Isola di Giannutri (Antonella Giroldini)

L’arco o la falce di luna, simboli di Diana – Artemide, furono le forme evocate in età classica dalla più meridionale delle isole dell’ Arcipelago Toscano, larga appena 500 metri, ma con uno sviluppo costiero di 11 Km. Alte e frastagliate le coste, dove nel calcare dolomitico si aprono numerose grotte. A cala maestra sono le rovine di una villa romana con una darsena e terme. Altro approdo è alla bella cala dello Spalmatoio, riparata e fornita di spiaggetta. L’isola è privata: permessi solo per visite giornaliere.

 

INFIORATA DI GENZANO (Antonella Giroldini)

L’edizione 2017 della tradizionale infiorata di Genzano di Roma è ormai alle porte: l’appuntamento è per il 17, 18 e 19 giugno. In quei giorni, come avviene da due secoli a questa parte, il selciato di via Belardi sarà interamente ricoperto di petali di fiori, usati per realizzare delle vere e proprie opere d’arte.

L’evento coinvolge tutti gli abitanti della cittadina di Genzano di Roma che partecipano alle diverse attività organizzative necessarie alla riuscita della grande manifestazione. Durante la giornata del Corpus Domini la centrale via Belardi viene interamente ricoperta di un tappeto fiorito: l’area dell’infiorata si estende per quasi 2.000 metri quadrati e sono più di 350.000 i fiori impiegati per colorare i quadri. Solitamente, lungo la strada vengono realizzati 13 quadri, ciascuno dei quali misura 7 metri di larghezza e 14 di lunghezza.

L’organizzazione dell’infiorata inizia diverse settimane prima della giornata di festa. Per prima cosa si scelgono e si abbozzano i quadri che dovranno essere riprodotti sul selciato. Tradizionalmente, i quadri rappresentano scene religiose, legate alla festività del Corpus Domini. Successivamente, vengono scelti i fiori da usare: sono oltre 20 le varietà di fiori scelte per rappresentare altrettante sfumature di colore. Si passa dal giallo tenue dei fiori di ginestra alle diverse sfumature dei petali di garofano, passando per caffè, riso e rose… il risultato è una tavolozza ricca di colori e profumi che diventa protagonista di una tradizione apprezzata anche all’estero.

La fase di preparazione dei fiori viene denominata “spelluccamento” e avviene nei giorni precedenti all’infiorata. I petali vengono staccati dalle corolle e, in attesa di essere usati per la realizzazione dei quadri, vengono conservati nelle grotte comunali. Il sabato precedente alla festa si passa alla preparazione del selciato, con il disegno in gesso dei contorni dei quadri.

La tradizione dell’infiorata di Genzano di Roma entra nel vivo nella mattinata della domenica, quando si inizia la delicata fase di posa dei petali. Quando l’opera è completa, la domenica sera, i festeggiamenti proseguono con la tradizionale processione, che attraversa la città. L’infiorata viene mantenuta sul selciato per tutta la durata dell’evento e solo il lunedì sera viene distrutta durante il caratteristico “spallamento” che vede protagonisti i bambini.

La tradizione dell’infiorata rivive da oltre 200 anni. Sebbene le fonti non indichino una data certa, dai documenti storici si evince comunque che l’infiorata viene realizzata a Genzano di Roma dalla seconda metà del 1700. I genzanesi erano soliti distribuire dei petali di fiori di fronte alle loro case per omaggiare il passaggio della processione organizzata in occasione del Corpus Domini. A partire dal 1778 (secondo altre fonti dal 1782) ad essere coperta di fiori fu l’intera via Sforza (corrispondente all’attuale via Buozzi). Ma è solo dalla fine dell’800 che i preparativi per la festa coinvolgono tutti gli abitanti della città. Dal 1875 l’infiorata si svolge in via Belardi, nella strada che collega piazza IV Novembre alla chiesa di Santa Maria della Cima.

L’edizione 2017 dell’infiorata di Genzano di Roma si terrà dal 17 al 19 giugno. Nonostante sia un evento che affonda le sue radici nel passato, l’infiorata di Genzano mantiene sempre uno stretto legame con l’attualità; per questo il tema di quest’anno sarà “Preghiera di pace, dialogo tra religioni e culture“.

