VALLE STRETTA (Antonella Giroldini)

In giro per le bellissime montagne che fanno da cornice al Piemonte si nascondo dei veri e propri angoli di paradiso. Uno di questi si trova nella zona della Val di Susa e più precisamente in Valle Stretta. La Valle Stretta, chiamata in francese Vallée Étroite e in piemontese Valëstrèita, è una valle franco-italiana che si trova nella zona compresa tra il piccolo comune francese di Névache, nel dipartimento delle Alte Alpi, e il comune di Bardonecchia, che fa parte della città metropolitana di Torino. Difatti, la valle fa geograficamente parte della Val di Susa, ma la parte superiore è passata, dal 1947, alla Francia e dunque il lago si trova in territorio francese.

Qui, ad appena un’ora di strada da Torino, incastonato come una pietra preziosa nella valli montane si trova il Lago Verde. L’affascinante specchio d’acqua a due passi da Bardonecchia deve il nome proprio al suo caratteristico e bellissimo color smeraldo.

La passeggiata per arrivare al Lago Verde inizia dalle grange della valle, vicino ai rifugi Re Magi e III Alpini. Una volta parcheggiata l’auto nello spazio dedicato potete intraprendere il sentiero che si fa largo tra grandi distese di fiori e prati verdi. Il tempo di percorrenza per arrivare al lago è di circa 45 minuti.

Seguendo le indicazioni per il Lago Verde, ci si incammina nel sentiero e una volta arrivati al bivio si gira verso destra fino ad arrivare ad un piccolo ponte di legno che attraversa il Rio della Valle Stretta. Da qui inizia la parte un po’ più faticosa, quella in salita, che non è però troppo lunga. Il percorso poi continua in un bosco di conifere dove inizia una discesa. Già da questo punto, tra i rami degli alberi, inizierete ad intravedere le meravigliose sfumature color smeraldo del Lago Verde.

Avete trovato il vostro angolo di paradiso, immerso nel verde e nel silenzio della montagna, cullati dai profumi e dai dolci suoni della natura dove poter passare qualche momento di relax e tranquillità.

I colori del lago sono davvero eccezionali e vanno dal verde smeraldo al blu. Nella trasparenza dell’acqua si può ammirare il fondale composto da tronchi di antichi larici, che aggiungono un altro pizzico di magia a questo lago che assomiglia tanto a quelli descritti nelle fiabe. Gnomi, folletti e fate dei boschi potrebbero far capolino da un momento all’altro.

Qui potete fermarvi a prendere il sole, bagnarvi i piedi nell’acqua fredda del lago, mangiare qualcosa all’ombra di un albero, scattare delle belle foto che vi ricorderanno il momento e godervi questo magico posto per un po’ di tempo prima di ritornare alla vita un po’ caotica di tutti i quotidiano.

Un’esperienza nella natura, tra colori incredibili e una pace irreale, che vale la pena di fare almeno una volta.

SUSA (Antonella Giroldini)

Gioiello delle Alpi Cozie, Susa è il fulcro dell’intera Valle che prende il nome proprio dalla città, la quale è capace di soddisfare egregiamente anche il turista più diffidente.

Tantissime le attrazioni artistiche e storiche, così come gli itinerari escursionistici e quelli ciclabili… per non parlare dell’enogastronomia!

Iniziamo col citare alcuni degli edifici storici della città, come il Castello della Contessa Adelaide e il Forte della Brunetta, la Torre del Parlamento e l’intero Borgo dei Nobili, che era abitato dalla nobiltà giunta a Susa al seguito dei Savoia.

Da visitare inoltre durante il soggiorno a Susa:

  • La Basilica di San Giusto, divenuta cattedrale nel 1772, costruita a Susa per volontà del marchese di Torino Olderico Manfredi, consacrata nel 1027 e divenne monastero benedettino.
  • Il Museo Diocesano di Arte Sacra. Situato presso la chiesa del Ponte, è tra i più importanti e significativi musei dell’arco Alpino che raccoglie ed espone collezioni d’arte datate tra il VI e il XIX sec.

