PALMANOVA (Antonella Giroldini)

Palmanova è unica nel suo genere perché la sua pianta è geometricamente perfetta, a tal punto da sembrare quasi “non umana” nella sua visione dall’alto. E’ a forma di stella a nove punte.  E’ circondata da mura e fossati che per circa sette chilometri formano questa cornice così armoniosa. Sei strade convergono verso il centro, una piazza esagonale, talmente perfetta che al suo interno è facile restare confusi, trovandosi di fronte ad un panorama pressoché identico a 360°. E’ la città della “numerologia” per eccellenza avendo: Stella a 9 punte come pianta;  9 bastioni di fortezza e cerchie di mura; 3 porte di accesso rivolte verso Cividale, Aquileia e Udine; 18 strade radiali di cui 6 le principali;  La piazza centrale esagonale. Fondamentalmente risulta essere costruita sul numero 3.

Il 7 ottobre 1593 fu posta la prima pietra sul progetto di Giulio Savorgnan e Marcantonio Martinengo. La sua edificazione impegnò molte energie oltre all’armonia e alla sua originalità doveva anche essere funzionale, dato che uno dei suoi principali scopi era la difesa della zona dalle invasioni dei turchi.

Fu l’antico borgo di Palmata ad essere trasformato in Palma La Nuova. Fu costruita per volontà della Serenissima Repubblica di Venezia che disse di averla realizzata esclusivamente a scopo militare. Ma la sua forma è troppo originale affinché l’unica ragione sia questa.

Si decise di realizzarla a causa dei turchi che, dopo sette incursioni senza troppa fatica in Friuli, misero quasi la regione in ginocchio. Le altre città erano troppo vecchie e mal ridotte dal punto di vista difensivo, occorreva qualcosa di innovativo, una grossa fortezza “contenitore” per persone in difficoltà.

Una difesa per il corpo e per l’anima.  Interessante è la Piazza d’Armi o Piazza Grande, la piazza centrale perfettamente esagonale. Al centro vi è un basamento a 6 lati, di pietra d’Istria da cui si alza lo stendardo. All’imbocco di ogni strada che si diramano da qui vi sono 11 statue che rappresentano i Provveditori Generali della fortezza. Non si conoscono le singole vicende che legano ogni personaggio, ma si ritiene che vennero scolpiti a riconoscenza di qualche fatto.

Inoltre lungo tutto il perimetro della piazza passa un canaletto pieno d’acqua. Questo ha un forte valore simbolico perché valorizza il centro di Palmanova come area pura, pulita, sicura perchè circondata dall’acqua. Circoscriversi con il nobile liquido significava difendersi da un fuoco, da un incendio dirompente, dalla corruzione e dal male del mondo circostante.

E qui potrebbe emergere una duplice lettura.
Se da un lato si usavano le mura per difenderla da attacchi concreti di eserciti spietati, dall’altro si usava un “muro di acqua” come difesa da forze oscure e malvagie, perché essa, simbolo di vita, avrebbe respinto la morte.

Così Palmanova, oltre a distinguersi come Gran fortezza, aveva l’appellativo anche di luogo di salvezza, se venne concepita per difendere il corpo, perché no, poteva difendere anche l’anima.

Di seguito le 6 frasi sui lati del basamento

“Non fare al tuo prossimo cosa che tu non vorresti fatta a te”
“Popolo ecco qui costituito il tuo sovrano”
“Chi desidera il ritorno della antica schiavitù resti vittima sotto quest’albero”
“Guerra contro i tiranni e pace alli popoli”
“La fratellanza è la principale conseguenza dell’eguaglianza della libertà e della giustizia”
“Popolo godi dei tuoi diritti ma non dimenticare mai i tuoi doveri”

La città ideale
E’ stata realizzata in questo modo anche per essere un baluardo del rinascimentale concetto di città ideale.
La sua data di nascita è il 7 ottobre 1593, che ricorda due date molto importanti: la festa di Santa Giustina patrona della città e l’anniversario della vittoria di Lepanto sui Turchi nell’anno 1571 e dato che è stata voluta dalla Serenissima di Venezia come baluardo di difesa contro i turchi, la data di fondazione è simbolica.
Poi nel 1797 alla caduta di Venezia passò sotto il dominio napoleonico, poi all’Austria e infine al Regno d’Italia nel 1866.
Nel 1960 fu proclamata l’intera città “Monumento Nazionale”.

