CASINA DELLE CIVETTE (Antonella Giroldini)

Questa casa incantata, situata all’interno del parco di Villa Torlonia, è una delle bellezze poco conosciute della Capitale. Il suo nome è legato alle innumerevoli decorazioni di civette riportate nelle vetrate e nelle maioliche, un tema quasi ossessivo voluto dal principe Giovanni Torlonia, un uomo solitario e malinconico che ne aveva fatto il suo rifugio personale.

La struttura fu edificata nel 1840 per volontà di Alessandro Torlonia ed era conosciuta come “la Capanna Svizzera” per via del suo aspetto molto simile a quello di un rifugio alpino. Nel 1908 il principe Giovanni Torlonia Jr, nipote di Alessandro, ne fece la sua dimora apportando una ristrutturazione che stravolse totalmente la vecchia architettura. Furono aggiunte logge, vetrate, porticati e torri decorate con maioliche colorate, fino a trasformarla in una villa dall’aspetto medievale.

Solo nel 1914, quando furono realizzate le due vetrate raffiguranti delle civette, la vecchia costruzione cambiò il suo nome con “La casina delle Civette”. Il Principe Giovanni era un amante della simbologia dell’occulto e scelse la civetta proprio per il suo significato esoterico, infatti, l’immagine di questo animale notturno è un tema ricorrente, riportato più volte nelle decorazioni, negli arredi degli interni e in molti altri punti della casa. Il principe Torlonia, di cui si hanno pochissime informazioni se non il fatto che fosse uomo poco socievole e cupo, che non si sposò mai e che non ebbe eredi, abitò questa casa fino al 1939, anno della sua morte.

La Casina, durante la seconda guerra mondiale fu distrutta dall’occupazione delle forze anglo-americane e, dopo anni di abbandono, nel 1978 fu acquistata dal Comune di Roma e definitivamente danneggiata da un incendio nel 1991. Nel 1992 fu avviato un lungo lavoro di restauro che durò ben cinque anni e la Casina delle Civette è oggi un museo dedicato all’arte della vetrata, un gioiello ritornato al suo antico splendore e restituito alla città di Roma e ai suoi turisti.

Come Viaggia l’ARIETE (Antonella Giroldini)

Ariete (21 /03 – 19/04)

Viaggiare per superare i propri i limiti: affrontare le sfide e vincere!

Citazione: “ti proteggerò dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo (…) ed io. Avrò cura di te” Franco Battiato – La cura.

Il viaggio all’interno dello Zodiaco inizia dall’ Ariete.  Per capire l’essenza di questo segno, bisogna immaginare un terreno incolto, illuminato da un raggio di sole e sotto la terra umida, un seme si fa coraggio e germoglia. L’Ariete è questo: uno slancio vitale di audacia e forza.

Tutta la sua energia è concentrata nell’esplosione, nella partenza a razzo… ogni cosa è qui e ora, vuole tutto e subito, non ha un minuto da perdere. Lo scopo della sua vita è ardere, il fine ultimo della sua esistenza è appunto, esistere. “Io sono” dice l’Ariete.

Quale viaggio gli si addice ad un segno così energico, dinamico e caratterizzato da un bisogno estremo di mettersi sempre alla prova?

La montagna è la sua meta ideale! Lo immagino sulle Dolomiti, per una vacanza a pieno ritmo: scalate, passeggiate, arrampicate e vie ferrate lungo i costoni ripidi e rocciosi. E dopo una giornata di imprese e gite, come recupera le energie? Seduto stanco ma compiaciuto e soddisfatto davanti al lago di Braies con la consapevolezza che sì, di essere bravo,  ma che lo spettacolo che la natura sa donare rimane comunque irraggiungibile da eguagliare, anche per un iron – man come lui!

 E tu? Sei pronto a lanciarti nelle sfide adrenaliniche, magari organizzando una giornata low cost a contatto con la natura, sai sfidare i tuoi limiti? Hai voglia di raccogliere il guanto della sfida dell’Ariete che si muove al motto : “ PER VINCERE SENZA ESSERE VINTI”?

IL MARE DEGLI DEI (Antonella Giroldini)

“Andar per isole alla ricerca del proprio MITO”

Navigare tra le pagine di questo libro, tra miti e racconti può diventare un viaggio che ci aiuta a incontrare e sperimentare parti di noi, a riconoscere quale energia ci guida, quella piena di luce di Apollo, quella creatrice di Afrodite, o quella ordinatrice di Zeus.

L’estate si avvicina, la voglia di partire è tanta e cominciamo a ragionare sul COME, DOVE, QUANDO farlo.  Non ho le idee chiare, so che in questo momento ho voglia di un viaggio che sappia nuovamente di scoperta, di contatto con l’altro. Ho voglia di espatriare, visitare un’altra nazione, anche se non troppo lontana. Non sono ancora pronta dopo due anni di “fermo” a lanciarmi in un viaggio intercontinentale, ma ho voglia di esotico, di leggerezza, di sole, di sorrisi, di contatto umano. E la parola chi mi viene alla mente è Isola.

Ed allora eccolo il libro che fa per me! Lo scovo quasi per caso mentre navigo alla ricerca di ispirazione. “Il MARE DEGLI DÈI. Guida mitologica alle isole della Grecia”, firmato dai professori Guidorizzi e Romani – Edito da Raffaello Cortina è il libro giusto.

Parla di mare, di isole e di miti un mix irresistibile! Il mare per me rappresenta da sempre la voglia di osare, avventurarmi nelle infinite possibilità.

Ciascuna di queste isole è un invito al viaggio in Grecia, “nazione arcipelago” di isole, una più bella e misteriosa dell’altra ma al contempo spunto alla scoperta del territorio, del mondo e di sé stessi.

Permettersi di perdere ogni riferimento, abbandonarsi all’acqua e alle sue creature fantastiche, aprirsi ad incontri straordinari: mostri marini, sirene, popoli e creature inusitate, divinità arrabbiate. In più questo piccolo Atlante del Mar della Grecia ha in sé un altro elemento irresistibile, le isole!

Lembi di terra così diversi uno dall’altro, piccole perle incastonate nel mare che si inserisce tra loro a limitarle e separale, ma al tempo stesso a legarle. Questo libro fa un po’ lo stesso: è “una trama di racconti solca le acque, al pari delle navi antiche e connette un’isola all’altra, come le linee tracciate su una carta nautica”. Di pagina in pagina, di isola in isola, da un mito all’altro, tra dei, eroi e uomini (per lo più donne in fuga dalle voglie di un immortale con la fregola) questa trama di racconti avvolge e coinvolge il lettore, che abbia o meno reminiscenze di mitologia classica”.

Un articolo in cui oltre a farti assaporare ciò che questo libro dona, ti accompagnerà a riconoscere come si possono utilizzare le varie isole con i suoi racconti, miti, leggende e bellezze naturalistiche nel compiere un viaggio in puro stile Travel Coaching firmato LiLaLand©.

Pronti a partire?

Il nostro viaggio si apre in volo: “nel tempo del mito solo gli dèi potevano sorvolare il mare di Grecia, trapunto di isole e scogli, spazzando l’aria sui loro carri alati, come fa Poseidone, il re di tutte le acque, nell’Iliade, quando aggioga il suo cocchio e vola sul mare; l’asse di bronzo sfiora le onde, le ruote neppure si bagnano, mentre dal profondo guizzano delfini, pesci, mostri marini, balzando di gioia per festeggiare il loro padrone”. 

Oggi, invece, noi turisti e/o viaggiatori possiamo vivere quasi come moderni divinità, possiamo riscoprire “la nostra natura divina” goderci questa visione della Grecia dall’alto, “ora lo possiamo fare tutti, quando dal finestrino dell’aereo guardiamo quella ghirlanda di terre, disseminate sulla distesa viola, che Omero chiamava “il mare colore del vino”. ….”

