Castel Gandolfo (Antonella Giroldini)

Il visitatore che entra per la prima volta nelle Ville Pontificie di Castel Gandolfo non immagina certo di trovarsi di fronte ai cospicui resti di una delle più famose ville dell’antichità, l’Albanum Domitiani, la grandiosa residenza di campagna dell’imperatore Domiziano (81-96 d.C.), la quale si sviluppava per circa 14 chilometri quadrati dalla Via Appia fino a comprendere il lago Albano. Le Ville Pontificie si estendono sui resti della parte centrale della residenza, la quale includeva, secondo l’ipotesi formulata da insigni studiosi, anche l’Arx Albana, posta all’estremità della collina di Castel Gandolfo, dove ora si trova il Palazzo Pontificio, e che un tempo ospitava il centro dell’antica Albalonga.

La Villa di Domiziano era ubicata sul versante occidentale della collina, in posizione dominante sul mare Tirreno. Il pendio era stato tagliato in tre grandi ripiani digradanti verso il mare. Il primo, più in alto, comprendeva le abitazioni dei servi imperiali, i vari servizi e le cisterne, alimentate dalle sorgenti di Palazzolo – poste sulla sponda opposta del lago – mediante tre acquedotti, ancora in parte esistenti, che riforniscono la Villa papale e l’abitato di Castel Gandolfo. Sul ripiano mediano, delimitato a monte da un grande muraglione di sostruzione, interrotto da quattro ninfei a pianta alternatamente rettangolare e semicircolare, sorgevano il palazzo imperiale ed il teatro. Il ripiano inferiore comprendeva il criptoportico, la grande passeggiata coperta dell’imperatore, lungo in origine circa trecento metri. Il ripiano si spezzava poi in più terrazze successive, per lo più destinate a giardini, una delle quali comprendeva l’ippodromo.

In questa residenza, attrezzata anche per la stagione invernale, ricca di bellezze naturali e di sontuosi edifici, monumenti ed opere d’arte, Domiziano, il “calvo Nerone” come lo chiamava Giovenale, stabilì quasi in permanenza la sua dimora.

Alla morte di Domiziano la villa passò ai suoi successori, che però preferirono stabilire altrove le loro dimore. Adriano (117-138) vi trascorse qualche breve periodo in attesa che fosse portata a compimento la villa presso Tivoli e Marco Aurelio (161-180) vi si rifugiò per alcuni giorni durante la ribellione dell’anno 175. Alcuni anni dopo,Settimio Severo (193-211) vi installò, nella parte più a sud, i castra dei suoi fedelissimi legionari partici, i quali vi accamparono stabilmente con le loro famiglie.

Iniziava così la decadenza della villa imperiale i cui monumenti, già privati delle loro opere d’arte e di ogni prezioso ornamento, furono sistematicamente demoliti per impiegare marmi e laterizi nelle nuove costruzioni che diedero origine al primo nucleo abitativo della cittadina di Albano. Un altro insediamento, prevalentemente di agricoltori, si costituì a nord della villa sul crinale del lago verso “Cucuruttus” (l’attuale Montecucco) dando origine assai più tardi all’odierna Castel Gandolfo.

L’imperatore Costantino (306-337), che aveva allontanato dal territorio i turbolenti legionari partici con le loro famiglie, tra i benefici conferiti alla basilica di San Giovanni Battista, l’attuale cattedrale di Albano, includeva anche la possessio Tiberii Caesaris, cioè l’area della villa domizianea.

Fatta eccezione per alcune memorie di atti censuari o patrimoniali che si riferiscono a queste terre, la storia tace fino al XII secolo. Non così le spoliazioni di marmi e di opere d’arte che continuarono a lungo. Nel XIV secolo il saccheggio divenne sistematico, alla ricerca di marmi per la costruzione del duomo di Orvieto.