Se poi volete conoscere le montagne che circondano la città, non avrete che l’imbarazzo della scelta: innumerevoli i sentieri che vi condurrano alle cime più conosciute e amate dai valsusini, primo tra tutti il Rocciamelone, ma anche il Sentiero Balcone GTA a forma di anello, il Sentiero dei Franchi e il Percorso 3V, e itinerari che interessano diversi altri comuni della Valle.

motociclisti che vogliono arrivare al Passo del Moncenisio fanno spesso e volentieri tappa a Susa, magari per un aperitivo prima di fare ritorno a casa. I locali e i ristoranti della città infatti sanno esattamente come esaltare profumi e sapori della Valle, ve ne accorgerete certamente.

CASCATE DI NOVALESA (Antonella Giroldini)

Le cascate di Novalesa sono dei giganti della natura. Si trovano in provincia di Torino.

Tra le bellezze naturali e paesaggistiche del nostro Piemonte non si può non citare le meravigliose cascate di Novalesa.A 60 chilometri da Torino, in ValCenischia, tra la Val Susa e il Colle del Moncenisio, si trova questo piccolo comune di poco o più di 500 abitanti.Novalesa, incastonata tra le Alpi Graie, presenta un significativo dislivello tra i monti, posti a 3.400/3.500 metri sopra il livello del mare, e il centro abitato del paese che si trova a 828 metri sul livello del mare.Questo suggestivo paesaggio è caratterizzato da versanti scoscesi che contribuiscono alla formazione di cascate piuttosto alte. Sei di queste cascate sono sempre visibili, mentre in periodo particolarmente piovosi si arriva ad ammirararne più di dieci.Tra le cascate più conosciute e frequentate ci sono quelle formate dal Rio Claretto e dal Torrente Marderello, entrambi affluenti del Cenischia.Nella stagione estiva, queste cascate, vengono utilizzate da chi pratica il torrentismo, mentre nei periodi invernali sono frequentati dagli arrampicatori su ghiaccio.Tuttavia, la quota non molto elevata di questi salti d’acqua, che non superano i mille metri, fa sì che il ghiaccio si formi solo nei periodi più freddo dell’inverno.Infatti, le difficoltà tecniche dell’arrampicata non sono particolarmente elevate, fatta eccezione per cosiddetta cascata del FungoMagico.Impossibile non citare la cascata Coda di Cavallo che in alcuni periodi dell’anno mostra la sua bellezza mozzafiato. Questa cascata si trova nei pressi dell’Abbazia benedettina di Novalesa, fondata nel 726.Insomma, tra i tanti gioielli della natura che la nostra regione può orgogliosamente vantare, le cascate di Novalesa rappresentano una vera e propria chicca per tutti gli amanti della natura.

no, in Val di Susa. Sei di queste sono sempre visibili, mentre in periodi particolarmente piovosi si arriva a vederne addirittura più di dieci.
Io oggi vi porterò ad ammirarne tre.

La prima la troviamo sulla strada che porta all’Abbazia di Novalesa. Lasciamo l’auto nel comodo parcheggio poco prima di un ponte. Proseguiamo ora a piedi, attraversiamo il ponticello, e poco dopo troviamo alla nostra destra un sentiero che entra nel bosco. Lo seguiamo senza grosse difficoltà, sale dolcemente ed è molto breve. Infatti, in poco meno di 15 minuti, ci troviamo a destinazione.

Eccola, la cascata del Rio Bard! Molto bella e suggestiva, se il rio ce lo permette lo possiamo attraversare per poi percorrere il giro ad anello e ritrovarci nel parcheggio tramite un bel sentiero pianeggiante. Altrimenti percorriamo nuovamente la strada dell’andata.

ABBAZIA DELLA NOVALESA (Antonella Giroldini)

l 30 gennaio 726 il nobile franco Abbone fonda il monastero di Novalesa dedicandolo ai santi Pietro ed Andrea. La comunità ha notevole sviluppo e diviene centro di preghiera, di operosità (agricoltura, assistenza ai pellegrini in transito) e di cultura (trascrizione di codici).
Il periodo più florido è il secolo nono, anche per la grande personalità dei suoi abati, come Eldrado, venerato ed in seguito santo. Verso il 906 il monastero è assalito e distrutto da una banda di Saraceni. I monaci si salvano rifugiando a Torino, donde passano nella Lomellina a costruirvi il monastero di Breme.