La fase dell’arrivo, del volo in un viaggio in travel Coaching è il momento in cui ci si domanda cosa ci piacerebbe ricevere da questa esperienza. Ti invito quindi a porti la stessa domanda prima di cominciare a leggere/ viaggiare in questo scritto.

Questo volume, fresco di stampa attiva immediatamente e stuzzica una grande curiosità”. Infatti ogni isola è raccontata attraverso un mito o più miti che nell’antichità ne hanno raccontato la nascita e le caratteristiche, ma anche un resoconto di quello che possiamo vedere, incontrare e vivere sbarcandovi in un giorno qualsiasi di questo tempo così complesso ma anche ricco di opportunità.

E ciascuna di queste isole è un invito al viaggio in Grecia, “nazione arcipelago” di isole, una più bella e misteriosa dell’altra ma al contempo spunto alla scoperta del territorio, del mondo e di sé stessi.

Il viaggio inizia con la piccola isola di Delo (l’isola della luce di Apollo) “terra di scogli riarsi, da sempre impegnata in una battaglia immaginaria con i venti: il meltemi in particolare che, proprio quando attraversa l’isola, sembra caricarsi di furia e rinunciare a calare. Non si può dormire a Delo…tocca, perciò, attendere il giorno giusto e il momento propizio, preparandosi ad assecondare il capriccio degli dei e il dio dei venti, Eolo… “.

Il Senso del tempo in questo luogo acquista un valore cairologico, di opportunità. Un elemento che nel Travel Coaching diventa strumento di allenamento ad nuove modalità di percezione del viaggio e di se stessi.

E mentre gli autori ci raccontano il mito della nascita di Apollo e della sua gemella Artemide, ci portano a conoscere il lago sulle cui sponde è nato il dio, “si può camminare verso nord, nell’area del sito archeologico in cui si levano le rovine di un Letoon, un santuario dedicato proprio a Leto. Una lunga terrazza accompagna il riposo della madre dei gemelli divini e una fila immobile di leoni di pietra, seduti sulle zampe posteriori, tiene lo sguardo fisso sul lago. Sono rimasti in 5 a proteggere il riposo del dio dall’arco d’argento, della luce e della tenebra, dei topi, della musica e del silenzio, della guarigione e della pestilenza …. Non importa che il branco sia fatto da pochi esemplari sparuti: un silenzio impressionante riesce a calare sulle sentinelle a forma di leone. Con un po’ di fortuna si può ascoltare la voce dell’isola: i fili d’erba fiorire sotto i piedi del piccolo dio e richiami d’uccelli in aria per festeggiare la nascita del dio Sole e di sua sorella la Luna…Quando ancora si poteva aspettare la luna, nelle notti nere d’estate, sembra che davvero fosse possibile ritrovare quell’istante ancestrale in cui due divinità gemelle erano venute al mondo e con loro gli astri del giorno e della notte”.

Il silenzio, uno spazio vuoto che nel Travel Coaching è il preludio di qualcosa di nuovo. Un ascolto di parti di sé che solitamente nella fretta quotidiana e nella routine resta nascosto nello sfondo.

Che tipo di MITO stai incarnando nel tuo quotidiano?

  • Se dovessi paragonarti ad una divinità quale sceglieresti?
  • Domani ti regalano un biglietto per una delle isole a tua scelta, dove andresti?
  • Come immagini di visitare quel luogo?
  • Quanto sei disponibile a vivere una parte di te che va contro a ciò che sei sempre stato o stata?
  • Se fossi una divinità, quali poteri ti caratterizzarebbero?

Come sarebbe fermarsi, proprio accanto a quei leoni, guardando l’infinito in attesa che l’eco del nostro nuovo sé possa contaminare il nostro viaggio?

L’isolario rievoca miti, leggende e storie. Le imprese degli Argonauti, ma anche i vampiri vrukolákes di Santorini e cenni alle civiltà pregreche di Pelasgi, Sinti e Poliochni.

Nel Travel Coaching la narrazione accompagna il viaggiatore nel ricevere dal luogo che visita nuove ispirazioni filosofiche che facilitano un nuovo approccio alla scoperta di se all’interno del luogo che viene chiamato Setting Trasformativo.

Storie capaci di guidarci ad allenare nuovi occhi.

Ci racconta di SANTORINI, LA POMPEI DELL’EGEO, isola di cui non conosciamo ancora il nome più antico, perché Santorini fu sede di una splendida civiltà pre-greca, di cui nei decenni recenti sono venute alla luce le tracce abbaglianti.

Mantenendo una modalità da Travel Coaching grazie a questa informazione si può cominciare a domandarsi quali parti di noi rimaste sconosciute potrebbero venire a galla camminando su questa isola?

Santorini poteva rimanere solo un prodigio della natura, tra il ribollire del vulcano e le fonti termali e l’abbagliante azzurrità del mare, e la luna che sembra dilatarsi nel cielo, quando nelle notti di plenilunio sbuca dalle rocce e illumina la rada.

“Il vulcano eruttò improvvisamente una quantità enorme di materiale incandescente, e poi di ceneri; si calcola che abbia espulso nell’atmosfera …ceneri, vapori ardenti, gas, lava ricaddero sull’isola; la caldera vulcanica si svuotò completamente in poche ore e l’isola collassò. Si pensa che quella del vulcano di Santorini sia stata l’eruzione più potente degli ultimi diecimila anni quantomeno in questa parte del mondo. Si generò certamente uno tsunami con onde altissime che arrivarono sino a Creta; portata dai venti, la cenere eruttiva si disperse su un’area vastissima, sino all’Asia Minore. Certamente si generò il cosiddetto “inverno vulcanico” per la grande quantità di anidride carbonica convogliata nella stratosfera; probabilmente la temperatura media del pianeta si abbassò di un paio di gradi per qualche anno…. Molte case erano affrescate e gli affreschi mostrano una società felice, raffinata, aperta al mondo, piena di gioia di vivere, in drammatico contrasto con la fine terribile che la aspettava. Se l’arte greca ha, nel complesso la ricerca di un equilibrio e una misura perfetti, protesa verso la figura umana, gli abitanti di Thera -che erano gli stessi di Creta, e perciò si suole definirli “minoici” – erano fanciullescamente attirati dalla bellezza della natura e del fascino dei colori ce si presentano all’occhio: i pittori che affrescano quelle pareti potremmo definirli precursori dell’impressionismo, con una gamma di colori che lascia sbigottiti. … “

Dopo la scoperta della catastrofe, si provò a identificare con Santorini la mitica Atlantide di cui parlava Platone nel Timeo e nel Crizia: una terra potente e ricca che, dice il filosofo, sorgeva dal centro dell’oceano e fu sommersa dalle acque. La memoria della catastrofe di Santorini potrebbe avere generato questo racconto; ma Atlantide per Platone era a terra dell’Utopia, non un luogo storicamente definito, e come tale fu assunta dalla letteratura utopistica europea sin dall’antichità, per arrivare poi al Rinascimento e anche alla letteratura fantasy contemporanea”.

Evocando l’immagine di Atlantide possiamo entrare in uno spazio fatto di immaginazione che nel Travel Coaching viene trasformato in possibilità. Potrebbe essere un ottima destinazione dove fermarsi per farsi domande capaci di aprire nuove possibilità, quasi impossibili, ma al solo fine di sbloccare il potenziale che è rimasto bloccato dalle credenze con cui siamo cresciuti.

Se fosse possibile entrare in contatto con l’energia di Atlantide, come cambierebbe la tua vita?

Il libro continua a condurci in un viaggio con destinazione MILO, L’ISOLA DELLA BELLEZZA: “probabilmente è la più bella di tutte le Cicladi, con le sue pietre screziate dal vento, spiagge segrete, scoscese e il meltemi che quando si leva forte la spazza e fa volteggiare ogni cosa: Milo esibisce quasi a ogni angolo il suo paesaggio, arcano, ammaliante. 