TRENTO … “Christkindlmarkt” (Antonella Giroldini)

Città tipicamente mitteleuropea, punto d’incontro delle culture italiana e tedesca, Trento viene spesso definita come “la prima città italiana dopo il Brennero”.
Proprio per questo motivo ha assorbito, nei secoli, tradizioni di entrambe le culture.  La più importante e conosciuta è il “Christkindlmarkt”, le cui origini risalgono addirittura al secolo XIV in Germania con i cosiddetti “Mercatini di San Nicola”, che inizialmente erano l’unica occasione dell’anno per acquistare gli addobbi natalizi.
Il primo documento che attesta un mercato di Natale è datato 1434 e riporta il nome di “Striezelmarkt” (mercato degli Striezel, dolce tipico tedesco) che ha avuto luogo a Dresda, il lunedì precedente il Natale.
Più tardi, durante la Riforma protestante, il nome fu ribattezzato “Christkindlmarkt” .

 

 

Anche quest’anno su due piazze: Piazza Fiera e Piazza Cesare Battisti dal 18 novembre 2017 al 6 gennaio 2018, dalle 10 alle 19.30. Chiuso il giorno di Natale. Il 26 dicembre 2017 e il 1 gennaio 2018 il Mercatino sarà aperto dalle 12.00 alle 19.30.
L’8 dicembre, in occasione della Notte bianca, il Mercatino chiuderà alle 23.00. Il 9 e 10 dicembre alle 20.30.

 

Lago di Albano (Antonella Giroldini)

Il lago di Albano, chiamato anche lago di Castegandolfo, si trova nel Parco dei Castelli Romani, a sud di Roma, ed è di origine vulcanica come il lago di Nemi da cui dista solo pochi chilometri in linea d’aria.

Il lago è noto per la sua bellezza; facilmente raggiungibile da Roma è immerso nel verde con molte zone ricche di boschi. È vicinissimo a note località dei Castelli Romani come Castel Gandolfo, che lo sovrasta specchiandosi nelle sue acque, e poco più lontani Marino e Rocca di Papa (a nord) e Albano, Ariccia e Genzano di Roma (a sud, lungo il percorso dell’Appia Nuova).

La zona è una delle mete preferite per le famose “gite fuori porta” dei romani; è ben collegata con Roma grazie alla via Appia e a tutti gli altri paesi dei Castelli con la panoramica Via dei Laghi che, unendo Velletri a Ciampino, passa sul versante nord del lago.

Abbiamo già citato i paesi in prossimità del lago di Albano che meritano tutti di essere visitati perché ricchi di punti d’interesse turistici, eventi ricorrenti ed anche per le loro specialità culinarie che vengono servite in moltissimi tipici ristoranti, osterie, agriturismo e fraschette. Per chi vuole fare attività fisica tutta l’area è anche ricca di percorsi per piacevolissime passeggiate che permetteranno di ammirare panorami unici veramente spettacolari.

Sulla superficie del lago è possibile praticare la vela e la canoa (alcuni circoli nautici sono presenti sul lungolago in direzione di Castegandolfo); sulle sue rive sono presenti anche vari stabilimenti balneari sorti negli ultimi anni in prossimità delle spiagge che si sono formate a causa del progressivo abbassamento del livello delle acque (oltre 3 mt).

 

MURI D’AUTORE SALERNO (Antonella Giroldini)

Tutto ha avuto inizio nell’ottobre 2014 quando Alice Pasquini, 34enne artista romana di rilevanza internazionale, realizzò a Salerno un’opera pittorica lungo la scalinata “dei Mutilati” che si snoda tra via Velia e piazza Principe Amedeo. Fu il primo di una lunga serie di murales che negli anni hanno avuto l’obiettivo di rendere un omaggio non convenzionale alla poetica di Alfonso Gatto, l’intellettuale salernitano scomparso in un incidente stradale 40 anni fa.

La Fondazione Alfonso Gatto, presieduta dal nipote del poeta, Filippo Trotta, con la direzione artistica “senza portafogli” di GreenPino, alias Pino Roscigno, hanno avuto il merito indiscusso di portare, come si diceva una volta in segno di ribellione, “la fantasia al potere”. E dai versi di Gatto si sono “allargati” a quelli dei maggiori poeti contemporanei, da Alda Merini, Dylan Thomas, Paul Eluard, Salvatore Quasimodo fino a Totò, Massimo Troisi e Salvatore Di Giacomo.