Una macchina da guerra
Una curiosità: per salire al piano superiore delle tre porte principali occorre percorrere alcune rampe laterali, così se i nemici fossero riusciti ad oltrepassare le entrate, sarebbero finiti in una sorta di cortile interno chiuso dalle stesse rampe, direttamente in trappola in balia degli assediati che erano lì in alto ad aspettarli.

Un’altra caratteristica della città era la sua “invisibilità”. Era infatti stata costruita più in basso della linea d’orizzonte così da sparire agli occhi nemici che non sarebbero riusciti a definirla completamente avendo sempre molti angoli sconosciuti. Dopotutto le ricognizioni aeree non esistevano e colline e monti erano lontani. Inoltre le mura esterne sono ricoperte di terra e vegetazione che addirittura mimetizzano l’intero abitato. Fu celebrata come la più inespugnabile città dell’intera Europa. Per questo ispirò altre fortezze europee: Pamplona e Jaca in Spagna, Vauban in Francia, Neuf Brisach in Alsazia, Fredericia in Germania più tante altre.

Perché non fu mai abitata?
Ma Palmanova aveva anche un cuore, non doveva ospitare solo militari, ma era stata progettata per contenere anche 20.000 abitanti, famiglie disposte a vivere al suo interno. Ma la cosa non ebbe successo perché nessuno ci andò ad abitare.
Per quale motivo? Forse spaventava l’idea di crescere dei figli all’interno di un ambiente finalizzato alla guerra. Oppure semplicemente spaventava la stessa città, così regolare, così perfetta e uguale in ogni suo angolo, probabilmente anche così fredda, soprannaturale, ultraterrena.

Se questo affascina noi che ci rechiamo a visitarla, un tempo poteva forse spaventare. Chissà, magari all’interno di questa stella perfetta ci si sentiva addirittura prigionieri. La sensazione era così forte che la stessa Venezia per “riempire” la città inviò i prigionieri per viverci. Il destino volle che Palmanova non affrontò mai un assedio, perché passò poi sotto il dominio napoleonico in totale pace e abbandono.

Unica in Europa, Palmanova mantiene un fascino senza pari, una vera stella del firmamento in terra. Così come noi dalla terra possiamo osservare le stelle in cielo, finalmente anche il cielo può osservare una splendida stella sulla terra.

La leggenda del pastore Camotio e della ragnatela
Esistono due leggende legate alla fondazione di Palmanova. La prima narra di un pastore di nome Camotio che addormentatosi nel luogo in cui successivamente sorse la città, corse dai suoi amici giurando di aver avuto come visione una grandiosa fortezza a forma di stella che lì sarebbe sorta. Lo presero per ubriaco e lo beffeggiarono. Un’altra narra che quindici provveditori, durante un sondaggio del terreno, furono colpiti da un temporale e trovarono riparo in una cappella di quel luogo desolato. Mentre erano in attesa che la pioggia cessasse, una ragnatela cadde dal soffitto posizionandosi perfettamente davanti a loro. Ed ecco che ebbero come un’illuminazione per il progetto della futura fortezza. Dopotutto non esiste nulla di tanto perfetto che non nasca prendendo ispirazione dalla natura stessa e chi, come un ragno, avrebbe saputo meglio costruire un luogo di difesa! Furono tutti d’accordo, si passò al progetto e come piccoli ragnetti iniziarono a tessere la piantina.