Scogli candidi di pomice a Sarakiniko, un prodigio della natura, acqua limpidissima a Paliochori in cui sgorgano bolle calde dal fondo, segno di un’antichissima attività vulcanica ancora non sopita. Quest’isola meravigliosa fu scolpita dal vento e dalle onde dell’Egeo in attesa che l’uomo arrivasse; e arrivò stabilmente almeno settemila anni fa, o probabilmente prima. …prima dai Minoici, poi dai Micenei: fu danneggiata da invasioni, e infine decadde. … 

Quando Milo risorse fu abitata da nuovi coloni, che venivano da Peloponneso e si vantavano di essere Spartani; la capitale fu spostata sull’Acropoli dove sorge il villaggio di Plaka, sopra l’incantevole porticciolo di Klima, nel quale una fila di case di pescatori esibisce la sua luminosa bellezza egea di porte e finestre azzurre. Sopra sorgono le rovine di un teatro del I -II d.C., che poteva contenere circa 7000 spettatori, vertiginosamente proteso sul mare, incassato tra due promontori che assicuravano un’acustica perfetta: e immaginarci la magia del momento in cui le rappresentazioni iniziavano, verso il calare del sole, nella luce tersa che si avviava al tramonto.

Luogo perfetto in un viaggio in Travel Coaching per quello che viene chiamato contatto pieno, ovvero la fase dove le cose accadono, senza sforzo, per vicinanza, proprio come ci mostra la natura e ciò che lei ha creato grazie agli elementi. Un contatto che persiste anche nell’esplorazione di Nasso.

NASSO, TERRA DI BOSCHI, DI VITI, DI LUPI E TIGRI.”. L’approdo a Nasso è un’esperienza prima di tutto olfattiva, perché l’isola è ricoperta di boschi di fichi ed è satura del profumo degli agrumi ma, anche, di quel sentore di resina selvaggia che è memoria di macchia. È da sempre, il regno di Dioniso e, se pure Apollo ha provato a prevalere con i suoi templi e le statue di culto, Nasso rimane possesso quasi esclusivo del dio di vigna….”.

“… una piccola Rodi verrà definita questo ricamo di palazzi e di vie eleganti. Lord Byron amava particolarmente Nasso proprio per questa commistione perfetta di dionisiaco ed eleganza urbana: si era immaginato di ritirarvisi un giorno, per fuggire al clima freddo della sua isola scettrata. Im verità sembra che dapprincipio avesse pensato di trasferirsi a Itaca, ma Nasso l’aveva definitivamente conquistato”.

L’incontro con la Venere di Milo ci accompagna a riflettere su quanta bellezza siamo stati in grado di vedere e svelare durante il viaggio che abbiamo eroicamente compiuto fino ad oggi. Il Travel Coaching ti invita quindi ad attivare uno sguardo valorizzante delle tue imprese per poter cominciare a creare una nuova narrazione di quella che è stata la tua vita passata..

La celeberrima Venere di Milo qualche pagina più avanti lascia posto all’altrettanto famosa Nike di Samotracia“…… Le ali si stanno dispiegando, frementi di movimento, il panneggio lieve come un velo fa vedere, più che coprire, la gamba sinistra che si posa leggera avanzando in punta di piedi: l’altra è scoperta, ed è la gamba tornita e bella di una giovane donna; il velo lascia vedere una torsione del busto che dà un’idea di forza, di energia…. La vollero collocare sul punto più alto del loro famoso santuario dei Cabiri per commemorare la vittoria della flotta di Rodi contro quella del re Antioco di Siria che era comandata nientemeno che da Annibale…”

SAMOTRACIA, L’ISOLA DEI GRANDI DEI:È un’isola misteriosa senza spiagge memorabili che attirano i bagnanti, senza grandi strutture alberghiere; chi va in questo posto fuori mano incontra una terra in cui s percepisce ancora la presenza del sacro, e di un sacro arcano, segret… il santuario di Samotracia, o meglio il santuario dei Grandi Dei di Samotracia, come era chiamato, conteneva un vasto complesso di edifici il cui fulcro era la Sala delle iniziazioni

In un viaggio in stile Travel Coaching c’è sempre un momento che può essere dedicato al compimento di un rituale. Un atto sacro in cui consapevolmente si comincia a scegliere cosa lasciar andare e cosa portare con sé nella vita quotidiana.

Isole famose e meno famose di cui potremmo raccontare tutto anche senza averci mai messo piede; isole più appartate che, però, sono state lo sfondo di miti affascinanti e strani, come Lemno, dominata da un piccolo matriarcato di giovani ragazze, che ebbero l’avventura, un giorno di veder sbarcare nel proprio porto gli Argonauti, guidati da Giasone.

Partire per questo viaggio significa, né più né meno, comportarsi come facevano gli dei e gli eroi, che si sceglievano un’isola in cui nascere, in cui far sorgere templi, in cui naufragare. 

Ed infine, si approda ad ITACA, L’ISOLA DELLE ISOLEL’isola del ritorno, l’isola del risveglio dal sogno, dove attende la vita vera, le aspettative, le responsabilità del regno. E una donna mortale, non divina: Penelope, la sposa. “Pensava alla sua Itaca. Per Ulisse, però, Itaca non sol la sua patria, ma il Luogo: quello in cui per motivi misteriosi che nemmeno ci si riesce a spiegare, prima o poi l’anima di ognuno sogna di tornare ,  qualunque costo, se può. Forse perché è la terra della giovinezza, la prima che ti ha accolto venuto si mondo, o quella che ti fa dimenticare il tempo che passa, la terra in cui vorresti stare per sempre, così anche se Itaca è povera e oscura, Ulisse la vuole”.

Del resto, le isole erano lì al momento della creazione: emergono dal mare insieme alle divinità per andare a costruire quella nazione arcipelago che è la Grecia, composta di tanti villaggi, città, come i nodi di una trama luminosa, come le isole sul mare.

Per concludere questo è un libro che si può leggere in navigazione o di notte, in rada, di fronte a un tempio in rovina. Con questo libro si può, anche, partire per un viaggio immaginario, pensando alla gioia e alla luce di quelle terre, che ti sprofondano in un’energia antica, quando vi mette piede. È un libro di mare, da marinai, dell’immaginazione o della realtà. … sanno di sale, di meltemi e di spugne bianche. 

Come sarebbe per te poter scegliere l’isola in cui nascere? Quale energia Ti ha guidato nella scelta? Quale elemento ti senti più vicino, il vento che rende difficile l’approdo a queste terre preservandone la natura selvaggia; o ti senti più vicina al fuoco, alla lava e alla forza distruttrice e al contempo creatrice di questo elemento?

Si può scegliere di partire per davvero, e sostituire i miti di queste pagine con avventure in terre conosciute eppure tutte da scoprire! Si può decidere di vivere con i 5 sensi attivi la luce abbagliante del sole, i colori intensi di queste isole e gli odori inebrianti dei pergolati che ci invitano a vivere a pieno la gioia e il caos o per dirla come gli antichi Greci, l’energia Dionisiaca. 

Arrivati all’ultima pagina del “Il mare degli dei” ti lascio con questo augurio : che il viaggio continui in Grecia, in libreria o dentro di te per incontrare i mille personaggi che narrano il tuo mito, la tua storia.

” MAI PIU’ SENZA TORINO (Antonella Giroldini)

Diario di due “extracomunitari” alla scoperta di Torino.

Ci si può inammorare di un luogo e/o di una città tanto da esserne richiamati irresistibilmente? Si può essere “ammaliati” tanto da eleggerlo a “posto dell’anima”? A me è accaduto! Ed il luogo del mio cuore, la mia affinità elettiva è Torino.

