VILLA TORLONIA (Antonella Giroldini)

Il parco di Villa Torlonia ospita due musei: il Casino Nobile e la Casina delle Civette.

Il Casino Nobile deve il suo aspetto all’intervento di Giuseppe Valadier, intorno al 1802, quindi, tra il 1835-40 a Giovan Battista Caretti che aggiunse il maestoso pronao della facciata.
Molti pittori lavorarono alla sua decorazione, quali Podesti e Coghetti, oltre a scultori e stuccatori della scuola di Thorvaldsen e Canova.
Quando, dal 1925 al 1943, la Villa fu affittata a Benito Mussolini, nel piano interrato furono realizzati un rifugio antigas ed un bunker antiaereo, visitabili su prenotazione.
L’edificio restaurato ospita nei due piani di rappresentanza il Museo della Villa, con sculture e arredi d’epoca. Al secondo piano è il Museo della Scuola Romana, con dipinti, sculture e disegni degli artisti di quella corrente.
L’attiguo Casino dei Principi, dove è consultabile l’Archivio della Scuola Romana, ricchissimo di documenti, ospita periodicamente mostre temporanee.

Casina delle Civette (Antonella Giroldini)

La Casina delle Civette, dimora del principe Giovanni Torlonia jr. fino al 1938, anno della sua morte, è il risultato di una serie di trasformazioni e aggiunte apportate alla ottocentesca Capanna Svizzera che, collocata ai bordi del parco e nascosta da una collinetta artificiale, costituiva in origine un luogo di evasione rispetto all’ufficialità della residenza principale. Ideata nel 1840 da Giuseppe Jappelli su commissione del principe Alessandro Torlonia, si presentava come un manufatto rustico con paramenti esterni a bugne di tufo ed interno dipinto a tempera ad imitazione di rocce e tavolati di legno. I due edifici di cui consta oggi il complesso architettonico, il villino principale e la dipendenza, collegati tra loro da una piccola galleria in legno e da un passaggio sotterraneo, nulla o quasi hanno a che fare con il romantico rifugio di sapore alpestre ideato nell’Ottocento dallo Jappelli, se non per le strutture murarie dei due corpi di fabbrica principali disposti ad “L”, per l’impronta volutamente rustica, per l’uso dei diversi materiali costruttivi lasciati a vista e per la copertura a falde inclinate.


Infatti, già dal 1908, la Capanna Svizzera cominciò a subire una progressiva e radicale trasformazione per volere del nipote di Alessandro, Giovanni Torlonia jr., assumendo l’aspetto e la denominazione di “Villaggio Medioevale”; i lavori furono diretti dall’architetto Enrico Gennari e il piccolo edificio divenne una raffinata residenza con grandi finestre, loggette, porticati, torrette, con decorazioni a maioliche e vetrate colorate.
Dal 1916 l’edificio cominciò ad essere denominato “Villino delle Civette” per la presenza della vetrata con due civette stilizzate tra tralci d’edera, eseguita da Duilio Cambellotti già nel 1914, e per il ricorrere quasi ossessivo del tema della civetta nelle decorazioni e nel mobilio, voluto dal principe Giovanni, uomo scontroso e amante dei simboli esoterici.
Nel 1917 l’architetto Vincenzo Fasolo aggiunse le strutture del fronte meridionale della Casina, elaborando un fantasioso apparato decorativo in stile Liberty.
L’impronta di Fasolo è riscontrabile nella scelta dei volumi che si aggregano e che si intersecano prendendo corpo in una grande varietà di materiali e particolari decorativi. Elemento unificante delle molteplici soluzioni architettoniche è la tonalità grigia del manto di finitura delle coperture, per il quale venne utilizzato la lavagna in lastre sottili, variamente sagomate, contrapposta alla vivace cromia delle tegole in cotto smaltato.
Gli spazi interni, disposti su due livelli, sono tutti particolarmente curati nelle opere di finitura; decorazioni pittoriche, stucchi, mosaici, maioliche policrome, legni intarsiati, ferri battuti, stoffe parietali, sculture in marmo mostrano la particolare attenzione del principe per il comfort abitativo.
Tra le tante decorazioni la presenza delle vetrate è così prevalente da costituire la cifra distintiva dell’edificio: le vetrate vengono tutte installate tra il 1908 e il 1930 e costituiscono un “unicum” nel panorama artistico internazionale, prodotte tutte dal laboratorio di Cesare Picchiarini su disegni di Duilio Cambellotti, UmbertoBottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto.
La distruzione dell’edificio iniziò nel 1944, con l’occupazione delle truppe anglo-americane, durata oltre tre anni.
Quando nel 1978 il Comune di Roma acquisì la Villa, sia gli edifici sia il parco erano in condizioni disastrose.
L’incendio del 1991 ha aggravato le condizioni di degrado della Casina, unitamente a furti e vandalismi. L’immagine odierna della Casina delle Civette è il risultato di un lungo, paziente e meticoloso lavoro di restauro, eseguito dal 1992 al 1997, che, con quanto ancora conservato e sulla base delle numerose fonti documentarie, ha permesso la restituzione alla città di uno dei più singolari e interessanti manufatti dei primi anni del secolo scorso.

