del­le Grazie, del sec. X, con soffitto a cassettoni intarsiato e dorato con raffigurante nell’atrio la Visione di Frate Alberico (visione che avrebbe dato a Dante l’ispirazione per la “Divina Commedia”) e nell’interno pitture di Marco di San Germano.

Di notevole importanza religiosa e archeologica è la Valle di Canneto, presso le sorgenti del Melfa, ove, durante i lavori di captazione delle acque per l’alimentazione dell’ acquedotto degli Aurunci, nel 1958, furono portati alla luce, a 12 mt. di profondità, notevoli reperti archeologici (sta­tuette raffiguranti la dea Mefiti risalenti al V-IV sec. a.C., monete di  epoca repubblicana (111 sec. a.C.), tegole ecc.).  

… il Casino Rosso … (Antonella Giroldini)

Il Casino Rosso è un casino di caccia settecentesco, Fino agli anni cinquanta era abitato e adibito ad “azienda agricola”, nella tenuta circostante si allevavano animali e si coltivava la terra. Il restauro è avvenuto nel rispetto della struttura originaria, gli ambienti sono semplici ma ricercati per offrire agli ospiti una dimensione familiare e accogliente. Il casale è disponibile anche per essere utilizzato come location per set fotografici e cinematografici.

SCHEGGINO (Antonella Giroldini)

E’ il paese che vive in più stretta simbiosi con il fiume Nera: le acque lambiscono i caseggiati e il canale artificiale spartisce l’abitato creando una ” liquida suggestione” . Attorno al triangolare castello dominato dall’alta torre , rimangono solo alcuni resti delle robuste mura. La duecentesca Chiesa di S. Nicola , completamente ricostruita alla fine del ‘500, conserva affreschi alquanto deperiti del 1526 – 53. Va ricordato inoltre che grande notorietà deriva a Scheggino per la sua ricchissima e decisamente pregiata di tartufi.

 

LE SPIAGGE DI PONZA (Antonella Giroldini)

SPIAGGE DI PONZA

Il modo migliore per andare al mare a Ponza è farlo in barca oppure in canoa. Al porto di Ponza (oppure nei vari porticcioli dell’isola, come quello di Santa Maria) si possono affittare i gozzi o i gommoni per circumnavigare l’isola e fermarsi a fare il bagno nei posti più belli.

Servizi di taxi boat sono presenti anche in altre spiagge e cale dell’isola dove ci sono stabilimenti balneari, come il Falco al Fontone oppure Cala dell’acqua dove si possono affittare gommoni e canoe a prezzi accettabili.

Alcune spiagge sono raggiungibili anche a piedi. In alcuni casi è necessario scarpinare e prepararsi a fare tante scale, in altri l’accesso al mare è più semplice.

Qui sotto trovate alcune delle spiagge più belle ed imperdibili di Ponza.

 

Chiaia di Luna è la spiaggia più grande e bella di Ponza. Un tunnel scavato nel tufo in epoca romana permetteva di raggiungere la spiaggia a piedi. Oggi non è più possibile, ma la spiaggia è ancora raggiungibile via mare.

 

La spiaggia del Frontone è riparata da una roccia a picco che assomiglia al frontone di un tempio greco. E’ considerata la spiaggia del divertimento perché all’ora dell’aperitivo il chiringuito si trasforma in una discoteca estiva con happy hour.

Per raggiungerla si cammina sulla provinciale Ponza – Le Forna ed arrivati a Tre Venti si va a destra e poi a sinistra sulla sterrata che porta al museo etnografico “Conte Agostino” ed alla spiaggia.

  • SPIAGGETTA DI SANTA MARIA

Santa Maria è una piccola frazione di Ponza. Si trova ad una decina di km dal centro ed ha un piccolo porto da cui partono le barche per le escurioni dell’isola e delle vicine Palmarola e Zannone. La spiaggetta è stretta, di ciottoli e riparata.