Sintra (Antonella Giroldini)

 

 

Questo tranquillo villaggio, con i suoi palazzi riccamente decorati, le foreste avvolte dalla foschia e le rovine di un castello moresco, sembra uscire direttamente da un libro di fiabe. Non sorprende quindi che sia da tempo una delle mete preferite degli abitanti della capitale per le gite fuoriporta.

E’ una meta ideale per evadere dalla città . Ha un eccezionale microclima che favorisce la crescita di una magnifica vegetazione esotica ed è perfetta per effettuare delle belle passeggiate in campagna, scoprendo torri d’avvistamento difese da mostri in pietra o esplorando il Convento  dos Capuchos circondato da alberi di sughero.

Anche se vi trattenete a Lisbona solo per un fine settimana , vale comunque la pena di visitare Sintra .

Lago del Salto (Antonella Giroldini)

Una strada panoramica non sempre agevole, che si stacca dalla Salaria poco prima di Cittaducale, porta, oltre Capradosso, in km 24,5 dal lago del Salto , ampio bacino artificiale dal frastagliato profilo che regola l’afflusso delle acque del fiume omonimo nella Conca reatina. Quando il lago venne creato scomparvero nelle acque i paesi di Borgo San Pietro, Tiglieto e Fiumata, ricostruiti più in alto sulla riva. L’invaso si trova nel Cicolano, terra di antico insediamento riscoperta dagli archeologi negli ultimi lustri grazie a numerose campagne di scavo. Il paese di Petrella Salto sulle pendici del Monte Moro è denominato dai ruderi della rocca Cenci.

Santa Maria in Vescovio (Antonella Giroldini)

Il Santuario di Vescovio, tra i più noti e più importanti monumenti della Sabina sorge nell’area dove anticamente si trovava il municipio romano di “Forum Novum”. Le prime testimonianze di Santa Maria in Vescovio, l’antica Cattedrale dei Sabini fino al 1495 quando la sede diocesana fu spostata a Magliano in Sabina , risalgono all’VIII secolo. Fu poi distrutta nel IX secolo dai Saraceni, quindi ricostruita e restaurata più volte, anche se quella che appare oggi agli occhi dei visitatori è una chiesa che conserva intatte le caratteristiche romaniche del XII secolo.

Di notevole bellezza è la Torre Campanaria, a cinque ordini di finestre, costruita in epoca posteriore alla chiesa facendo uso di materiale di spoglio come frammenti scultorei e lastre marmoree.

L’interno di questo luogo di culto, a navata unica, è decorato da alcuni dipinti trecenteschi di scuola cavalliniana (il Cavallini è uno dei più importanti esponenti della scuola romana) e conserva sulle pareti alcuni affreschi duecenteschi raffiguranti le Scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Attraverso due porte, che si trovano nei pressi della zona presbiteriale, si accede alla cripta semianulare dell’XI secolo che poggia su una chiesa precedente, a sua volta edificata su costruzioni romane.

Nei pressi della chiesa si trovano i resti del convento costruito sotto il pontificato di Clemente VII, alla fine del Cinquecento, come supporto logistico alla chiesa.

IL RIF (Antonella Giroldini)

E’ di straordinario interesse ambientale a giustificare questo itinerario da Tetouan a Oujda: 533 km complessivi cui vanno aggiunti altri 45 km di deviazioni dalla strada principale per raggiungere Chefchaouen.

Il termine Rif , che designa le montagne dallo stretto di Gibilterra alla foce del uadi Moulouya, fa in realtà riferimento a due entità distinte: i rilievi fra Tangeri e  Chefchaouen e il Rif propriamente detto. Quest’ultima sezione, che nel suo più accidentato raggiunge cime di notevole altezza, costituisce un autentica barriera montuosa che segna peculiarmente il carattere della regione.

La macchia sopra i villaggi è sfruttata per pastorizia , con la tendenza al nomadismo che si accentua nelle zone occidentali più umide ma perde la sua ragion d’essere salendo in altezza compaiono le cedraie. Gli insediamenti tradizionali sono costituiti da abitazioni con tetti spioventi rivestiti di tegole, separate l’una dall’altra da piccoli frutteti. Le case sono costruite di mattoni di argilla e intonacate di calce, o, non di rado protette da uno strato di terra perfettamente fuso con il colore del paesaggio estivo. In alta montagna le case presentano talora un piano di legno che ricorda quello di certe costruzioni dell’Europa del Nord.