 

IL MIRACOLO DI BOLSENA (Antonella Giroldini)

Vuole una tradizione mai comprovata che il Duomo sia sorto per celebrare questo portento. Nel 1263 un prete boemo, Pietro da Praga, sulla strada di un pellegrinaggio a Roma, si fermò a Bolsena per dire messa. Le sue perplessità circa il mistero della transustanziazione – l’incarnazione del corpo di Cristo nell’ostia consacrata – vennero fugate dalle stille di sangue che all’ostia innalzata bagnarono il corporale e i santi lini liturgici. L’anno seguente per celebrare il prodigio una bolla papale istituiva per tutta la cristianità la festa del Corpus Domini e per conservare le reliquie venne deciso di erigere a Orvieto una chiesa degna di tanto miracolo. Nel 1337 la potente famiglia orvietana dei Monaldeschi commissionava all’orafo Ugolino di Vieri il reliquiario in oro, argenti e smalti e l’anno seguente veniva portato in processione per le vie della città inaugurando una tradizione che in occasione del Corpus Domini resta ancora oggi una delle principali attrattive folcloristiche.

La Gomera : cibo e bevande (Antonella Giroldini)

Il mercato bisettimanale di San Sebastian è un ottimo posto per scoprire i prodotti tipici di La Gomera. Le specialità locali sono il miel de palma ( miele di palma), uno sciroppo dolce preparato con la linfa della palma; l’almagrote, una pasta di formaggio di capra insaporita con peperoncino e pomodoro da spalmare su pane; e il queso gomero ( formaggio fresco di capra di La Gomera) , un formaggio fresco e cremoso preparato con il latte delle capre locali e servito con le insalate, come dessert o cotto alla griglia e marinato nel mojo, la famosa salsa delle Canarie che è un’altra specialità dell’isola.

Ci sono molti ottimi ristoranti dove assaggiare queste specialità. Il migliore, almeno secondo la gente del posto, è Casa Efigenia, un ristorante di campagna che è una vera istituzione locale in cui potrete assaggiare piatti come il potaje de berros ( zuppa di crescione) annaffiati con un bicchiere di vino bianco freddo di La Gomera.

Narni (Antonella Giroldini)

Sorge su uno sperone a dominio della gola del Nera e della conca ternana, in una posizione difesa naturalmente dagli aspri versanti che ne hanno anche inevitabilmente condizionato la forma e lo sviluppo urbano. Città di antichissima origine, Narni fu un nodo stradale di fondamentale importanza per il controllo della viabilità tra Roma e l’Adriatico. L’abitato di forma allungata, conserva tracce delle varie fasi formative, da quella umbra e romana del settore nord. , a quella medievale che ha vita ai terzieri di Fraporta e di Mezule. . La Rocca albornoziana, simbolo del potere papale, domina dal sommo l’intera città. L’importanza del ruolo territoriale ricoperto da Narni comportò anche assedi, saccheggi, devastazioni. La realizzazione dello scalo ferroviario favorirà la localizzazione di attività produttive, servizi e residenze, e permetterà di costruire a valle quello che a monte era impedito dall’accidentata morfologia dei luoghi. Il nuovo nucleo però rimarrà troppo distante per consentire al centro di avvalersi della vitalità di un’ immediata periferia

Castello di San Girolamo (Antonella Giroldini)

Il Castello di S.Girolamo, è un antico convento francescano fondato dal cardinale Berardo Eroli nel 1471, di cui oggi non rimane altro che la chiesa, la base del campanile e pochi altri elementi incorporati nell’odierna costruzione risalente al XIX secolo.

La chiesa è l’elemento più autentico della costruzione, il portale è originale e offre un disegno agile e armonico e sopra di esso, il rosone dell’800 ha coperto un brutto finestrone del ‘600. L’interno ad una sola navata prende ispirazione dal Duomo e nell’abside da S. Agostino. La volta a crociera è sostituita dalle nervature che si sviluppano dai pilastri multipli.