Dopo qualche decennio i villaggi della Valcenischia, Ferrera, Venaus, Novalesa con il suo monastero, che nel frattempo è stato riaperto, costituiscono una specie di minuscola diocesi autonoma che durerà per diversi secoli. Nel 1646 agli antichi Benedettini succedono i Cistercensi riformati di San Bernardo che vi rimangono fino al 1798, quando sono espulsi dal Governo provvisorio Piemontese.

Nel 1802 Napoleone affida all’abate Antonio Gabet e ad altri monaci Trappisti di Tamié (Savoia) la gestione dell’ospizio sul valico del Moncenisio, per assistere le truppe francesi in transito. Dopo la caduta di Napoleone, i monaci scendono, prendendo dimora nell’antico monastero. Nel 1821 si uniscono alla Congregazione Cassinese d’Italia.
Purtroppo, in seguito alla legge di soppressione del 29 maggio 1855 da parte del Governo Piemontese, i monaci sono costretti ad abbandonare l’abbazia. Gli edifici messi all’asta, sono trasformati in albergo per cure termali, la biblioteca concessa al seminario, i manoscritti trasferiti nell’archivio di stato di Torino. Dopo varie peripezie nel 1972 il complesso monastico è acquistato dalla Provincia di Torino, che la affida ai monaci Benedettini provenienti da Venezia. La vita comincia così a rifiorire.
Gli edifici conservano tracce di tutte le epoche passate. Nella chiesa costruita nel secolo XVIII, sulle fondamenta di quella romanica preesistente, si notano residui di affreschi tra i quali è da notare la lapidazione di Santo Stefano (secolo XI). Le due ali superstiti del chiostro sono del secolo XVI.

Abbazia di Novalesa
Frazione San Pietro, Novalesa
Tel. 0122.65.32.10
Visite Guidate
La Chiesa, il Chiostro e La Cappella di S. Eldrado: sabato e domenica dalle 9.00 alle 11.30

Ulteriori visite:
in luglio ed agosto durante i giorni feriali: visita guidata alle ore 10.30 e alle ore 16.30 per scolaresche e gruppi numerosi si effettuano visite con prenotazione il mercoledì ed il venerdì dalle ore 9.30 alle 11.30

La Chiesa è aperta, senza visite guidate, con orario:
giorni feriali 9.00 – 12.00 / 15.30 – 17.30
giorni festivi 9.00 – 12.00

Nota bene: con pioggia o neve abbondanti le visite possono essere sospese.

Per ulteriori informazioni visitate il sito de La Ressia
E-mail: info@laressia.it
Tel. 0122/653116.

HOTEL DELLA POSTA NOVALESA (Antonella Giroldini)

na lunga storia …

…accompagna chi entra .a gustare i nostri piatti. A Novalesa, 60Km da Torino, un ristorante accogliente gestito da una famiglia di ristoratori ormai da 6 generazioni. Secondo la tradizione degli antichi “locali della posta”, trovate locali per riposare e mangiare prima di ripartire per il viaggio, .

L’ospitalità, la cortesia, la cura nella preparazione dei piatti sono gli ingredienti che si trovano per completare le giornate di relax

NOVALESA (Antonella Giroldini)

Novalesa, molto vicino a Susa e ancora più al Moncenisio, vanta una posizione strategica che gli conferisce bellezza naturalistica ed estrema comodità per raggiungere le mete escursionistiche più attrattive della zona. Gli amanti della montagna e della storia di questo tratto di arco alpino non possono non dedicare una visita al Museo di vita montana, in Val Cenischia, dov’è possibile ammirare l’autentico aspetto di “casa” pronta ad accogliere chi vuole fare un tuffo nel passato.

Fino alla costruzione dell’attuale strada per il valico, voluta da Napoleone Bonaparte, il borgo di Novalesa costituiva il punto di arrivo della strada carrozzabile che giungeva da Torino e da esso si dipartiva la Strada Reale, una mulattiera percorribile tutt’oggi che conduceva al Moncenisio. Lungo l’antica via Maestra, ancora oggi cuore della comunità, si affacciavano numerosi alberghi, locande e luoghi di riferimento per i viaggiatori che qui sostavano.

