Città della Pieve (Antonella Giroldini)

Non lontana dal confine con la Toscana, sorge su un panoramico rilievo del sistema collinare, a 509 metri d’altitudine . Avamposto fortificato con la Tuscia longobarda, ha svolto nel secoli un ruolo politico – territoriale marginale che ha permesso uno sviluppo storico – culturale autonomo di cui si avverte eco nella qualità urbana, monumentale e artistica. La campagna attorno all’abitato era costellata di piccoli insediamenti rurali di epoca etrusca ellenistica, mentre in città non sono state ritrovate testimonianze di frequentazione anteriore all’età alto – medioevale . A causa del crescente impaludamento della Valichiana, l’insediamento si attestò sul punto più alto del colle, attorno alla pieve dei Ss. Gervasio e Protasio, di epoca longobarda. Ancora oggi la cittadina colpisce immediatamente per l’intenso colore del cotto, eco dell’antica specializzazione locale nella fabbricazione dei mattoni.

La strada di accesso al centro urbano, fuori dalla cinta muraria e della porta del Vecciano, è segnata dalla Chiesa di S. Maria dei Servi. Costeggiando le mura si sale fino al largo della Vittoria, dove si apriva la porta medievale del Prato o di S. Francesco, demolita nel 1914. Di fronte, si erge la chiesa di S. Francesco e, accanto, l’oratorio benedettino di S. Bartolomeo. L’ingresso in città in questo punto è dominato dalla Rocca, di fronte alla quale si affaccia la chiesa del Gesù.

Cerreto di Spoleto (Antonella Giroldini)

Vera e propria sentinella della Valerina, posta a guardia della parte più aspra della valle, Cerreto di Spoleto fu munito castello di cui rimangono avanzi delle fortificazioni erette a partire da XIII secolo e un alto torrione.

Nella parte bassa dell’abitato sorge il complesso monastico fortificato di S. Giacomo, di origine trecentesca e rinnovato all’interno alla fine del Cinquecento conservando i pregevoli affreschi quattrocenteschi che decorano le pareti .

Gubbio (Antonella Giroldini)

 

“Oh smeraldo eugubino”, così Mecenate definì la città di pietra che si staglia ai piedi del ripido monte Ingino, quasi scolpita ne grigi di calcare” di una monocromia sublime cui solo nel rinascimento si unì in sordina l’arenaria”. Gubbio sorge isolata in mezzo al bacino intermontano che la collega a Ovest alla val Tiberina e a est alla Conca di Gualdo Tadino. Da qualunque parte dell’Umbria si provenga, la scenografica e celebrata visione della massa compatta degli edifici monumentale annuncia il carattere medievale del tessuto edilizio, il cui fascino particolare è alimentato anche della persistente di una civiltà locale e di tradizioni di remota origine, come la corsa dei Ceri, che danno la sensazione che questa città voglia ” risucchiarci indietro in un secondo strato di memorie arcaiche” . Anche il territorio circostante, che corrisponde al quadrante nord – orientale della regione, risente del fascino petroso di questa città. Definito a oriente dalla compatta catena montuosa di ripidi rilievi calcarei appenninici, si apre al versante adriaco attraverso il valico di Fossato di Vico, mentre a occidente l’area declina verso la valle del Tevere con la serie di modesti rilievi formati da terreni arenacei e marnosi. La Via Flaminia è stato asse generatore degli insediamenti tra Fossato e Scheggia, mentre le fondazioni abbaziali e militari hanno rappresentato il motore di sviluppo dell’area discosta dalla viabilità primaria.

Antenata di Gubbio è l’antica ” Ikuvium”, fondata dagli umbri insediatasi sulla sommità del monte Ingino e sul vicino monte Calvo probabilmente agli inizi del primo millennio a.C. , documentata nella struttura urbanistica dalle Tavole eugubine, monumento epigrafico di eccezionale valore inciso in lingua umbra tra la fine del II e il I secolo a. Cristo.