I muri sono diventati così enormi lavagne a cielo aperto, “muri d’autore”, in cui la poesia si materializza in attrazione turistica. E fa fare pace a tanti studenti con l’ingenerosamente odiosa letteratura italiana. Prima i fogliettini con i versi di Gatto, e non solo, attaccati ai muri sbrecciati del vicolo della Neve, la caratteristica stradina del centro storico più volte cantata dal poeta, poi l’intervento più massiccio di creatività sulle pareti di vico San Bonosio, dove ha trovato casa la Fondazione Gatto. Fino a quello che è stato il compimento di un vero e proprio percorso di “street art”, che ha visto coinvolti, a titolo assolutamente gratuito, una trentina di writers, tra i più celebrati e contesi. Eccolo il rione dimenticato delle Fornelle, l’altra immagine di Salerno che vuole essere europea, tornato a nuova vita attraverso il rincorrere dei versi arzigogolati con lo spray da un muro all’altro.

Ci sono voluti quasi otto mesi per affrescarlo così. Ci hanno lavorato duro Greenpino, Valeriano Forte e tutti gli altri artisti, compreso Mario Carotenuto, l’ultranovantenne pittore orgoglio di Salerno e grande amico di Alfonso Gatto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, specialmente degli abitanti delle Fornelle che adesso parlano del loro quartiere gonfiandosi il petto. E ora? Cosa succede? «Abbiamo tante altre idee in programma – dice Roscigno – ma tutto dipende dalla possibilità di intercettare piccoli fondi per poter continuare». «Vorremmo lanciare un progetto Erasmus sui Muri d’autore – anticipa Filippo Trotta – favorire scambi culturali tra istituti che organizzano iniziative come la nostra in altri paesi europei». E poi ci dice in un orecchio quanto è costata finora tutta l’operazione Fornelle: «Tremila euro». Sì, avete capito bene, nella Campania dei grandi eventi, che battono cassa per fior di quattrini, c’è chi produce cultura, anche colorata, con i bruscolini. «Per giunta – aggiunge Trotta – si tratta di fondi privati, dalle istituzioni fino ad oggi non abbiamo ricevuto neanche un centesimo».

MALE’ (Antnella Giroldini)

Da terra di profonda religiosità a mecca del turismo invernale ed estivo. Una riconversione assai accentuata, che non ha però cancellato del tutto l’economia agricola, basata sui frutteti. E un melo intreccia i propri rami sullo stemma di Malè , il cui aspetto moderno è conseguenza di un incendio scoppiato nel 1892. Oggi, la località è un importante centro di villeggiatura estivo con le innumerevoli possibilità di passeggiate nei parchi Adamello – Brenta e dello Stelvio; nella stagione invernale possibilità di praticare lo sci di fondo ed escursioni con le racchette da neve.

IL CASTELLO DI TORRE ALFINA (Antonella Giroldini)

Il Castello di Torre Alfina, possente ed imperioso, forte delle sue maestose torri merlate, rivestite in pietra scura, è indiscutibilmente una delle più belle e affascinanti dimore storiche presenti sul territorio Umbro-Tosco-Laziale. Un luogo dove storia millenaria e antiche tradizioni tramandate nel tempo si fondono in un connubio, oltrepassano le mura del maniero fino a raggiungere e coinvolgere le strette viuzze e le case del borgo che si attorcigliano intorno ad esso.

La storia del borgo di Torre Alfina è un tutt’uno con quella del Castello che nasce nell’alto medioevo attorno ad una torre di avvistamento già esistente. Segue poi il primo nucleo di case, che nel corso dei secoli X e XI viene fortificato con una seconda cinta muraria, costituita per lo più dalle mura delle abitazioni oltre che da bastioni, e munita di più porte di accesso.
Il palazzo, costruito a ridosso della torre, è stato dimora dei signori di turno. Prima i Risentii (secolo XIII), poi i Monaldeschi di Orvieto, del ramo Cervara, che hanno dominato questo luogo dalla fine del 1200 fino alla seconda metà del 1600. In particolare dobbiamo a Sforza Cervara la ricostruzione in stile rinascimentale del primitivo castello medievale. Ai Monaldeschi della Cervara seguono i marchesi Bourbon del Monte, i quali tengono palazzo e proprietà per più di due secoli. Nel frattempo il borgo, che già dalla metà del ‘400 si governava in forma di comunità, diviene comune aggregato prima ad Orvieto e quindi ad Acquapendente. Con l’unità d’Italia passa definitivamente a frazione del Comune di Acquapendente, com’è tuttora.
Sul finire del 1800, tutte le proprietà signorili vengono acquistate dal Conte Edoardo Cahen, che si fregia del titolo di Marchese di Torre Alfina. Edoardo fa ristrutturare completamente il palazzo Monaldeschi: l’immensa mole di pietra cerca spazio anche in varie parti del paese che sono state completamente trasformate. Edoardo non vede il castello finito ma desidera essere seppellito nell’amato bosco-giardino del Sasseto, che lui stesso aveva reso agibile con sentieri costruiti tra gli scogli, in una tomba-mausoleo realizzata nello stesso stile neogotico del castello e come questo rivestito in basalto e rifinito in travertino. Completa l’opera il figlio di Edoardo, Teofilo Rodolfo, arredando il castello con estrema ricercatezza e realizzando un grande giardino al di sopra del bosco.