Le tracce sono visibili non solo nelle architetture tradizionali delle case che prospettano lungo la via centrale del borgo e all’interno dei vicoli e delle corti ma anche da un notevole apparato di affreschi che ne abbellisce le facciate. Accanto alla chiesa parrocchiale è visibile il ciclo affrescato raffigurante i Vizi, le Virtù e le Pene Infernali, opera del maestro Gioffrey del 1714 riportando modelli iconografici ancora tardo medievali. A breve distanza troviamo la Casa degli Affreschi (XIV sec.), un antico albergo sulla cui facciata esterna è posta una teoria di stemmi di Casa Savoia e degli altri Stati europei dell’epoca, e l’albergo dove soggiornò anche Napoleone Bonaparte, l’Ecu de France / Epée Royale con l’ampio scalone con balaustrate in legno. Al termine della via Maestra la cappella di San Sebastiano (XVII secolo) ospita al proprio interno il presepe artistico permanente di Novalesa.

La parrocchiale di Santo Stefano (XIII secolo), ricostruita nel 1684, conserva numerose testimonianze d’arte che la rendono uno dei più significativi monumenti ecclesiastici della Valle di Susa. La parrocchiale custodisce eccezionali opere d’arte, tra tutte il raffinato polittico di fine Quattrocento attribuito al tolosano Anthoyne de Lhonye; e cinque dipinti donati nel 1805 da Napoleone Bonaparte all’Ospizio del Moncenisio e successivamente traslati: la Deposizione attribuita alla bottega cremonese di Giulio Campi; l’Adorazione dei Magi, copia di scuola del Rubens; l’Adorazione dei pastori di François Lemoyne (1721); la Crocifissione di San Pietro, copia antica dell’originale caravaggesco del 1601, e la Deposizione di Cristo dalla croce, replica da un originale di Dirck van Baburen, il Martirio di Santo Stefano del cheraschese Sebastiano Taricco. Nell’area presbiteriale è conservato uno dei manufatti più antichi dell’abbazia di Novalesa, l’urna reliquiario di S. Eldrado (XII sec.), un capolavoro di oreficeria mosano-renana.

Accanto alla parrocchiale, la cappella del SS. Sacramento (1597) ospita dal 2002 il Museo di Arte Religiosa Alpina, una delle sedi del Sistema Museale Diocesano: sono raccolti oreficeria, tessili e dipinti provenienti dalla parrocchiale e dalle cappelle del territorio di Novalesa.

L’abbazia dei S.S. Pietro e Andrea (726 d.C.) è situata a pochi chilometri dal borgo di Novalesa e sorge ai margini della via di transito per il colle del Moncenisio. Il percorso plurisecolare si legge attraverso gli edifici del complesso monastico che mostrano i segni delle vicende costruttive e decorative che si sono succedute dall’alto medioevo al XIX. Dal 2009, con l’apertura del Museo Archeologico, l’Abbazia di Novalesa è al momento uno dei complessi monastici europei di cui sono meglio note le strutture materiali entro le quali si è svolta nei secoli la vicenda spirituale della comunità.

CASCATELLE DI CANNETO (Antonella Giroldini)

Il sentiero delle acque di Val Canneto
Un bellissimo itinerario che attraversa la Val Canneto tra boschi secolari e spettacolari cascate; con la possibilità di salire, per i più arditi, fino al valico di Forca Resuni.


Partiamo nei pressi del Santuario di Canneto (Madonna Nera), vicino a Settefrati, percorrendo un comodo sentiero che sale dolcemente all’ombra di grandi faggete. Poco dopo cominciamo a sentire la voce del fiume Melfa e ci troviamo al cospetto di una prima cascata, tra salti di roccia e acque cristalline… Ma è solo l’inizio! Tutta la prima parte del percorso costeggia il fiume incrociando refrigeranti cascatelle, limpide pozze e giochi d’acqua fino a raggiungere la cascata dedicata a Giovanni Paolo II, che è stato qui in meditazione nel 2008. Proseguiamo tra bosco e acqua fino alle sorgenti, che zampillano in una verde vallata. In questo paesaggio paradisiaco possiamo godere tutti di una meritata pausa, poi, chi se la sente, può proseguire verso i Tre Confini e salire al Rifugio di Forca Resuni.
In questa parte del percorso il paesaggio si trasforma: il sentiero si fa aspro e roccioso, e si inerpica abbastanza ripidamente tra pini mughi e magnifiche vedute sui monti d’intorno. Arrivati al valico di Forca Resuni (1952 m), ogni sforzo sarà ripagato dalla bellezza dei panorami, con il monte Petroso che incombe proprio sopra al rifugio e l’apertura sulla valle Iannanghera, la Camosciara e il lago di Barrea. Scendendo per lo stesso sentiero, raggiungiamo chi ha preferito riposare e, tutti insieme, completiamo la via del ritorno.
Prima dell’immancabile terzo tempo, faremo una sosta per visitare il santuario.