In fondo all’abside si trova una grande tela che ritrae San Girolamo, ispirata ad uno dei pannelli della predella del Ghirlandaio. L’ Incoronazione della Vergine del Ghirlandaio si trovava in questa chiesa; dopo essere stata conservata per anni al Palazzo comunale di Narni oggi è conservata nel Museo Eroli. Gli affreschi non sono più presenti: distaccati al momento dei restauri e riportati su tela, l’affresco dello Spagna: le stimmate di S.Francesco si trova nel Palazzo Comunale. Accanto c’è il chiostro dove le linee originali sono quasi scomparse completamente, però al centro puoi vedere il pozzo ed alcuni resti di costruzione antica riutilizzati, e le tracce degli archi del porticato.

Fabio Volo “A cosa servono i desideri” (Antonella Giroldini)

…. tra le pagine che ho trovato queste parole di Khalil Gibran:

La mia casa mi dice:” Non lasciarmi, perché qui dimora il passato”.  E la strada mi dice : Vieni e seguimi, perché sono il tuo futuro”.  E io dico alla casa e alla strada: “Non ho passato, non ho futuro. Se resto, c’è un andare nel mio rimanere; e se vado, c’è un restare nel mio andarmene. Solo l’amore e la morte mutano tutte le cose”.

Le cose magiche, le cose che stupiscono, che lasciano il segno accadano quasi sempre dalla nostra comfort zone.

“Una nave in porto è al sicuro, ma è per questo che le navi sono state costruite” (John A. Shedd)

“Porto con me le ferite di tutte le battaglie che ho evitato” (Fernando Pessoa)

Dovevo avere il coraggio di partire, andare nel mondo in cerca della mia famiglia, non quella biologica, quella elettiva.

“C’è un momento in cui la giovinezza si perde. E’ il momento in cui si perdono gli altri. Bisogna saperlo accettare. Ma è un momento duro”. (Albert Camus)

Lasciare gli affetti, allontanarmi dalle persone a cui ero legato era difficile, mi creava un disaggio profondo, che cresceva quando chi era intorno a me mi diceva: ” Chi ti credi di essere? Pensi di essere meglio di noi? “.

Il mio disagio mi faceva vergognare di me stesso , mettendomi in imbarazzo , perché pensavo nascondesse l’egoismo e la presunzione di chi crede che il mondo abbia in serbo per lui qualcosa di diverso dal destino che gli è toccato per nascita.

C’è voluto del tempo per capire che il mio disagio era una forma di amore vero, reale, verso la mia persona. C’è voluto del tempo per imparare che l’egoista non è chi ama se stesso ma chi si ” occupa” solo di se stesso.

Come lui, nemmeno io mi sono fatto frenare dall’amore per i miei genitori e per gli amici. Non era solo la rabbia o la voglia di un riscatto sociale a darmi coraggio, ma il desiderio di godere, amare, respirare la vita fino in fondo.

Dovevo lasciare andare anche gli ultimi ormeggi che mi tenevano legato a una vecchia idea di me. Dovevo solo diventare ciò che ero già, anche se non era del tutto chiaro ai miei occhi .

Una volta compiuto il grande passo, ho subito capito che avrei deluso quelli che avevo intorno perché stavo diventando una persona diversa, a loro sconosciuta, lontana dall’idea che avevano di me.

Deludere chi ci vuole bene è un passo difficile da sostenere , ma in quel momento era necessario.

Ero partito come un maratoneta che correva in compagnia dei suoi amici e dei suoi familiari . Mentre correvo avevo capito di avere una buona gamba e di poter andare più veloce. Avevo deciso di seguire la mia forza. Dopo un po’ di strada mi ero accorto di aver staccato il gruppo, mi ero girato e mi ero scoperto solo. Loro erano indietro, li vedevo ridere tutti insieme , e io ero solo con me stesso. Era accaduto quello che avevo sempre temuto: la solitudine si era impossessato di me.

” tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera. Bisogna conoscere se stessi. E anche se questo non servisse a trovare la verità, servirebbe almeno a regolare la propria vita; e non c’è niente di più giusto. (Blaise Pascal)