 

IL CASTELLO DI PALO (Antonella Giroldini)

Il castello di Palo è una fortificazione di epoca medievale situata a Palo, comune di Ladispoli (RM), oggi di proprietà della famiglia Odescalchi.

Le prime notizie di un insediamento fortificato si hanno nel 1132 quando truppe genovesi occuparono una cittadina vicina. Ma nel 1254 che viene per la prima volta citato “Castellum” e un “Castrum” Pali e al 1330 quando Palo appare di proprietà del Monastero di San Saba e poi affidato agli Orsini, rispettivamente, come proprietà dei Normanni e dei Monaci di S. Saba. Costruito molto probabilmente sotto il Pontificato di Pio I i Piccolomini,

Notevoli restauri furono eseguiti, tra il 1513 e il 1521, per volere di Leone X che soleva dimorare nel Castello durante le sue partite di caccia nel bosco di Palo.

Durante il decennio 1560-70, il Castello di Palo fu tra le fortificazioni costiere che subirono notevoli modificazioni.

Nel 1573 Paolo Giordano l Orsini vendette il Castello al Cardinale Alessandro Farnese per 25. 000 scudi, ma ritornò poco dopo agli Orsini ai quali lo restituì, nel 1589, Il Granduca di Toscana Ferdinando dei Medici.

.La vicinanza con Roma e la particolare posizione amena sul mare fecero di Palo un luogo di piacevole soggiorno per il proprietario che prese subito a cuore il riassetto del Castello ed in particolare la sistemazione accessoria esterna al Palazzo.

Sotto Ladislao I, figlio di Livio III,  il Castello, con il rifacimento delle finestre del fronte settentrionale, assunse l’ aspetto attuale. Oggi il castello continua ad essere abitato dalla famiglia Odescalchi.

ACQUAPENDENTE (Antonella Giroldini)

A km 12,5 da Bolsena, Acquapendente sembra debba le sue origini a un borgo di nome Arisa, cresciuto lungo la via Francigena attorno alla pieve di Santa Vittoria tra il IX e il X secolo.

In città si trovano una magione di templari, una chiesa e un monastero dedicato al Santo Sepolcro, i cui frati dipendevano direttamente omonima di Gerusalemme. In seguito alla donazione da parte di Matilde di Canossa di tutti i suoi beni alla Chiesa, il paese divenne feudo papale. In quest’epoca il paese si strutturò nelle sue linee urbanistiche: sulla destra del corso d’acqua si trovano il castello, l’abbazia del Santo Sepolcro e, forse, un borgo nato intorno alla Chiesa di S. Maria consacrata nel 1149; a sinistra si estendeva l’abitato sul crinale dei colli fino al poggio del Massaro ai piedi del quale si apriva la porta verso Siena, da cui si entrava in città il tratto urbano della Francigena che proseguiva fino alla porta che conduceva a Roma. La cittadina è la patria del famoso anatomico Fabrizio d’Acquapendente, che descrisse per primo le valvole cardiache e che fece costruire il primo teatro anatomico a Padova.  La Cattedrale è una basilica benedettina cui fu annessa una casa dei Cavalieri Templari; sulla destra della facciata è un portico con resti dell’edificio romanico. La cripta del Santo Sepolcro, della metà del X secolo, è una delle cripte romaniche più importanti d’Italia. 24 colonne sovrastate da capitelli decorati da figure animali e piante la dividono in nove navate e al centro si trova una scalinata che porta al sacello piramidale.

Nell’ambito del parco si trovano una serie di casali ristrutturati e utilizzati per il turismo scolastico e ambientale, uno dei quali ospita il Museo del Fiore  e illustra la varietà delle specie presenti sul territorio e conduce nel mondo del fiore, illustrandone aspetti evolutivi, ecologici e culturali, tra cui quello con la tradizione dei “pugnaloni” di Acquapendente. Cioè i grandi pannelli composti da fiori e piante che celebrano la battaglia per la libertà combattuta contro Federico Barbarossa e vengono esposti nella cittadina nella terza domenica di maggio.