WEEK END A SPERLONGA (Antonella Giroldini)

Sperlonga sorge su uno sperone di roccia, la parte finale dei monti Aurunci, che si protende nel mar Tirreno e nel golfo di Gaeta confluendo nel monte di San Magno.

Il territorio circostante è perlopiù pianeggiante. La spiaggia di fine e dorata sabbia bianca si alterna a vari speroni di roccia che si gettano in mare, formando calette meravigliose, spesso raggiungibili solo in barca. Queste formazioni rocciose sono presenti a sud della cittadina, in direzione del promontorio di Gaeta.

IL SANTUARIO SANTA MARIA DEL CANNETO (Antonella Giroldini)

Nei pressi del santuario, alle sorgenti del Melfa, nel 1958 furono rinvenuti i resti di un tempio dedicato alla dea Mefite, con monete ed ex voto fittili risalenti al III secolo a.C.
                                                   
Nel 1974, a meno di un chilometro dal centro abitato, in località Casa Firma furono rinvenute alcune sepolture con vasellame e una piccola moneta divisionale, oltre ai resti di un pavimento in mattoncini a spina di pesce: il tutto probabilmente appartenente a una villa rustica romana risalente all’epoca tardo-imperiale.

Il Santuario di Canneto (nome ufficiale Basilica pontificia minore di Maria Santissima di Canneto) sorge nel territorio di Settefrati a 1030 m s.l.m., a circa 10 chilometri di strada carrozzabile dal centro del paese. L’attuale edificio di culto conserva scarsissime testimonianze delle epoche precedenti.

La facciata della Basilica in pietra con ingresso centrale e due entrate laterali. Dinanzi alla facciata si apre un portico con cinque arcate e campate voltate a crociera. Il portone principale è inquadrato dalla cornice del vecchio portale, realizzata durante i restauri del 1857, con un’ epigrafe in latino che documenta quei lavori, posta sull’architrave. La sopraelevazione centrale della facciata è sormontata da un timpano, recante al centro lo stemma della basilica. Il portone principale, realizzato nel 2015 in bronzo, riporta in rilievo la statua della Madonna di Canneto venerata dai pellegrini

La facciata risale agli anni venti del secolo scorso, e tutto il resto del santuario è stato completamente rifatto negli anni settanta, con una linea architettonica che ha dato luogo a molte polemiche circa l’effetto devastante che l’insieme rappresenta per il paesaggio.

Altri interventi (abside e trono marmoreo della Madonna) erano stati effettuati nel secondo dopoguerra. Nel piano sotterraneo del santuario sono conservati pochi elementi architettonici del secolo scorso, tra cui il vecchio portale di ingresso su cui un’iscrizione tramanda la memoria del rifacimento compiuto nel 1857 per la munificenza del re Ferdinando II di Borbone, e una discreta collezione di ex voto.

La statua della Madonna di Canneto

Molto più antica è la statua di legno di tiglio, rivestita più recentemente da un manto di seta ricamato in oro e incoronata con una corona d’oro, anch’essa recente. Il Bambino è tenuto a sinistra. Secondo gli studiosi la statua, che in origine aveva una postura seduta in trono e teneva il Bambino al centro, potrebbe risalire al XII o XIII secolo ed essere inquadrata nell’arte medievale abruzzese.

La proibizione di spostare la statua, sancita dalla leggenda del Capo della Madonna e dell’appesantimento, e quindi dell’espressa volontà della Vergine di non essere allontanata da Canneto, fu interrotta nel 1948, quando fu portata in pellegrinaggio nei paesi disastrati dagli eventi della guerra, quasi a confortare le popolazioni. Una seconda peregrinatio si è avuta nel 2000 in occasione del Giubileo del 2000 e la terza importante dal 27 settembre 2014 al 26 luglio 2015 quando la Vergine Bruna ha attraversato tutte le parrocchie della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo e alcune parrocchie che partecipano al pellegrinaggio del 22 agosto della diocesi di Isernia-Venafro.