Gubbio continuò a essere centro di primaria importanza anche in età romana come testimoniano i resti delle terme, del teatro e del mausoleo. Superata la fase delle invasioni barbariche  e delle devastazioni dei visigoti, il trattato di pace del 605 segnò la divisione dell’Umbria tra il ducato longobardo di Spoleto e quello bizantino di Perugia. Tra il XII e XIII secolo si assistette ad un significativo ampliamento del tessuto urbano, al consolidamento delle porte civiche, alla costruzione dell’acquedotto e alla suddivisione amministrativa in quattro quartieri. Nel 1384 la città passa ai Montefeltro di Urbino e lo smantellamento delle magistrature comunali dal potere signorile trova traduzione urbanistica nella costruzione del Palazzo Ducale di fronte alla Cattedrale. Subentrati i Dellla Rovere inizia il processo di decadimento della città che, inclusa nel Ducato di Urbino, entrerà nello Stato Pontificio aggravando il proprio isolamento, la crisi economica e dando avvio a un accentuato degrado edilizio. Nel ‘800 viene promossa la prima campagna di restauro del tessuto medievale, mentre per contro vengono demolite le mura. Nel secondo dopoguerra viene formulato un piano regolatore mirato da una parte razionalizzare gli insediamenti nella periferia, dall’altra a riqualificare il nucleo medioevale

 

Todi (Antonella Giroldini)

” Todi, è una città in posizione difficile per il turista, ma nient’affatto scomoda per il viaggiatore”, così Edward Hutton  la definizione nel 1905. E ancora oggi Todi stupisce per il suo ardito adattarsi al colle e per i suoi bastioni intatti che si innalzano su uno zoccolo verde di olivi, in una posizione che per secoli ha rappresentato un elemento di difesa. La vocazione recente della cittadina è saldamente turistico – culturale, grazie a un rilancio in ambito internazionale supportato dal Todi Festival, che si svolge dal 1987 tra agosto e settembre.

Il peculiare rapporto tra l’insediamento e il suo sito è testimoniato dal complesso sistema di regimazione idrica, antico come la città  e formato da pozzi e cunicoli, che dimostra come sia possibile trasformare uno svantaggio  idro – geomorfologico in un valore ambientale e strategico. Il nucleo più antic di Todi corrisponde all'”arce” umbro – etrusca, posta a cavallo delle due vette del colle e chiusa dal primo giro di mura, che nel nome “tular”, confine, sottolinea la primaria caratteristica della città. Entrata nell’orbita politica romana, divenne, in età augustra ” Colonia Julia Fida Tuder”.

Fra il XII e il XIV secolo la città conosce il momento di massimo sviluppo politico – economico, che determina una decisa espansione urbana verso il contado lungo gli assi della viabilità preesistente. Si formano così i quattro borghi, tre dei quali ricompresi nel terzo giro delle mura e diventati parte integrante  della ” forma urbis”, immutata fino al 1950 circa.

L’itinerario parte dalla centrale piazza del Popolo e ripercorre la forma murata dal centro verso le tre braccia di espansione. La maggiore è strutturata alla confluenza delle vie principali. Via Salaria conduce ai rioni occidentali , lacerati dalle profonde trasformazioni.

Per raggiungere S. Fortunato dal palazzo dei Priori si segue via Mazzini fino a piazza Jacopone, e continuando un po’ a destra si arriva alla scenografica piazza Umberto I, dominata da un’ampia e alta scalinata che sale alla chiesa.

Da porta Aurea proseguendo a sinistra in via S. Maria in Camuccia si incontra la chiesa omonima. Proseguendo fino in fondo alla via, a destra, dopo porta Catena, si entra nel borgo Ulpiano, quartiere duecentesco che si sviluppa fino a porta Romana.

Borgo Nuovo: Cresciuto fuori dalla porta S. Prassede agli inizi del ‘200, si sviluppa in ripida pendenza tra tipiche costruzioni medievali un tempo destinate agli artigiani , scandite dagli insediamenti religiosi posti alle due estremità della via per Perugia, spina dorsale del borgo. Al monastero delle Clarisse venne annessa la Chiesa di S. Francesco al Borgo, rinnovata nei secoli XVII e XIX. Poco più avanti sorge il complesso della SS. Annunziata, con Annunciazione di Corrado Giacquinto; la via si conclude alla porta Perugina, la meglio conservata della terza cinta.