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La Gravina Di Ginosa (Antonella Giroldini)

Ginosa e la sua gravina, che abbraccia la città trascinandola con i suoi insediamenti rupestri nel profondo della storia fino al paleolitico, a circa 60mila anni fa quando per la prima volta l’uomo la ha abitata.

Le gravine, formazioni naturali dalle caratteristiche inconsuete ed eccezionali, sono il segno distintivo del paesaggio e della morfologia della Provincia Ionica. Le gravine comprese nelle Province di Taranto, Brindisi, Lecce e Bari sono oltre trecento, la sola Provincia di Taranto ne conta più di centocinquanta. Tra le più estese ed interessanti, insieme a quella di Laterza, di Castellaneta, di Mottola, di Massafra, di Palagianello, c’è sicuramente quella di Ginosa, che costituisce un esempio molto significativo del rapporto esistente tra uomo e ambiente, tra valori ambientali, naturalistici e paesaggistici e valori archeologici, architettonici e storico – culturali.
Le gravine si formano in corrispondenza del salto orografico che dai 400 metri di altezza dell’altopiano murgiano, porta ai 50 – 100 metri dove comincia la fascia costiera. Lungo tutto il perimetro dell’altopiano murgiano valloni più o meno paralleli si diramano verso il mar Ionio e verso l’Adriatico: sono caratterizzati da una pendenza più lieve in direzione della costa adriatica (e sono detti lame), più scoscesi e profondi sul versante ionico (gravine).
Le gravine non potrebbero esistere se oltre a particolari condizioni idrografiche non si fossero realizzate particolari e concomitanti condizioni geografiche, geologiche e climatiche. Fondamentale per comprenderne la genesi risulta essere inoltre lo studio della tettonica.
L’attuale morfologia del territorio è il risultato di processi sviluppatisi nel corso di milioni di anni sulle rocce e sull’ambiente in cui le rocce stesse si sono formate.
L’origine delle Murge è connessa allo scontro avvenuto nel Cretaceo superiore, circa 100 milioni di anni fa, tra la zolla africana e quella europea. In seguito allo scontro si originarono le Alpi e gli Appennini e si ebbe il sollevamento della cosiddetta “piattaforma appula”, la futura area delle Murge,  costituita da una serie di strati di rocce calcaree, già frammentate in diversi blocchi distinti a causa degli scontri avvenuti tra le differenti zolle continentali. Le attuali Murge sono costituite essenzialmente da due unità litostratigrafiche, il calcare di Bari, più in basso e più antico, e il calcare di Altamura, più recente. Il primo raggiunge spessori di circa 2000 metri, mentre il secondo si avvicina ai 1000 metri. Il calcare di Bari non affiora nella Murgia tarantina.
Su tali rocce calcaree hanno agito gli agenti meteorici originando i numerosi fenomeni carsici tuttora evidenti. Il carsismo è il principale fenomeno erosivo delle rocce carbonatiche: la fessurazione e la fratturazione dei banchi calcarei favoriscono, insieme alla loro stessa composizione chimica – mineralogica, i processi di dissoluzione e di corrosione legati alla circolazione dell’acqua meteorica nel sottosuolo.
Nel periodo successivo, Pliocene Medio – Superiore e Pleistocene, delle Murge attuali emergevano allora solo due isole, corrispondenti una all’area nord – occidentale e l’altra alle attuali Murge sud – orientali. Nelle aree invase dal mare si andarono a depositare sedimenti che cementandosi tra loro dettero origine a due altri tipi di rocce: la calcarenite di Gravina nelle aree costiere e le argille sub – appenniniche nelle zone di mare aperto, più profondo.
La calcarenite di Gravina, il comune “tufo”, è una roccia sedimentaria organogena ( i suoi elementi sono cioè costituiti da frammenti fossili di gusci di molluschi e crostacei), a granulometria grossolana, di colore giallognolo, a causa delle alterazioni subite da parte degli ossidi ed idrossidi di ferro, o biancastro. Pur essendo anch’essa una roccia calcarea sedimentatasi in ambiente marino, presenta, rispetto al calcare del Cretaceo (calcare di Altamura), due importanti differenze: la prima riguarda l’ambiente in cui si è formata, a clima temperato e non più sub – tropicale, la seconda una notevole differenza di età. A tali differenze corrispondono proprietà meccaniche molto diverse, con una resistenza meccanica assai inferiore nella calcarenite: tale inferiore resistenza della calcarenite ha reso possibile l’attuale morfologia dell’area ed ha permesso il diffuso utilizzo della stessa per scopi edilizi.
Quindi le parentele delle gravine vanno ricercate, più che nei fenomeni geomorfologici tipici dei climi umidi, in quelli cirenaici e sahariani, gli uadi, e in genere nelle formazioni tipiche dei deserti.
In condizioni di aridità anche corsi d’acqua poveri e che scorrono su rocce difficilmente disgregabili sono in grado di scavare solchi profondi: i suoli denudati non producono infatti sedimenti e le rocce non forniscono detriti che vadano a colmare i corsi d’acqua o ne limitino la forza erosiva. In questo modo l’alveo mantiene il suo profilo scosceso, “giovane”, non addolcito da fenomeni di sedimentazione.
Va comunque spiegata la resistenza alla disgregazione delle rocce calcaree: i calcari sono molto teneri se bagnati, ma diventano duri e tenaci quando sono secchi. Inoltre sulla loro superficie asciutta si forma una patina che costituisce un’ulteriore protezione al disfacimento. Si spiega così come anche magre quantità d’acqua possano continuare ad erodere il letto di una gravina costituito di calcari resi teneri dall’umidità, mentre le pareti, i cui calcari risultano secchi, duri e protetti dalla patina superficiale, conservano i profili scoscesi.
FLORA E FAUNA