Il pellegrinaggio al santuario di Canneto si svolge durante tutta la buona stagione, e tocca il suo culmine ad agosto. Il 18 agosto una riproduzione della statua viene portata in processione da Settefrati al santuario, per tornarvi il 22, sempre processionalmente.

A parte le visite individuali, i fedeli, per antica tradizione, giungono a Canneto organizzati in “compagnie”, precedute dai loro stendardi, più o meno numerose (da poche decine fino a 400 o 500 membri). Provengono dai paesi del Cassinate, del Sorano, della province di Roma, Latina, Caserta, Isernia, L’Aquila. Alcune arrivano a piedi, lungo i sentieri dei monti; di recente il pellegrinaggio a piedi ha conosciuto un certo revival, anche ad opera delle nuove generazioni.

Il pomeriggio del 21 agosto tutte le compagnie presenti sfilano in una grandiosa processione eucaristica che si reca verso le sorgenti del Melfa. Dal 21 pomeriggio comincia il ritorno verso casa: quelle che passano da Settefrati la mattina del 22 sono solite sfilare anche in paese recandosi nella chiesa parrocchiale. In passato i pellegrini compivano nel santuario o nei dintorni diversi rituali, oggi presenti in forma residuale, ma non scomparsi del tutto.

All’arrivo molti usavano fare gli ultimi metri in ginocchio, e quando lasciavano la chiesa camminavano a ritroso per non voltare le spalle alla Vergine. Altre consuetudini erano da una parte la ricerca delle “stellucce” della Madonna alla sorgente di Capodacqua, dove si diceva ci fossero le schegge che l’anello della Signora aveva lasciato a contatto con la roccia, quando aveva fatto sgorgare l’acqua, e dall’altra la “comparanza” che si acquistava immergendosi con i piedi nell’acqua e compiendo alcuni gesti e formule predefiniti e recitando il Pater, Ave, Gloria tenendosi per mano. A questa pratica, a testimonianza di quanto fosse radicata nelle popolazioni, allude in una sua poesia Libero de Libero.  Queste usanze sono in genere documentate dal racconto degli osservatori o dalle disposizioni delle autorità ecclesiastiche che manifestano una certa preoccupazione per gli aspetti superstiziosi e paganeggianti di alcune di esse.

I pellegrini provenienti dall’area sorana associavano la venerazione della Madonna di Canneto con quella di San Domenico di Sora, popolarmente definiti fratello e sorella. Le spoglie di San Domenico, custodite sulla sponda del Fibreno, venivano visitate sulla via del ritorno: questo itinerario è testimoniato anche da una pagina di Cesare Pascarella che sottolinea gli aspetti pittoreschi dell’abbigliamento.

La Valle di Canneto, fitta di boschi prevalentemente di faggio, nella sua parte più alta è zona di riserva integrale del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Rappresenta una propaggine della Valle di Comino incuneata tra i contrafforti del Massiccio del Meta, e costituisce un percorso naturale dall’area laziale del bacino del Liri verso il bacino del Sangro, in Abruzzo, e, attraverso l’altopiano del Meta, verso il bacino del Volturno in Molise.

Questa posizione ottimale come via di transito ha fatto sì che la  valle assumesse fin dall’epoca pre-romana un ruolo importante per la confluenza e gli scambi delle popolazioni di ambedue i versanti dell’Appennino: ruolo accentuato dalla presenza di miniere di ferro il cui sfruttamento, iniziato nell’antichità, è proseguito fino alla metà del XIX secolo.

SETTEFRATI (Antonella Giroldini)

Settefrati e la Valle di Canneto

Sorge su una montagna preappenninica ad Est della Valle di Comino, nel territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Il borgo medioevale, dalla tipica pianta circolare, è dominato da un’alta torre. E’ sorto sui resti di “Vicus”, antico insediamento preromano e deve il suo nome ai monaci benedettini, che vollero così ricordare i sette figli di Santa Felicita uccisi a Roma durante le persecuzioni contro i Cristiani, nel 164 d.C.