Il libro che vi presento questo mese è una speciale e originale guida di Torino, un libro che mi ha conquistato e che forse non avrei mai scelto se non fosse stato regalato dalla mia specialissima guida di Torino, un romano doc, trasferitosi per circa 10 anni nella prima capitale d’Italia.

Mai più senza Torino. Due «extracomunitari» molto speciali alla scoperta della città – Ed. LA STAMPA Espress

I due protagonisti, Jasmina Tesanovic, un artista attivista serba e Brace Sterling, un artista cyberpunk americano ci presentano la città. Questo libro è un po’ guida e un po’ diario, ma è soprattutto una raccolta di racconti sinceri, a volte divertenti a volte drammatici, altre volte grotteschi, altre ancora comici. 

Il modo in cui i nostri due globalisti vivono e visitano la città ci permette di sperimentare una modalità leggera e lenta del viaggio, libera dal programmato e dal previsto.

Un diario sui generis di una coppia insolita di «extracomunitari» famosi e privilegiati, che vivono a Torino e girano il mondo, seguendo una filosofia di vita che consente loro di essere felici e agili nel XXI secolo: essere globalisti, vivere senza patria, senza bagaglio, senza una madrelingua.

Questa lettura regala uno spaccato originale non solo su Torino ma su chi sono e come viaggiano i globalisti.  Ce lo raccontano bene i nostri due protagonisti: “… non siamo turisti a Torino, non siamo emigrati a Torino, ma siamo globalisti a Torino: cioè siamo mobili e, nonostante ciò, qui non abbiamo un’auto. …anche se Torino è la città della produzione delle macchine abbiamo deciso di non averne una. … non avere un’auto è come abbandonare un bagaglio troppo grosso. È un modo di fare la valigia del futuro alla Calvino: con leggerezza e precisione. Giriamo la città solo con i nostri corpi. Usiamo i tram, i bus, i treni…

Tram e bus in città sono pieni di veri torinesi: vecchi, studenti, operai, poveri ed emigrati che vogliono diventare autentici locali. Come globalisti che vivono nei bus e tram incontriamo il fior fiore di gente di Torino ed è uno dei rari posti dove si possono guardare i torinesi per mezz’ora di fila senza imbarazzo. Spesso e volentieri parliamo delle direzioni e dei biglietti con gli altri; …una volta però un tranviere ci ha scacciati al capolinea: ma cosa fate ancora seduti, non ho mica tutto il giorno da perdere! Ma noi abbiamo tutto il giorno da perdere! Ma noi abbiamo tutto il giorno da passare nei tram, non ci dispiace: al contrario! Per questo siamo molto infelici quando certi giorni i numeri dei bus cambiano e spariscono…. 

Come ha fatto il 56 a diventare 55 di domenica? Perché il metrò non va da nessuna parte che ci serva davvero? perché le tre stazioni Porta Nuova, Porta Susa e Dora non sono collegate bene? E alla fine: Torino è perseguitata dallo spettro del futuro chiamato Treno ad Alta Velocità. Come turisti ci piace l’idea; come torinesi, no; come globalisti sappiamo che porterà qui una massa di gente come noi…”

Bruce e Jasmina ci mostrano cosa può accadere nel lasciarsi disorientare dall’imprevisto e rapire dal fascino del luogo fino trasformare un appuntamento che sarebbe dovuto durare solo 15 giorni, “sarebbe diventato (ma all’epoca io non potevo saperlo) un autentico processo di “integrazione”. L’immersione totale e felice di un texano e di una serba nella torinesità. Ma a loro insaputa, il vecchio fascino torinese stava lavorando sodo che alla fine dell’anno di residenza Bruce e Jasmina si scoprirono affetti dal “mal di Torino”, un morbo meno noto del similare “mal d’Africa”, ma non meno fatale. Un morbo i cui i sintomi sono facilmente riconoscibili: citiamo, tra i tanti la tendenza, dovunque ci si trovi, a guardarsi intorno alla ricerca della Mole; le violente crisi di depressione che squassano il corpo e la mente dopo una settimana senza gianduiotti; l’irritabilità irrefrenabile allorché si viene sorpresi dalla pioggia in una città senza portici”. 

Scorrendo i loro racconti è quasi naturale entrare in modalità “viaggio/esploratore”. Per dirla con le parole di Gabriele Ferraris nella Prefazione: “non potrebbero mai essere pigri, vanno sempre fuori a vedere quello che Torino ha da dirti e da darti. Il nostro diario della città e nella città, di come è cambiata con noi: the city always on the move!”. 

E soprattutto scopriamo che i nostri protagonisti sono lietamente partecipi e complici del crogiuolo multietnico di San Salvario, il quartiere dove hanno scelto di vivere “ci siamo trasferiti in una zona nuova d Torino: San Salvario. E ‘un posto famoso, anzi famigerato: ne abbiamo sentito parlare come di un luogo pieno di stranieri che potevano scipparci o ammazzati. Così siamo andati a cercarli. Facendolo però, abbiamo scoperto che siamo noi stessi gli stranieri pericolosi…. 

…. La gente parla una dozzina di lingue e beve le bevande tipiche di cinque posti diversi. Non ci sono americani nel nostro vicinato; un paio di serbi sì, ma a San Salvario i cinesi danno da mangiare ai libanesi, i peruviani riforniscono i somali, e i turchi fanno la pizza agli italiani siciliani. Non si incontrano molti turisti vicino a casa nostra. Perché dovrebbero esserci? Cosa c’è di interessante nel vedere i propri connazionali, se non invidiarli di essere cittadini di Torino? Da abitanti locali abbiamo delle difficoltà a spiegare il nostro amore per San Salvario e Torino: semplicemente se non esistesse dovremmo inventarla…” 

E affrontano così il loro rapporto con la città:

“… Ogni giorno è diverso da quello di prima, sempre una nuova avventura…”

Quella che doveva essere una semplice rubrica – Globalisti a Torino – si è trasformata in questo libro ma ancor prima, per dirla con le loro parole, in rubrica che “è sempre stata speciale, per la Sua intima aura confessionale: ha il tono di quando ci parliamo mentre camminiamo insieme per le strade del mondo. Viaggiare ci piace tanto, ma viaggiare insieme è ciò che preferiamo. Perché i nostri punti di vista, di un uomo texano e di una donna serba, combinano un nuovo punto di vista totale, superiore ai singoli punti di vista. 

Abbiamo talenti diversi nel confrontarci con il mondo, per viverci. Jasmina è brava con le lingue, la gente, le espressioni, le attività, mentre Bruce è a suo agio con le mappe, l’architettura. L’ingegneria, le infrastrutture. Viaggiare da soli a volte è triste, ma farlo insieme diventa un’avventura, un modo di vedere il mondo con due occhi invece che con uno solo. …”

Mi affascina questo dialogo tra i due protagonisti che si dipana durante tutto il viaggio e che mi permette di vedere la città e i suoi risvolti sotto diversi punti di vista. Jasmina e Bruce viaggiano all’interno della città ma contemporaneamente viaggiano anche nell’immagine che ciascuno di loro fotografa di Torino.  Del resto, ognuno di loro per esperienze, cultura e vissuto, “fotografa” alcuni aspetti della realtà attraverso una lente che ingrandisce e focalizza alcuni particolari, mettendoli in primo piano e ne “sfuoca” altri, lasciandoli sullo sfondo. Dal loro confronto e dialogo nasce non solo la scoperta del luogo, della sua essenza ma al contempo anche scoperta di loro stessi grazie all’esplorazione di sé, dell’altro e del luogo. 

Che tipo di viaggiatore sei?