Cala Feola è l’unica spiaggia di sabbia di Ponza. E’ piccola ed il fondale è basso, adatto anche ai bambini. C’è un chiosco attrezzato e si raggiunge in barca oppure a piedi percorrendo un breve sentiero e delle scalinate facili.

Da Punta Incenso, anche questa raggiungibile a piedi, si arriva a Cala le Felici. In barca invece si raggiunge Cala Felce dove c’è un mare paradisiaco praticamente deserto.

Cala Gaetano e Cala dell’acqua sono piccole calette dove c’è una striscia sottile di massi e ciottoli per prendere il sole ed entrare facilmente in acqua. Cala Fonte è una delle spiagge più belle di Ponza, frequentata anche dalle famiglie con i bambini. Purtroppo a fine dicembre 2017 ha subito un grave crollo (prima di andarci è consigliato informarsi sullo stato della cala).

Cala Del Core è conosciuta come la spiaggia più romantica di Ponza ed un must see per le coppie che vanno a Ponza. Sulla parete rocciosa che sovrasta la cala c’è una forma che ricorda quella di un cuore ed una leggenda isolana ricorda il dolore e la passione dell’amore intenso.

SPIAGGE PRIVATE DI PONZA

Tra le spiagge attrezzate di Ponza la più nota è frequentata è quella del Frontone che si raggiunge facilmente e, al paesaggio incredibile di cala Frontone, aggiunge un chiringuito di tendenza. Alla spiaggia del Frontone però noi preferiamo La caletta dove c’è meno gente, i prezzi sono decisamente più bassi e vengono serviti frutta fresca e giornali gratis!

SPIAGGE DI PONZA A PIEDI

La maggior parte delle spiagge di Ponza si raggiungono in barca e in canoa. Chi non ha voglia di spendere soldi per questo mezzo o semplicemente vuole passare una giornata con i piedi per terra ha comunque molto da fare a Ponza e tante spiagge tra cui scegliere.

Sull’isola ci sono 9 bellissime spiagge e calette che si raggiungono via terra. La nostra preferita è Cala Fonte (che si raggiunge anche con un apposito servizio navetta dal porto – ha subito recentemente un crollo, quindi informatevi prima di andare).

Lo Scoglio della Tartaruga è forse la meno affollata tra le calette da raggiungere a piedi, mentre Cala Feola è l’unica spiaggia di sabbia di Ponza, probabilmente la più adatta a chi va al mare sull’isola con i bambini.

Cala Cecata si raggiunge con una scalinata ricavata nella roccia e colorata con installazioni fatte con materiali di recupero portati dal mare. Non c’è una vera e propria spiaggia, ma una piattaforma di roccia con accesso facile al mare. E’ una delle meno affollate e più belle tra quelle raggiungibili a piedi.

COME GIRARE A PONZA

Il modo migliore per muoversi a Ponza è farlo in barca oppure in canoa. All’interno dell’isola ci si sposta a piedi o con le navette del comune di Ponza che offrono un servizio regolare che raggiunge i principali punti di interesse. Sul sito del municipio di Ponza trovate tutte le info e gli orari degli autobus.

Scoprire Ponza in bicicletta è un’ottima idea per chi è abbastanza allenato. Le strade che attraversano le zone più interne dell’isola sono strade in salita e discesa e solitamente sterrate.

Decisamente non vale la pena portare con sé la macchina, anche perché in estate è vietato guidare ai non residenti. Poco male perché  Ponza non si gira bene in auto ed il trasporto è troppo costoso rispetto ai vantaggi. Vale invece la pena portarsi il motorino perché potrebbe essere meno costoso che affittarlo sull’isola. Oltre ai motorini si trovano posti dove affittare i menhari, perfetti per girare la Ponza sterrata e selvaggia.

COME VISITARE PONZA SPENDENDO POCO

Partiamo dal presupposto che Ponza è cara e turistica. Ci sono però dei modi per spendere meno e soprattutto per non prendere fregature. L’ideale è evitare la zona del porto che è la più turistica e spostarsi nel nord dell’isola che è la zona più economica oltre ad essere molto più rilassata (Le Forna).