Abbazia di Sant’Andrea in Flumine (Antonella Giroldini)

L’abbazia di Sant’Andrea in Flumine fu edificata su una collina compresa tra il Tevere e il monte Soratte, su una preesistenza di epoca romana, come ben testimoniano i resti di strutture murarie in opus reticolarum e i pavimenti a mosaico. Dall’VIII secolo i benedettini avviarono un’opera di rinnovamento e valorizzazione del territorio agricolo, rendendo il loro insediamento un punto di riferimento produttivo agevolato dalla presenza di un importante scalo fluviale, ora totalmente inagibile.
Il monastero, secondo il Chronicon di Benedetto, monaco di San Silvestro di Soratte, nacque grazie alla volontà della nobile Galla, moglie o figlia di Simmaco, consigliere di Teodorico che presto si ritirò sul monte dove fece edificare un cenobio (VI sec. ca). A livello documentario il monastero è citato per la prima vota in epoca carolingia, quando papa Paolo I lo donava a re Pipino il Breve (762). Nel 1074 il complesso divenne proprietà del monastero di San Paolo fuori le mura, sotto la cui giurisdizione rimase fino al XV secolo. Passato di commenda in commenda visse anni di declino irreversibile fino alla sua trasformazione in fattoria tra Settecento e Ottocento, tanto che solo nel 1959 ebbe il primo restauro che salvò in minima parte le antiche strutture in gran parte crollate.

La chiesa abbaziale
La chiesa si colloca in posizione dominante sulle pendici della Via Tiberina che domina e anticamente controllava con facilità.
L’edificio attuale corrisponde ad una ricostruzione del XII sec. della primitiva chiesetta voluta dall’abate Leone. Il complesso era circondato da torri di difesa, delle quali l’unica superstite si trova oggi in linea con l’abside della chiesa, poi sopraelevata per essere riadattata a campanile . L’edificio è a pianta basilicale, con tre navate terminanti in altrettanti absidi: quella sinistra è stata ricostruita, così come sono state in parte sostituite le colonne e il tetto a capriate lignee . La pianta dell’edificio risulta irregolare a seguito di un crollo delle prime quattro campate della navatella destra e al conseguente sovrapporsi della facciata di altre costruzioni posteriori. Per tale motivo l’ingresso oggi è spostato e la soglia è costituita da un bassorilievo di epoca carolingia.
L’esterno della chiesa mostra decorazioni con cornici a dente di sega e maioliche invetriate. All’interno le pareti erano ornate da affreschi di diverse epoche di cui restano tracce dei secoli VIII-IX e XV-XVI, mentre il catino absidale è decorato con una Resurrezione realizzata dopo il Mille, così come la Crocefissione sull’arco trionfale.
Il presbiterio è sopraelevato e mostra un pavimento originario in opus sectile, composto da un mosaico di lastrine di marmo e pietre tagliate nelle più diverse forme  . L’area sacra è chiusa da transenne e conserva un ciborio antico  con copertura ottagonale retta da colonnine, analogo a quello di San Paolo fuori le mura, datato attorno al XII secolo, in base ad un’iscrizione che reca anche i nomi degli autori. Si tratta di maestro Nicola con i figli Giovanni e Guittone.
Caratteristica peculiare della chiesa è la presenza dello jubé : un pontile simile all’iconostasi, che aveva lo scopo di separare il coro, riservato ai presbiteri, dalla navata riservata ai fedeli. Lo jubè è una struttura architettonica molto presente nella chiese gotiche, una tribuna, non solo con scopi organizzativo-gerarchici, ma anche simbolici infatti da essa venivano lette le Scritture, fungendo anche da ambone e pulpito. Il nome infatti deriva dalla formula di apertura utilizzata dal diacono che, salito sulla sua sommità, prima di iniziare a leggere la Parola di Dio si rivolgeva la sacerdote celebrante chiedendo la benedizione: Jube Domine benedicere, da cui jubè.
Lo jubè, spesso a tre arcate, a differenza dell’iconostasi era praticabile e aveva spesso una ricca decorazione scultorea come ancora si può ammirare nei posti esemplari rimasti (Duomo di Modena ,Abbazia di Vezzolano ;sì in Italia sono rimasti pochi esempi, infatti dopo il concilio di Trento si iniziò progressivamente a smontarli rendendo i pochi rimasti rare e preziose testimonianze liturgiche ed artistiche.