ROMA : QUARTIERE DORA (Antonella Giroldini)

Linguaggi architettonici diversissimi dove si mescolano suggestioni medioevali e folcloristico- fiabesche, qui testimoniano il talento esuberante di Gino Coppedè (il cui cognome è spesso usato per indicare il quartiere), che nel 1919 – 26 realizzò il gruppo di edifici stretti attorno a Piazza Mincio  e alla curiosa fontana delle rane. La configurazione della vicina piazza Buenos Aires , aperta a inizi ‘900 , deriva in parte dalla chiesa nazionale argentina della SS Addolorata costruita da Giuseppe Astorri nel 1910- 30, in stile romanico bizzantino.

 

Santa Agnese fuori le Mura (Antonella Giroldini)

Costanza, figlia di Costantino, fece costruire questa basilica sopra la sepoltura della martire Agnese, uccisa sotto Valeriano, là dove erano stati raccolti i resti di altri eroi del cristianesimo e scavate catacombe. La chiesa, più volte restaurata, rivolge alla Nomentana l’abside della navata centrale e il campanile quattrocentesco, mentre la facciata principale prospetta su un piccolo cortile, cui si accede dal nartece interno. Una scalinata scende all’interno, dove il matroneo, raro nelle chiese romane, e il mosaico risalgono a Onorio I. L’altare maggiore posto sulla tomba delle martiri Agnese ed Emerenziana, è incorniciato da un ciborio a quattro colonne di porfido voluto da Paolo V, e accoglie la Statua di Sant’Agnese, per la quale Nicolas Cordier riprese un antico torso in alabastro. A sinistra dell’altare, candelabro per il cero pasquale di scuola romana.

Da una porta nella navata sinistra si scende alle catacombe di S. Agnese, anteriori alla sepoltura della santa: disposte su quattro livelli, sono ben conservate ma prive di pitture.

 

MOSTRA HOKUSAI A ROMA (Antonella Giroldini)

Al Museo dell’Ara Pacis

dal 12/10/2017 – 14/01/2018 in mostra circa 200 opere che  raccontano e confrontano la produzione del Maestro con quella di alcuni tra gli artisti che hanno seguito le sue orme dando vita a nuove linee, forme ed equilibri di colore all’interno dei classici filoni dell’ukiyoe.

Deve la sua fama universale alla Grande Onda, parte della serie di Trentasei vedute del monte Fuji, e all’influenza che le sue riproduzioni ebbero sugli artisti parigini di fine Ottocento, tra i quali Manet, Toulouse Lautrec, Van Gogh e Monet, protagonisti del movimento del Japonisme. L’opera di Katsushika Hokusai (1760-1849), maestro indiscusso dell’ukiyoe, (che letteralmente significa “immagini del Mondo Fluttuante”), attivo tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, è vastissima e versatile, ed ebbe grande diffusione nel tempo grazie ai numerosi seguaci.

 

Hokusai ha esplorato soggetti di ogni tipo: dal paesaggio alla natura, animali e fiori, dal ritratto di attori kabuki a quello di beltà femminili e di guerrieri, fino alle immagini di fantasmi e spiriti e di esseri e animali semileggendari.

Era uno sperimentatore che variava formati e tecniche: dai dipinti a inchiostro e colore su rotolo verticale e orizzontale, alle silografie policrome di ogni misura per il grande mercato, fino ai più raffinati surimono, usati come biglietti augurali, inviti, calendari per eventi e incontri letterari, cerimonie del tè, libretti per teatro.

I volumi dei Manga, che raggruppano centinaia di schizzi e disegni tracciati dal maestro e stampati in solo inchiostro nero con qualche tocco di vermiglio leggero, rappresentano il compendio di tanta eccentricità e genialità messa a disposizione di giovani artisti e pittori quali modelli per ogni genere di soggetto. Tra i suoi allievi ci sono Hokuba, Hokkei (1790-1850), Hokumei (1786-1868) che segnano la generazione successiva di artisti, insieme a Keisai Eisen (1790-1848), allievo non diretto di Hokusai, ma che da lui è stato influenzato, che ha determinato gli sviluppi delle stampe di bellezze femminili e paesaggio degli anni 1810-1830. Proprio a Eisen, presentato in Italia per la prima volta in questa mostra, appartiene la bellissima e imponente figura di cortigiana rappresentata nella silografia che Van Gogh dipinge alle spalle di Père Tanguy e utilizzata anche in copertina del Paris Le Japon Illustré nel 1887.

La mostra si compone di cinque sezioni che toccheranno i temi più alla moda e maggiormente richiesti dal mercato dell’epoca:
1- MEISHŌ: mete da non perdere
2- Beltà alla moda
3- Fortuna e buon augurio
4- Catturare l’essenza della natura
5- Manga e manuali per imparare