Tutti i tour, i supermercati e i noleggi (di barche e gommoni) costano di più nella zona del porto, che è quella oltre la quale non si spostano i turisti mordi e fuggi che visitano Ponza in giornata. Qui trovate tutte le info su Come visitare Ponza e sulle cose da non fare a Ponza.

 

TALAMONE (Antonella Giroldini)

Su uno scosceso promontorio roccioso all’estremità meridionale dei monti dell’Uccellina, tra Maremma, Argentario e, di fronte all’isola del Giglio, è vivace borgo di pescatori, di bagni e di storia: nel corso della spedizione dei Mille, il 7 maggio 1860 vi approdò Garibaldi per rifornirsi di munizioni. Sovrasta l’abitato l’imponente rocca senese ( del ‘400) , in pietra grigia, tradizionalmente attribuita al Sasseta; di interesse naturalistico l’Acquario della Laguna di Orbetello. Sul colle di Talamone, resti dell’antico insediamento etrusco.

 

L’OASI DELLA PERGOLA (Antonella Giroldini)

Nel XVIII secolo nel cuore dell’Italia, nasce come fattoria Oasi della Pergola. Negli anni è stata trasformata in un agriturismo con servizio hotel ed un proprio ristorante preservando il suo patrimonio storico. Le caratteristiche travi in legno, le mura a vista in pietra e terracotta, sono la testimonianza di un tempo lontano, che oggi può essere goduto con tutte le moderne comodità

Un’oasi vera e propria, immersa in cinque ettari di parco, frutteti, orti e con una fattoria che con i suoi animali fa divertire anche i più piccoli. La struttura offre diverse soluzioni di alloggi, per ogni tipo di necessità: stanze individuali, appartamenti e cottage da 2 o 3 stanze con cucine completamente accessoriate e terrazze coperte.

Inoltre alcuni appartamenti possono essere connessi l’uno con l’altro, offrendo spazi abitativi ancora più grandi, dando così la possibilità agli ospiti a lungo termine, di far alloggiare familiare e amici venuti in visita.

Nei locali delle antiche stalle della struttura, sotto le tradizionali volte a mattone, si trova il ristorante che si distingue per le specialità umbro-toscane. Sarete immersi in un’atmosfera incantata e piacevole, sia al palato che alla vista.

Il ristorante riserva particolare attenzione alla scelta dei prodotti territoriali, e la cucina inoltre offre diete specifiche per chi soffre di intolleranze o allergie alimentari.

CASTIGLIONE DEL LAGO (Antonella Giroldini)

Il promontorio calcareo su cui sorge questa località al tempo degli etruschi e dei romani era un’ isola nel lago. L’abitato, chiuso entro il vasto perimetro murato, è tra i più interessanti del comprensorio lacustre .

Cosa vedere a Castiglione del Lago

Una visita a Castiglione del Lago non può che iniziare dal Palazzo Ducale, anche noto come Palazzo Corgna, la reggia della famiglia che ha regalato prestigio al paese lacustre, voluta da Ascanio della Corgna nel 1563. Inizialmente concepita come residenza di campagna, il palazzo ebbe l’onore di ospitare personaggi del calibro di Leonardo Da Vinci e Niccolò Machiavelli e nasconde al suo interno splendide sale affrescate, opera tra gli altri di Pomarancio. Il palazzo è attualmente sede del comune di Castiglione.

La celebre Rocca del Leone è collegata al Palazzo della Corgna attraverso un affascinante camminamento coperto affacciato sul lago, curiosamente unico punto di accesso alla fortezza. La Rocca domina dall’alto il borgo di Castiglione del Lago e l’intero Trasimeno, e fu realizzata nel XIII secolo per volere di Federico II di Svevia. Si narra che il suo nome derivi dalla sua forma pentagonale ispirata alla costellazione del Leone ed è certamente uno degli scorci più belli ammirabili nel borgo. Camminando poi tra le vie del centro storico di Castiglione del Lago, è possibile coglierne l’aria genuina ed il glorioso passato, curiosando tra gli stretti vicoli ed affacciandosi alle mura medievali che abbracciano l’intero abitato. Il borgo è punteggiato di botteghe artigianali e locande cariche di profumi tradizionali, ed è un vero piacere scivolare tra le sue piazzette e restare sorpresi dalle prospettive che spuntano da dietro ogni angolo.