Da un punto di vista vegetazionale, le gravine costituiscono delle vere singolarità, in quanto in esse si formano delle nicchie microclimatiche che permettono la sopravvivenza di specie rare ed endemiche. Nella gravina di Laterza per esempio sono state classificate ben 528 specie floristiche. Il fenomeno è riscontrabile anche nelle gravine più piccole, per esempio nella gravina di Riggio a Grottaglie, dove sono state individuate 321 varietà vegetali. L’eccezionale diversificazione nelle presenze vegetazionali si spiega anche con il fatto che le gravine permettono la coesistenza a brevissima distanza di ambienti diversissimi tra loro (dalle piattaforme rocciose alle cavità umide, dalle conche boschive ai pianori erbosi, dai pantani melmosi fino ai limpidi specchi d’acqua).
All’interno delle gravine si determina inoltre un’inversione termica e di umidità rispetto all’ambiente circostante. L’inversione termica è un fenomeno geoclimatico riscontrabile solo nelle valli strette e nelle gole calcaree, quali sono per esempio le gravine. In base a tale fenomeno, per la minore insolazione del fondo rispetto agli spalti, si ha un clima più fresco ed umido in basso e più caldo e secco in alto. All’inversione termica è di conseguenza legata un’inversione altimetrica della vegetazione, il che spiega la presenza di specie tipiche delle zone ombrose dell’Alta Murgia sul fondo delle gravine, a quote molto più basse (carpino orientale, acero campestre e minore, etc.).
A questo quadro vegetazionale va sommata poi la millenaria attività antropica sulle originarie foreste che anticamente ricoprivano, in molte zone senza soluzione di continuità, l’intera area delle attuali Murge sud – orientali. Da almeno ottomila anni l’uomo, attraverso l’agricoltura e la pastorizia, ha contribuito ad una drastica modificazione dell’originario ambiente vegetale, introducendo tra l’altro volontariamente, ma spesso anche involontariamente, centinaia di nuove specie, (si pensi per esempio alle graminacee), arricchendo e variando ulteriormente la già ricca flora mediterranea. Del patrimonio naturale originario rimangono oggi solo alcune tracce, più o meno estese a seconda delle zone, formazioni vegetali che, a causa della notevole influenza antropica, quasi mai riescono a raggiungere lo stadio climax.
Ulteriore elemento di eccezionalità delle gravine è dato dal fatto che esse risultano essere le stazioni privilegiate, e a volte uniche, per molte delle cosiddette specie paleoegeiche, (specie quali la salvia triloba, la phlomis fruticosa, la campanula versicolor, l’euforbia arborea o l’asyneuma limonifolium), cioè quelle specie che, come il fragno, sono di origine balcanica, testimonianza dell’antico collegamento esistente nel Miocene tra la penisola balcanica e la Puglia.
La vegetazione della gravina di Ginosa si presenta molto varia e differenziata, anche rispetto alle diverse parti in cui la gravina stessa si articola. Delle antiche distese di querce, di olmi e di frassini che un tempo coprivano quasi senza soluzione di continuità questo territorio, restano solo alcune tracce relitte.  Il primo tratto della gravina, in località Santoro, è occupato da un bosco di lecci associato ad alcuni esemplari di pino e alle essenze tipiche della macchia mediterranea (è per esempio presente in questo tratto il corbezzolo, che manca in tutto il resto della gravina). In altri tratti della gravina sono invece ancora presenti dei cedui di fragno, specie tipica di questa parte del territorio pugliese. La parte terminale della gravina è invece caratterizzata da una vegetazione spontanea più rada, terreno d’elezione per numerose specie di orchidee. Molto interessante la presenza, lungo la gravina, di piante aromatiche ed officinali.
Il censimento delle specie vegetali presenti nella gravina, condotto alcuni anni addietro dall’Istituto Botanico dell’Università di Bari, ha individuato ben 373 specie, che costituiscono un indubbio patrimonio di biodiversità.
Tra le scoperte più interessanti del censimento suddetto troviamo: la Nicotiana glauca, pianta di origine sudamericana introdotta come specie ornamentale e che tende a spontaneizzarsi su rupi e muri diroccati, finora conosciuta in Puglia solo nell’area di Bari; la Scrophularia scopoli, pianta finora non conosciuta in Puglia e che in genere si trova a quote superiori; l’alisso sassicolo, specie rupicola tipica delle rupi calcaree; la rara radichiella pugliese, interessante endemismo pugliese diffuso negli incolti.
L’attività antropica ha segnato fortemente il paesaggio vegetale anche di questa gravina. Tra gli alberi dominano l’olivo e il mandorlo, ma molto diffusi sono anche la vite, il fico (presente in ben dieci varietà diverse) e il fico d’india.
Per quanto riguarda la fauna l’ambiente della gravina, ecosistema complesso e fortemente differente dal territorio circostante, si dimostra dimora privilegiata per istrici, donnole, ricci, tartarughe, vipere e cervoni; molto ben rappresentati gli uccelli, stanziali e migratori, tra cui vanno ricordati il falco grillaio, il gheppio, il corvo imperiale, l’upupa. Anche uno dei rapaci più rari d’Italia, il capovaccaio o avvoltoio degli Egizi, compare sporadicamente nell’area della gravina.
LA FREQUENTAZIONE ANTROPICA – GLI INSEDIAMENTI RUPESTRI
La frequentazione antropica della gravina di Ginosa si può datare, in seguito ai recenti scavi condotti dall’Università di Siena tra il 1998 e il 2001 in località cave Santoro, ad almeno 50.000 anni fa: tutte le 27 unità stratigrafiche riconosciute, ad eccezione di quella più in basso, hanno restituito un’abbondante industria litica, raschiatoi e punte ritoccate, risalente al Paleolitico Medio, oltre a numerosi resti faunistici (ossa e denti di uro, cavallo, cervidi, rinoceronte, piccoli mammiferi).
Centro peuceta, Ginosa divenne municipio romano nel III secolo a.C. Già in età romana è attestata l’escavazione di abitazioni rupestri nella gravina, dove si sviluppò poi, in età medievale, il vasto villaggio rupestre, abitato, almeno in parte, fino al XVII secolo.
Molto antiche le notizie riguardanti l’insediamento di Ginosa, di cui esistono precise testimonianze in Plinio il Vecchio, in Sesto Frontino, nell’abate Romanelli.