  • Preferisci viaggiare da solo, al tuo ritmo, assecondando i tuoi tempi, ascoltando i tuoi silenzi?
  • Preferisci viaggiare con un compagno con cui scambiare opinioni, confrontare impressioni e vivere le esperienze?
  • Se dovessi affrontare un viaggio in solitaria partiresti, comunque o rinunceresti? Come ti organizzeresti?
  • Ti intriga la sfida, la novità oppure avresti più remore e paure nell’affrontare l’ignoto da solo?
  • Come reagisci ad un cambio di programma? Sai cogliere l’opportunità che un imprevisto può rappresentare?
  • Come scegli di vivere la città? La visiti a piedi? Gli incontri con gli abitanti li vivi a pieno, li cerchi? Cerchi bar, ristoranti o locali frequentati dalle persone del posto?  

Man mano che vediamo Bruce e Jasmina che proseguono la loro conoscenza con la città, scopriamo anche gli ingredienti che ci mettono nel condire il loro viaggio: CURIOSITA’, ENTUSIASMO E MERAVIGLIA.

Bruce e Jasmina ci guidano alla scoperta delle cento Torino che fanno la Torino di oggi. Hanno lo sguardo esperto di chi osserva da sempre il mondo, hanno la curiosità dell’intelligenza e l’entusiasmo dei neofiti. Figli e profeti di un mondo senza più confini, sanno davvero trovare la meraviglia in un incontro per strada, in uno scorcio insolito, nelle piccole cose quotidiane.   E spesso vedono cose che neppure i torinesi di vecchia data sanno vedere. (Dalla prefazione di Gabriele Ferraris).

Mi chiedo…

Come sarebbe incontrare il mondo con questi tre nuovi strumenti? Cosa potrei davvero scoprire di me se mi lasciassi permeare da un luogo, da un incontro, da un esperienza così come hanno fatto Bruce e Jasmina con Torino? I quali al momento di lasciare Torino erano già torinesizzati al punto da decidere di mettere radici nella città che più di ogni altra essi, globalisti giramondo, si sentivano di chiamare “casa” e che gli ha consentito di vivere qualcosa che per loro stessa ammissione non possono dimenticare

Ma quello che non possiamo dimenticare è che non si può nemmeno comprare è il momento della libertà nell’attimo in cui abbiamo trasceso la cultura e natura per diventare altre persone che altrimenti non avremmo mai l’opportunità di essere”

Ti voglio salutare con questa riflessione:
Torino è una città unica in Italia grazie al fatto che il centro della città è pianificato razionalmente. Con una geometria calcolata molto precisamente. Come diceva Calvino: è la regolarità delle strade della città che permette ai cittadini di essere eccentrici”.
Per questo mi sono sorte queste domande per lasciar spazio al Travel Coaching metodo LilaLand © di attivarti nuovi occhi anche quando e se leggerai questo libro:
Come sarebbe se viaggiando in un luogo ti abbandonassi al dis-orientamento al punto da concederti la libertà di scoprire chi realmente sei?
Ti sei mai concesso in un viaggio, in una città, in un luogo di vivere la tua unica eccentricità? Cosa ti ha svelato di te che non avevi mai creduto possibile? 

IL GHIOTTONE ERRANTE (Antonella Giroldini)

La primavera nonostante tutto è arrivata e con lei il risveglio dei sensi: la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto e il gusto sono le nostre finestre sul mondo e sulle relazioni. Aprirle ci permette di scoprire il mondo, di iniziare una fantastica avventura che ci consente di sperimentarci e di scoprire l’ambiente e noi stessi!

Scritto negli anni Trenta da un giornalista, Monelli, e un suo vecchio amico, il pittore e disegnatore Novello, narra di un singolare tour da un capo all’altro della nostra penisola, tra colori, profumi e, soprattutto, sapori dei prodotti e dei piatti della tradizione nostrana.

IL GHIOTTONE ERRANTE VIAGGIO GASTRONOMICO ATTRAVERSO L’ITALIA – ED. SLOW FOOD EDITORE

Perché l’ho scelto?  Il titolo: “Il ghiottone errante” mi ha subito evocato l’idea che si possa vivere un’avventura a zonzo per l’Italia, conoscendola attraverso i suoi cibi. Ciò che mi ha stimolato la fantasia è che il cibo regionale racconti molto del temperamento e del modo di approcciare il mondo e la realtà degli abitanti di un luogo. E non sono stata delusa!

Cosa puoi scoprire dell’Italia attraverso il gusto?

Il vero regalo di questo delizioso volume è che mette fame di vita, di buon cibo, di gioia e di godimento. Monelli, quando assapora una pietanza, un buon vino o un liquore tipico lo fa con tutti i sensi, certamente con il gusto, ma anche con la vista, l’olfatto e il tatto. Entra in connessione piena con il luogo in cui si trova.

Per continuare la lettura, alcune domande di attivazione

Lo sapevi che la motivazione e il piacere vanno di pari passo? Uno degli elementi che caratterizzano il viaggiare in Travel Coaching è l’uso del piacere come porta di accesso alla propria unicità. E quindi ti invito a tornare in quei momenti in cui il piacere ha fatto da bussola per il tuo peregrinare, proprio come per gli autori di questo libro. 

  • Qual è stato il momento in cui hai scoperpo un nuovo sapore? Dove ti trovavi? Con chi eri?
  • Successivamente quali associazioni si sono create nella tua mente quando lo hai rimangiato? 
  • Quando sei felice cosa ti piace mangiare per celebrare?
  • Quando sei triste qual è il tuo Comfort Food?
  • Quando scegli un ristorante, quali sono le caratteristiche che ti guidano nella scelta?
  • Se dovessi scrivere una guida dei tuoi cibi o luoghi preferiti, come li assoceresti? 

A queste domande segue un percoso fatto di cibi e luoghi. Descrizioni in cui potrai avere la sensazione di compiere un viaggio attraverso il piacere del gusto.

Il viaggio a dispetto di quanto comunemente ci si potesse aspettare inizia nella stagione estiva e non autunnale perché l’Italia, come dalle parole di Monelli stesso: “dai passi d’Appennino in giù è un paese subtropicale, ed ha tutta una scienza del mangiare quando fa caldo, di bevande per l’arsura, di cibi refrigeranti “.

QUANDO TI PIACEREBBE COMINCIARE IL TUO VIAGGIO ALL’INSEGNA DEL GUSTO?

Nella narrazione di Monelli sembra quasi di sentire il refrigerio dalla calura estiva nella Laguna Veneziana, dove la popolazione gusta il cibo più estivo per eccellenza: “il pesce in saòr che si mangia nelle osterie veneziane, in fondo ad una piazzetta morta di sonno o davanti alla laguna di piombo? Rallegra la bocca ed esilera lo stomaco un fresco salmastro fatto si una salsa di aceto e cipolla nobilmente commisti a uva sultanina e pignoli; e vi par di consumare quelle sfoglie, quelle sardelle in un angolo di caverna marina. Beveteci sopra vino di soave e Conegliano secco, che appanna il vetro della caraffa, ed uscirete dalla trattoria, ardendo in cielo la canicola, con l’alacre passo delle passeggiate invernali”.

Leggendo una descrizione di tal genere anche i miei sensi si sono allertati e mi è quasi sembrato di sentire in gola scendere quel fresco vino sentire la pelle d’oca come quando nella canicola estiva finalmente un pergolato all’ombra ci regala la tregua dal sol leone.  Un po’ come raccontano i nostri protagonisti di alcune osterie lungo il Ticino

Così ci siamo messi in giro. Ma ahimè, uno di noi due è astemio, e non ha il mondo più ladro stomacuzzo del suo, e soffre di mal di denti per giunta. Tutta la fatica cadrà sulle spalle dell’altro; sessanta battaglie lo proveranno, oltre alle scaramucce delle merende e della prima colazione”.