Ancora visibili sono le porte di accesso al centro del borgo, che sono tre: Porta Perugina, del XIII secolo, Porta Fiorentina, risalente al XVI secolo e Porta Senese, di origine medievale ma ricostruita nel ‘900. Di incredibile bellezza è anche il percorso panoramico che segue il perimetro esterno delle mura, detto il Poggio Olivato. Tra gli edifici religiosi di Castiglione, meritano una menzione sia la Chiesa di Santa Maria Maddalena, della metà dell’800, scrigno di opere di Eusebio da San Giorgio, discepolo del Perugino, e la Chiesa di San Domenico costruita dal duca Fulvio Alessandro della Corgna in ringraziamento per un miracolo ricevuto dal santo, e che ospita oggi le tombe di membri della famiglia più importante nella storia del villaggio.

Cosa fare sul Lago Trasimeno

Il vicino Lago Trasimeno è un’attrazione irrinunciabile e mentre si sosta a Castiglione del Lago sono numerose le attività che la zona lacustre propone. Le coste del lago offrono infatti sia l’opportunità di trascorrere rilassanti giornate sulle loro spiagge attrezzate, tra relax e deliziosi pranzi con vista sulle onde, così come quella di dedicarsi agli sport acquatici più avventurosi, come vela, windsurf, kitesurf e canottaggio.

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Le spiagge di Merangola Sports Beach, una bellissima area attrezzata, e la spiaggia il Pescatore Cafe Praia, promettono entrambe momenti indimenticabili, mentre se si desidera solcare le acque del lago da Castiglione ci si può imbarcare per raggiungere la non distante Isola Polvese, la più grande delle tre isole del Trasimeno, di grande interesse naturalistico e culturale. Imperdibili sulle sponde dell’isola i boschi di alloro e leccio, così come il Castello Medievale ed il Monastero di San Secondo. Di interesse anche la Piscina del Porcinai, Giardino di Piante Acquatiche opera di Pietro Porcinai, noto paesaggista del XX secolo.

TERME DI STIGLIANO – TERME ROMANE (Antonella Giroldini)

Bagni di Stigliano, o Aquae Apollinares Veteres come le chiamarono i romani, erano considerati un luogo di sosta sia per gli Etruschi sia per i Romani che, di ritorno dalle campagne militari, si fermavano per riposarsi e purificarsi nelle acque termali.

Gli Etruschi utilizzarono le acque salutari in maniera naturale come sgorgavano dal suolo. Vi fondarono un villaggio e ne sono testimonianza le necropoli e gli oggetti antichi ritrovati. L’abitato etrusco, localizzato probabilmente nel bosco a nord dell’attuale stabilimento termale, era sorto in corrispondenza dell’importante via di comunicazione collegava Caere con Tarquinia, attraverso l’attuale territorio di Castel Giuliano, le Pietrische e la media valle del torrente Mignone. Fu la presenza delle acque salutari e l’attrazione delle terme che salvarono Stigliano dalla decadenza in cui erano precipitarono i centri etruschi dell’entroterra ceretano dopo la conquista romana.

Romani vi costruirono stabilimenti termali strutturati, che divennero fastosi in epoca imperiale, quando Stigliano conobbe il periodo più felice della sua storia. La fioritura economica e culturale è testimoniata dai resti di una strada selciata, la via Cornelia detta localmente la Selciatella, e dai ruderi delle terme e del tempio, scoperti occasionalmente nel 1928 e messi in luce durante gli scavi archeologici sistematici condotti da Lidio Gasperini nel decennio del 1970.