L’ampia ed elegante Piazza del Municipio è un importante punto di ritrovo per i cittadini ed i turisti che visitano Settefrati. Sulla Piazza, caratterizzata da selciato in sanpietrini, affacciano la Sede del Comune e la Chiesa di Santo Stefano. Accanto alla Chiesa si sviluppa una bella scalinata che salendo termina davanti ad un maestoso tiglio. Al centro della piazza si apre una fontana costruita in ricordo del miracolo compiuto dalla Madonna del Canneto, apparsa ad una giovane pastorella, che fece sgorgare l’acqua dalla roccia

Le prime popolazioni che in epoca storica stabilirono la loro residenza nel territorio del comune furono quelle Osche e Umbre, ed in particolare i Volsci, Aurunci, Equi e Sanniti che trovarono in alta Valle di Comino un luogo di incontri.

Alla prima epoca storica (V-VI Sec. a.C.) risale il culto della Dea Mefiti ed il Centro religioso presso le sorgenti del Melfa, in Valle di Canneto, con il tempio dedicato alla stessa dea di cui recenti ritrovamenti hanno accettato l’esistenza.

Il primo insediamento abitativo, di cui restano tracce nell’area dell’attuale centro storico, è quello della città di Vicus, la cui origine si fa risalire ad epoca immediatamente successiva alla distruzione, da parte dei romani, cella città di Cominium (in lingua Osca significa “Luogo di incontro”) nel 293 a.C.

Durante il periodo della dominazione di Roma, la Valle di Canneto mantenne il carattere di luogo d’incontro per le popolazioni dell’Alto Sangro e del Basso Lazio, e di cen­tro religioso, come attestato dall’importanza che continua ad avere il Santuario-OracoIo della Dea Mefiti.

Intorno al V sec. d.C. il primitivo nome di Vicus viene sostituito con Settefrati (abbreviazione di Sette Fratelli) e il tempio presso le sorgenti del Melfa passa dal culto pa­gano a quello cristiano della Madonna di Canneto e da al­lora ha sempre mantenuto le caratteristiche di importante centro religioso per le popolazioni del Lazio, Abruzzo, Mo­lise e Campania.

Dopo la dominazione romana subì le invasioni dei Vi­sigoti, il dominio degli Ostrogoti e Longobardi e, fra l’881 e il 916, numerose scorrerie dei Saraceni. Dall’inizio del IV sec. fino al XII, il territorio fece parte come possedimento dell’Abbazia di San Vincenzo e dell’Abbazia di Montecassino, subendo l’influenza e la colonizzazione dei monaci benedettini.

Con l’affievolirsi della potenza dei Benedettini, il terri­torio di Settefrati fu retto feudalmente  da varie famiglie mentre si succedevano nella regione i domini normanno, svevo, angioino, del Regno di Sicilia; a questa epoca risal­gono gran parte dei resti di fortificazioni ancora esistenti sulla rocca di Settefrati.

Nel 1815 il territorio entra a far parte del Regno delle Due Sicilie ed il regime feudale che, si può dire, si man­tenne fino all’avvento del Regno d’Italia, ostacolò il pro­gresso dell’agricoltura; le misere condizioni dei contadini fino all’inizio di questo secolo furono inoltre tali da favorire il brigantaggio.

 Nel XV sec. il centro subì nume­rosi saccheggi e distruzioni da parte di milizie aragonesi.

Nel 1654 un violento terremoto distrusse quasi total­mente l’abitato che fu poi temporaneamente abbandonato con la peste del 1656.   

Le costruzioni risalgono,  per la maggior parte, ai secc. XVIII e XIX nella loro forma attuale, ma in molti degli edifici sono ancora visibili le strutture originarie e particolari ar­chitettonici medievali. 

Sono anche presenti resti di bastioni e una torre del Xll-XIll sec., nonché resti di murature anteriori, forse anche di epoca pre-romana.

Di notevole importanza è la Chiesa della Madonna del­le Grazie, del sec. X, con soffitto a cassettoni intarsiato e dorato con raffigurante nell’atrio la Visione di Frate Alberico (visione che avrebbe dato a Dante l’ispirazione per la “Divina Commedia”) e nell’interno pitture di Marco di San Germano.

Di notevole importanza religiosa e archeologica è la Valle di Canneto, presso le sorgenti del Melfa, ove, durante i lavori di captazione delle acque per l’alimentazione dell’ acquedotto degli Aurunci, nel 1958, furono portati alla luce, a 12 mt. di profondità, notevoli reperti archeologici (sta­tuette raffiguranti la dea Mefiti risalenti al V-IV sec. a.C., monete di  epoca repubblicana (111 sec. a.C.), tegole ecc.).