E che dire del racconto di una sera estiva lungo i Navigli, dove la descrizione dei colori di un minestrone estivo diventa occasione per un parallelo artistico, paragonando il piatto ad un quadro di Boldini“Siamo lungo il placido Naviglio, una sera di un giorno che fu afoso…. Ecco il minestrone freddo; fra il riso si sbandierano le sue tinte vivaci in gara con quelle della sera, rosso di carote, verde di verze, verde di piselli, avorio di patate, bruno di fagioli, roseo di pomodori; è compatto e succinto, rifresca le viscere, vi stivate il cibo e vi pare di bere alla fonte. Levate gli occhi a quel cielo di battaglia, lo mirate riflesso nell’acqua ferma del Naviglio, vi sentite in comunione con quei colori, li bevete con gli occhi, mangiate il paesaggio. E mentre a poco a poco la sera cancella le fiamme e tutto compone in una serenità cinerea, viene a rallegrarvi la vista ancor prima che il palato la piccata al pomodoro e funghi, rosea e grigi, delicata come un quadro di Boldini……E il momento che compare sulla tavola il gorgonzola, pallido figlio delle caverne scavate nei fianchi dei monti o delle umide cantine, col verde della putrefazione che macula la sua pasta d’avorio antico….spalmiamo questa pasta densa sul pane ; il suo gusto è dispettoso e fiero, e ridesta i precordi dal torpore che vi avevano indotto le fini carni, i gonfi risi, i pingui condimenti”.

Altre volte il racconto diventa quasi fiabesco ed entra in contatto con le leggende del territorio, come cune volte sembra quasi che il racconto diventi quasi fiabesco, come nella narrazione del centerbe di Tocco Casuria: “Dicono che lo distilla un mago scontroso, e lo dà solo a chi gli va a genio. Grande alchimista, ad ogni modo. Se mangiando peperoni e maccheroni alla chitarra ingoiammo l’Abruzzo, bevendo di questa preziosa pietra liquida ci mettiamo in comunione con la grande montagna, con tutto il massiccio di roccia nobile e di gelo splendente che sorge a custodire il cuore d’Italia. Cent’erbe, tutte dei trepidi prati delle altezze; se ne distilla una linfa veemente, mordente, di gagliardissimo aroma, che scatena in bocca la bufera, penetra in tormenta nel cuore…”.

Ed in altri casi il cibo diventa pretesto per raccontare il carattere degli abitanti o la storia della loro origine, come nel caso di Modena o di Sabaudia: “…siamo ancora sbalorditi di questa provincia di Modena dove tutto è grasso tranne lo spirito degli abitanti che è aguzzo e storico, come già annunciò il Carducci.”; “…a Sabaudia … in questa eclettica provincia abbiamo fatto adunata nello stomaco di tutte le province d’Italia, come fuori abbiamo risentito tutti i dialetti. Tagliatelle alla bolognese, pesce alla veneta, pollastrino alla romana, gelati alla siciliana, serviti da un garzone napoletano. Gustosissimo pasto, condito non da questo o quell’intingolo celebrato, ma dalla gioia, dall’esaltazione delle cose vendute; e bevendo un vino piemontese in cui non avevamo chiesto il nome ci sentivamo nelle vene la serenità del risanato crepuscolo”.

O un modo per regalarci dei pittoreschi scorci come nel racconto del pesto di Sestri Levante, del cibo tipico dei vicoli romani’ o della variopinta “napoletanità”. 

Sestri Levante è una delle spiagge più belle del mondo. Il bello di Sestri è questo: che sulla riva accanto ai bagnanti stanno i pescatori; e stanno in secco gozzi e latini e i belli e grandi leudi, velieri possenti e d’alto bordo, bravi a prendere l’alto mare con ogni vento e vanno per vino all’Elba e per fave in Sardegna, e non sono molti anni che bordeggiavano per acciughe sulle coste d’Africa… Allora vennero le trenette al pesto; e ci parve di parve di pascolare da un molle prato primaverile, umido e gonfio di germogli…”;

“… a Roma non si deve mangiare che dove va il popolo; Roma capitale della civiltà moderna ha una cucina più plebea del mondo. Da caprai, da pastori di bufale, da butteri, da navicellai. La cucina romana è saporitissima, aggressiva, policroma; ma è rusticana; e Roma imperiale, papale, diplomatica, quando vuole mangiare di gusto, va a chiedere le ricette al ghetto degli ebrei o ai vicoli della plebe. Questa cucina si manifesta nelle vastissime matrone di Trastevere dai deretani che tappano i vicoli, nell’idioma succoso, sbracato, tranquillaccio, provato sul palato prima di essere fuori, nell’animo altero, strafottente, chiassoso, del popolo. Ama aromi infatti, genuini, forti. Condisce tutto col porco, poco con l’olio, pochissimo col burro: i condimenti classici sono strutto, lardo, guanciale, ventresca… Guardate i piatti di carne, trippa, milza, pagliata (d’orribile aspetto; ma sono interiora di vitellino da latte); e la polpa di tutti gli armenti accampati intorno alle rovine degli acquedotti per la campagna, abbacchio allo spiedo, abbacchio sopra la brace, capretto. Un grande odore selvatico corre le vie solo a nominare questi piatti. E i formaggi sono di pecora molto olente o di bufale selvagge. E i dolci son materiali. Gnocchi di latte, maritozzi, pangiallo, terzetti di Rieti, a basa di noci miele e pepe, serviti su foglie di alloro”;

i napoletani sono sobri, perché sono meridionali, poveri e filosofi razionali. Ma per loro il mangiare e bere è pretesto di svago di vita, di spettacolo colorito. Tutte le strade della Napoli popolare sono solo una strepitosa osteria. D’ogni parte invitano i venditori di cibarie, e per umile che sia la merce è esaltata, stamburata, offerta con seduzioni o provocazioni. …le merci vengono fino in mezzo alle grosse forme di formaggio biondo ingombrando il transito come i carretti della verdura con l’asinello che grufola in un cestone di rifiuti. …i carretti delle verdure sono orti ambulanti … tutto è colore e gridio, il primo cibo penetra qui per gli occhi ….

Valle d’Aosta, Valtellina, Valsàssina, sono 4 o 5 giorni che non abbiamo dinanzi agli occhi che gioghi e vette e campi di ghiaccio e nell’orecchio il fragore dei torrenti ruinosi; son luoghi questi da cercarci le glorie culinarie d’Italia, con tante osterie stravaccate lungo i laghi e i fiumi della pianura , lungo i mari caldi, nel fianco di colli agevoli?…. E abbiamo scoperta con grata sorpresa che non si mangia meno bene fra i monti che al piano. …. La carbonata comparve, spezzatino di manzo in una salsa violacea. Aveva il colore delle ceneri del Vesuvio, la tristezza delle nuvole perse; pareva ci avessero versato dentro una bottiglietta d’inchiostro ordinario. Esitammo, poi ci tuffammo. E la carbonata si rivelò sapidissima cosa, intrisa in cipolla e vino cotto farina e non so quanti sapori di pascolo. Mangiammo con impegno; e ci dava il tempo u vino onesto e colorato. Poi ci rinverginò la bocca il liquore fatto con l’Artemisia glaciais, il genepì; e c’invase un tepore di sole come fossimo sdraiati sul prato sotto il nevaio, risentimmo il gusto della terra umida, delle erbe alpine, della neve primavera. Genepì, liquore dei vecchi alpinisti, quasi quasi per te rinnegammo la grappa”.

Quanto siamo disposti a sperimentare questa ricerca del “gusto”?

Prima di lanciarti nella lettura del libro ti lascio con alcune riflessioni: il cibo entra nella vita di ognuno di noi, così come in quella di chi racconta la storia, perché gli uomini passano un bel po’ del loro tempo a mangiare e bere o a non poterlo fare. Lo fanno in maniera diversa a seconda di chi sono, dove sono e con chi sono ed è curioso notare le differenze in questo senso in un libro ambientato in Italia, negli anni Trenta, nella Sicilia di oggi o in un’isola che non c’è. E tu come lo fai?