Il santuario e le terme erano dedicare ad Apollo, il dio guaritore delle malattie. Il nome del villaggio romano era Aquae Apollinares, com’è stato definitivamente accertato nel corso della campagna di scavo del 1975, col ritrovamento di un’epigrafe marmorea. In seguito venne aggiunto l’aggettivo Veteres per distinguerle dalle Aquae Apollinares Novae (le Terme di Vicarello) sempre nell’area dei monti Sabatini.
Le acque furono conosciute anche con il nome di Thermae Stygianae, associate dalla fantasia popolare alle acque paludose dello Stige, uno dei cinque fiumi che nella mitologia greco-romana scorreva negli inferi. Plinio il Vecchio, la cui Naturalis Historia costituisce un preziosissimo documento storico-culturale, nel I° secolo d.C. narra che era severamente proibito alle legioni romane, di ritorno dall’Egitto, entrare in Roma se prima non fossero passate da Stigliano per purificarsi. Sotto l’imperatore Tiberio, le Thermae Stygianae costituivano l’unica e sempre frequentatissima stazione termale più vicina alla capitale, grazie anche alla strada Selciatella costruita appositamente per facilitarne l’accesso, le cui tracce sono ancora visibili nelle vicinanze.

L’abitato romano di Stigliano era il centro di riferimento di una zona agricola molto popolata e lungo la Selciatella, o sparsi nella campagna, sorgevano alcuni piccoli insediamenti a carattere agricolo e molte ville-fattoria, abitate da piccoli e medi proprietari terrieri e dai loro servitori e braccianti. Ancora oggi nei quarti di Canale e Manziana, durante l’esecuzione di lavori agricoli, affiorano dal terreno nuovi resti di muri, frammenti di laterizi e oggetti di terracotta.

Dall’epoca romana, le notizie relative ai Bagni di Stigliano emergono solo nel medioevo: secondo un documento le terme, unitamente al locale castello furono lasciate dal Conte d’Anguillara Pandolfo III ai suoi figli nel 1321; la successiva testimonianza, datata 1493, attribuisce la proprietà al principe Virginio Orsini e a tale periodo risalgono anche degli scritti che descrivono le proprietà benefiche delle acque, relativamente alla loro efficacia per le malattie erpetiche, per i reumatismi e per i dolori sifilitici, oltre che per l’effetto coagulante nella cura delle ossa e delle piaghe. Un ulteriore salto temporale nelle notizie relative alle terme di Stigliano porta al 1700 quando sotto la proprietà dei principi Altieri venne costruito un albergo di villeggiatura e una chiesetta dedicata a Santa Lucia, dando così vita ad un piccolo borgo e i bagni tornano a essere frequentati come luogo di cura.

Le acque termali di Stigliano sono di natura salso-iodico-sulfurea, con una temperatura che varia dai 36 gradi della Fonte di Bellezza ai 58 gradi del Bagnarello. Legate al fenomeno vulcanico sabatino, vengono utilizzate prevalentemente per la cura di malattie della pelle, dell’apparato locomotore, dell’apparato respiratorio, dell’apparato urinario e del ricambio. Sotto la struttura vi è ancora oggi la grotta sudatoria, risalente alla Roma imperiale, dove è possibile sentire l’acqua sgorgare direttamente dalla fonte.

Le Terme sono circondate da un parco di venti ettari che fa parte del circuito Grandi Giardini Italiani. La presenza delle acque termali che scorrono in profondità ha reso la flora di Stigliano straordinariamente esuberante, con aceri, querce centenarie, lecci, roveri, noccioli, tamerici e bambù giganti che si associano alla predominante distesa di pini romani.

Asciano (Antonella Giroldini)

Nell’alta valle dell’Ombrone, il paese di origini etrusche e romane, conserva mura trecentesche e l’aspetto medievale nonostante gli interventi urbanistici del periodo fascista e lo sviluppo edilizio del secondo dopoguerra. La romanica collegiata di S. Agata è caratterizzata da un campanile merlato del XII secolo. Palazzo Corboli , edificio medievale con sale decorate da affreschi trecenteschi, ospita su tre piani le important collezioni del Museo Civico Archeologico e d’arte sacra .