Castello di Ginosa
Ancora nel 1309 Ginosa era un insediamento quasi esclusivamente rupestre, come si evince da un documento di donazione di quell’anno, in cui a fronte di 19 grotte citate, i riferimenti alle costruzioni subdiali sono rarissimi (il solo Castello e un palazzo nobiliare).
La descrizione più suggestiva dell’antico insediamento si ritrova in uno scritto del 1581 di Angelo Rocca, segretario generale dell’Ordine degli Agostiniani: “… nella sommità vi è la pianura abitate da persone di regalità, vi si vedono palazzi bellissimi, vaghissime strade ornate da una larghissima piazza e di un fortissimo castello. Però descrivendo la qualità delle due valli, abitate in grotte, sappiate che si pure parino al primo riguardo alquanto alpestre, esse sono dentro con tanto bellissimo artificio fatte che danno ai reguardanti gran meraviglia e quel che di bello che l’abitatori che stanno al basso nelle due nominate valli di continuo al tramontar del sole spiegano tanti lumi che fanno uno spettacolo meraviglioso a i riguardanti, imperò che quelli che abitano ad Alto, mirandone al basso par loro ch’abbiano sotto i piedi il Cielo pieno di vaghissime stelle …”.
L’attuale centro storico di Ginosa è circondato a ferro di cavallo da due insediamenti rupestri, quello del Casale e quello della Rivolta.
Il Casale, “universo di pietra” sconvolto nel 1857 da un gravissimo terremoto, conserva, tra le chiese, S.Vito Vecchio, S.Leonardo, il cenobio a tre archi e S.Domenica. Quest’ultima, la più grande ed interessante, seppure in parte crollata, è caratterizzata da impianto regolare a croce greca, cupola al centro del bema, pilastri trilobati, tetti a doppio spiovente e volte a crociera: probabilmente rappresentava il tempio principale della comunità rurale, purtroppo oggi privo degli affreschi.
Il Casale è separato dal secondo insediamento da una parete rocciosa detta del “Nido del corvo”, per la presenza in passato di nidi di corvo imperiale.