Se il piacere potessimo trovarlo anche nel nostro quotidiano?

Quali descrizioni ti hanno evocato sensazioni piacevoli, quali ti hanno acceso i sensi? Quali cibi ti hanno disgustato? Quali ti hanno fatto venire “l’acquolina in bocca”? 

Di tutte le informazioni che hai letto quali ti sono rimaste più impresse?

Prova a metterle nero su bianco sul tuo quaderno di viaggio e, osservandole, rispondi a questa domanda: tu come assapori il cibo, il mondo, la vita?

Ti è piaciuto il libro?

Ti ha fatto venire voglia di un viaggio gastronomico?

E’ il momento di scegliere un posto speciale a te vicino per vivere a pieno l’esperienza gastronomica attraverso tutti i tuoi sensi?

Chissà che tu non scopra oltre al gusto nuove modalità di contatto e magari si attivino nuove modalità di viaggio che risuonano dentro ogni viaggiatore Dis – orientato.

SERRA MORESCA (Antonella Giroldini)

Progettato intorno al 1839 dall’architetto veneto Giuseppe Jappelli, il complesso della Serra Moresca di Villa Torlonia torna alla sua originaria bellezza dopo due fasi di restauro. La prima, tra il 2007 e il 2013, ha riguardato il recupero dell’edificio da una condizione di fortissimo degrado, con un ripristino fedele dell’assetto originario, sia nella parte strutturale che in quella decorativa. Nella seconda fase, da poco conclusa, oltre a ulteriori interventi conservativi sulla Serra, si è invece provveduto all’allestimento e messa in esercizio dell’intero complesso come spazio museale.
Progettati dall’architetto Maria Cristina Tullio, questi ultimi lavori sono stati effettuati sotto la direzione tecnico-scientifica della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed eseguiti da Zètema Progetto Cultura.

Basato su uno studio accurato della documentazione grafica e fotografica e sulle descrizioni dei luoghi di Giuseppe Checchetelli, l’allestimento odierno della Serra Moresca ne mette in risalto le caratteristiche architettoniche originarie, di grande suggestione e rilevanza storica. La visita inizia dalla Serra, stupefacente padiglione da giardino con una struttura in peperino, ghisa e vetrate policrome che fanno da cornice alla fontana interna, oggi di nuovo attiva, e a una raccolta di Palme, Agavi, Ananas e Aloe, piante e specie arboree compatibili con la vocazione originaria dell’ambiente.
Si prosegue attraverso la Grotta artificiale pensata come il luogo della Ninfa (Nymphae Loci), con i suoi resti splendidamente illuminati, le cascatelle e i laghetti dove oggi tornano a vivere ninfee e fiori di loto.
È uno scenario storico naturalistico da ammirare lungo il percorso di visita insieme alla vista, dal basso, della Torre, imponente costruzione caratterizzata da ampie finestre con intelaiature in ghisa e vetri colorati che nascondono, all’interno, pareti riccamente decorate da stucchi policromi.

Inserito nel circuito dei Musei di Villa Torlonia, il complesso della Serra Moresca è aperto al pubblico da mercoledì 8 dicembre con un orario, in vigore fino al 31 marzo, che va dalle ore 10.00 alle ore 16.00, dal martedì alla domenica (chiusura il lunedì). A partire dal 1° aprile e fino al 30 settembre, l’orario di apertura è dalle 10.00 alle 19.00 con l’eccezione di luglio e agosto in cui il complesso rimane chiuso per ragioni climatiche.

VIAGGIARE CON IL SEGNO DEI PESCI (Antonella Giroldini)

(20 /02 – 20/03)

Fare rafting immersi tra le correnti dei i torrenti emozionali

Citazione: “io ti sento passarmi nella schiena. La vita non è in rima per quello che ne so”.

Soundtrack – Ti sento – Luciano Ligabue

I Pesci sono molto a loro agio nel mondo dell’immaginario. La loro vita è scandita e sintonizzata con il mondo delle emozioni.

Tutto ciò che ha a che fare e che abita nel mondo della fantasia e dell’immaginario li fa sentire bene. Loro hanno spiccate sensazioni e vivono “sentendo”.

👉Dove si dirige un segno d’acqua, dolce, sensibile e sognatore?

Come l’acqua siete veloci, scorrete. Ma questa fluidità che vi contraddistingue è anche sinonimo di facile influenzabilità.

🎯Scegliere un luogo dove andare in vacanza, per voi dei Pesci, può sembrare un’impresa!

Ed allora vi invito a guardarvi dentro e scegliere una meta in cui stare bene!

Per voi che siete governati dal mistico Nettuno, ho pensato al Il lago D’Orta che potrà essere fonte di ispirazione e serenità allo stesso tempo. Ameno e Orta San Giulio saranno luoghi che sapranno restituirvi l’incanto del silenzio e la gioia delle piccole cose.

Siete pronti a viaggiare come il nostro amico Pesci?

Vi divertirete a gironzolare tra i paesi adagiati lungo il perimetro del Lago e ad ascoltare le voci nei vicoli, ammirare la pienezza della vita di paese, perdersi camminando tra piazzette e botteghe.

😍Come vi trovereste a viaggiare perdendovi nel romanticismo del lungo lago ed apprezzare lo scorrere lento della vita e l’ispirazione malinconica e inspiegabile che solo il lago sa trasmettere? E magari sognare seduti su una panchina fronte lago, tra le pagine di Gianni Rodari, Italo Calvino e Gabriele Salvatores?

TRAVEL BOOK COACH …SACRO ROMANO GRA (Antonella Giroldini)

Il GRA non è una strada come le altre. “È la spina dorsale di un territorio in perenne fermento, un vulcano attivo che produce la sua lava, fatta d’identità perdute e riconquistate, territori strappati, luoghi in attesa, domande inevase e qualche mistero …”

SACRO ROMANO GRA” DI NICOLÒ BASSETTI, SAPO MATTEUCCI, EDITO DA QUODLIBET HUMBOLDT

Voglia di viaggiare tanta ma freno a mano ancora un po’ tirato ed allora che fare? Lanciarsi in quello che offre il territorio di prossimità e farne un’avventura!

Pensando alla massima di Marcel Proust : “ viaggiare non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”, ho scelto questo libro di cui ti parlerò in chiave Travel Coaching.

Questo libro ci suggerisce un modo nuovo di procedere lungo le strade conosciute, un po’ come fanno i nostri protagonisti, percorrendo il GRA. Del resto loro stessi all’interno del testo ci spiegano in questo modo il titolo evocativo: “Il titolo Sacro romano GRA allude alla ricerca cavalleresca di un elemento numinoso e trascendente. Talismano di un altro mondo (sacro significa anche separato)”

Cosa puoi scoprire del tuo territorio cambiando modalità?

Mi piace l’idea alla base di questo libro di mettere in primo piano e prestare attenzione al GRA, il Grande Raccordo Anulare, 70 chilometri della più lunga autostrada urbana d’Italia, luogo mai riconosciuto come protagonista dello sviluppo della Capitale, ma che più di ogni altro ne riassume i caratteri e la complessità.

Prima alcune domande di attivazione

C’è qualche luogo nella tua città che “bazzichi” quotidianamente ma non vedi? Ovvero un posto, una strada o semplicemente il percorso che quotidianamente ti porta da casa a lavoro che percorri in velocità ma non ti dai il tempo di vedere, gustare e vivere?

E se gli dedicassi tempo?

Se come in una caccia al tesoro “scovassi” i particolari, cosa potrebbero svelarti di te portandoli in primo piano?

Questo libro è il racconto di un viaggio a piedi e con altri mezzi (autobus, metropolitana, treno) alla scoperta del territorio lungo il Grande Raccordo Anulare. Il viaggio compiuto dai protagonisti è di 300 kminterrotto e ripreso con tappe di diversa durata (un giorno, una settimana, talvolta un mese), condotto con un unico unico must essere “pronti a ogni deviazione, abbiamo puntato sulla tendenza e lo smarrimento metodico”.

Il libro è la narrazione dell’incontro di strade antiche e nuove e del dialogo con le persone che abitano questi luoghi “dove l’antico si è annodato al contemporaneo e l’abbandonato è stato riciclato… metamorfosi perenni che non permettono alcuna definizione certa. Tutto cambia velocemente nei territori del Raccordo”.

Il camminare è anche questo parte fondamentale della narrazione e dell’esperienza. Il rallentare consente di scoprire la natura selvaggia e incontaminata, ma anche di scoprire con occhio nuovo quelli che solo apparentemente sembrano non-luoghi, e che invece visti da vicino, al ritmo lento di 4 km all’ora sono oasi, isole, storie, e persone. Anche senza conoscere Roma e i luoghi raccontati, il libro fa riflettere e fa venir voglia di vederle queste borgate e queste periferie, camminandoci dentro.

Ed è così che nella lettura ci avventuriamo nelle cave romane di tufo rosso che hanno ospitato carnevali ottocenteschi; il mondo lunare di Malagrotta, la più grande discarica d’Europa; la fattoria modello di Mussolini; i piccoli e grandi accampamenti; le tombe pop del Cimitero Laurentino; la guerra per le anguille sul Tevere; le vecchie borgate dei braccianti e le gigantesche architetture sociali; le transumanze dei pastori e le oasi equatoriali.

Quasi tutti i personaggi protagonisti dei racconti hanno rivelato una grande capacità di sperimentare e inventare, radicata nei luoghi in cui vivevano; per molti una scelta, per altri una necessità. Ma la differenza non è poi così netta.

Ed è così che ad esempio, lungo l’Appia Antica (prima tratto – Vis et Vitus) mentre si va verso il suburbio di oggi percorrendo la più bella via di ieri ci si imbatte in una freccia – “Gruppo Storico Romano” – Quando si arriva ci si trova nel castrum dei legionari, fra un nugolo di pertiche acuminate, elmi e loriche. Ci si trova nel quartier generale dell’archeologia sperimentale, come la chiamano i personaggi che l’hanno inventata, perché ricreano oggetti funzionanti e modi di vita dell’antica Roma, utilizzando direttamente le fonti dei classici, da Polibio a Tacito a Svetonio. E loro stessi ci svelano la loro attività: Facciamo anche escursioni mirate. L’ultima alla Cloaca Massima, forse la più bella fogna al mondo. Ricoperta di marmo accoglie egregiamente le copiose direzioni del centro storico”.

E proseguendo lungo il secondo tratto dell’Appia Antica, all’incrocio con il vicolo delle Sette Chiese, chiedendo informazioni a un benzinaio, i nostri “viaggiatori urbani” incappano in una specie di gabbiotto trasparente, una specie di stambugio dell’universale. Ci sono lucchetti per motorini, catene, cavi elettrici, grattugie, bicchieri. Tutto o quasi in copia unica, come un “abat – jour in stile alessandrino”, una stampa di “Roma desaparecida”. “Meno male c’ho sta passione dell’antiquariato del recente, che mi permette di arrotondare. Vendo anche in conto vendita e ho un magazzino all’aperto, qui dietro con le frasche, con la roba che non sente la pioggia: vasi, giocattoli di plastica, tubi di gomma. E ‘quasi tutto usato e garantito da me, ma qualcosa è nuovo: le biciclette inglesi che vengono dal catalogo con la raccolta punti della Q8 e qualche gioco ancora incartato, come lo Scarabeo o la dama portatile. Massimo mi racconta che a questa latitudine il lavoro è molto bello e interessante, perché l’incrocio è davvero importante… È bastardo con le sue precedenze per chi gira da sinistra. Di solito si rispetta l’Ardeatina, ma poi ti becca quello che viene diritto da via delle Sette Chiese, ch’è un po’ storta… ho testimoniato almeno in una quarantina d’incidenti, propendendo per il concorso di colpa. La sera dopo la chiusura, ci facciamo un campari soda o uno spritz, però con l’aperol. Gli amici portano qualcosa a turno e si ferma anche qualche automobilista. … Massimo, il benzinaio – trovarobe – testimone oculare seriale.

Nel viaggio in Travel coaching Rallentare, dis-orientarsi, fermarsi a parlare con gli sconosciuti, scoprire storie mai ascoltate è parte integrante del processo di metamorfosi del viaggiatore. 

Questo libro ci suggerisce un modo nuovo di procedere lungo le strade conosciute, un po’ come fanno i nostri protagonisti, percorrendo il GRA. Del resto loro stessi all’interno del testo ci spiegano in questo modo il titolo evocativo: “Il titolo Sacro romano GRA allude alla ricerca cavalleresca di un elemento numinoso e trascendente. Talismano di un altro mondo (sacro significa anche separato)”.

Quanto siamo disposti a sperimentare questa ricerca del “separato”? di quello che è ancor sullo sfondo, per portarlo in piano?

Quanto siamo disposti a rischiare? Uscendo dal binario, dal tracciato, dal seminato per raggiungere quel che sembra a portata di mano, ovvio, scontato? Perché a volte raggiungere ciò che è a portata di mano può rivelarsi un’impresa ancora più ardua che quella di prendere un volo per andare altrove.

Siamo disposti ad affidarci all’istinto e riprendere, ricominciare, tentare di nuovo a scoprire quello che possono offrirci le strade “conosciute”? 

E se anche noi procedessimo lentamente in macchina, contemplando quello che c’è fuori dal finestrino? E se in questa perlustrazione del “noto”, guardando e immaginando, ci permettessimo di fantasticare e di incuriosirci, fermandoci quando vediamo qualcosa che c’ispira, imboccando la prima uscita, cosa potremmo incontrare?

“appena fuori dal grande nastro d’asfalto, comincia un intreccio diabolico di capillari, sottopassi e strade che spesso finiscono contro un muro, oppure ti portano chilometri in fuori”.

E se la magia dell’altrove potessimo trovarla anche nel nostro quotidiano?

Seguendo fino in fondo il progetto di questo gruppo di lavoro ti suggerisco la visione del “documentario/film che è stato tratto dal libro stesso e che ha vinto a Venezia.

Magari già questa visione potrebbe evocare in te qualcosa e chissà che non risuoni in te la Metamorfosi , parola di antica memoria e che i nostri esploratori usano per sintetizzare la loro esperienza di viaggio metropolitano: “ Le terre del Raccordo, che abbiamo attraversato con la mappa della regione e la bussola del caso. Non sapremmo sintetizzarla se non tornando al vecchio Ovidio . L’Unica parola che ci viene in mente è metamorfosi, cambiamento: nulla muore nell’infinito mondo, credi a me, ma cambia faccia”. In questo viaggio, non nell’antichità, bensì nella contemporaneità, abbiamo sentito che queste categorie temporali si frantumavano e si ricostruivano, come le macerie del moderno e la prepotenza dell’antico. Siamo finiti dentro un pack di epoche ma anche di spazi contrastanti, in cui ogni lastrone cozza, si accosta, si sfalda o va alla deriva”.

Per concludere lascio a te due parole: meraviglia e tesoro.

Con l’augurio che gli occhi della meraviglia ti portino a trovare un tesoro anche nel tuo viaggio quotidiano.

Ti è piaciuto il libro?

Di tutte le informazioni che hai letto quali ti sono rimaste più impresse?

Quali hanno attivato in te il desiderio di scoprire terre conosciute?

Comincia da oggi ad esplorare il luogo che abiti e condividi con noi le tue scoperte sul gruppo facebook “Viaggiare in Travel Coaching”.