Insediamento della Rivolta
L’insediamento della Rivolta è un vero e proprio villaggio trogloditico, ubicato sulla parete della gravina sottostante il Castello e accessibile sia dal fondo della gravina che dal centro storico.  L’insediamento è composto da 66 case – grotta, disposte su 5 piani collegati tra loro da sentieri e scalette. In alcune grotte è ancora leggibile l’originaria struttura abitativa (sedili, giacigli, camini, vasche, mensole, grandi cisterne per la raccolta e la conservazione dell’acqua piovana, tutti scavati nella pietra), gli spazi di servizio e di produzione (stalle, ricoveri, frantoi ipogei), i luoghi di culto. Di fronte al villaggio della Rivolta si trovano poi le chiese di S.Barbara e di S.Sofia (con il soffitto modellato a carena di nave, ovvero con trave di colmo e sostegni ortogonali).
Il villaggio, nonostante l’assenza di qualsiasi intervento di manutenzione e i naturali processi di erosione dei tufi, si presenta ancora oggi in discrete condizioni di conservazione, con un buon grado di leggibilità complessiva del sistema insediativo.

Si segnalano i siti Internet:
http://www.ginosa.com
http://www.genusia.supereva.it
http://www.passiochristi.net (relativo alla tradizionale processione della Passio Christi che si tiene nel periodo di Pasqua nello scenario della gravina di Ginosa)

Si segnala inoltre la pubblicazione:
– CRSEC TA/49 Castellaneta (a cura di E.Violante, A.Scarati, N.Tedesco): “Guida naturalistica delle gravine – Laterza, Ginosa e Castellaneta ” Fasano 1993