Abbazia di Sant’Andrea in Flumine (Antonella Giroldini)

L’abbazia di Sant’Andrea in Flumine fu edificata su una collina compresa tra il Tevere e il monte Soratte, su una preesistenza di epoca romana, come ben testimoniano i resti di strutture murarie in opus reticolarum e i pavimenti a mosaico. Dall’VIII secolo i benedettini avviarono un’opera di rinnovamento e valorizzazione del territorio agricolo, rendendo il loro insediamento un punto di riferimento produttivo agevolato dalla presenza di un importante scalo fluviale, ora totalmente inagibile.
Il monastero, secondo il Chronicon di Benedetto, monaco di San Silvestro di Soratte, nacque grazie alla volontà della nobile Galla, moglie o figlia di Simmaco, consigliere di Teodorico che presto si ritirò sul monte dove fece edificare un cenobio (VI sec. ca). A livello documentario il monastero è citato per la prima vota in epoca carolingia, quando papa Paolo I lo donava a re Pipino il Breve (762). Nel 1074 il complesso divenne proprietà del monastero di San Paolo fuori le mura, sotto la cui giurisdizione rimase fino al XV secolo. Passato di commenda in commenda visse anni di declino irreversibile fino alla sua trasformazione in fattoria tra Settecento e Ottocento, tanto che solo nel 1959 ebbe il primo restauro che salvò in minima parte le antiche strutture in gran parte crollate.

La chiesa abbaziale
La chiesa si colloca in posizione dominante sulle pendici della Via Tiberina che domina e anticamente controllava con facilità.
L’edificio attuale corrisponde ad una ricostruzione del XII sec. della primitiva chiesetta voluta dall’abate Leone. Il complesso era circondato da torri di difesa, delle quali l’unica superstite si trova oggi in linea con l’abside della chiesa, poi sopraelevata per essere riadattata a campanile . L’edificio è a pianta basilicale, con tre navate terminanti in altrettanti absidi: quella sinistra è stata ricostruita, così come sono state in parte sostituite le colonne e il tetto a capriate lignee . La pianta dell’edificio risulta irregolare a seguito di un crollo delle prime quattro campate della navatella destra e al conseguente sovrapporsi della facciata di altre costruzioni posteriori. Per tale motivo l’ingresso oggi è spostato e la soglia è costituita da un bassorilievo di epoca carolingia.
L’esterno della chiesa mostra decorazioni con cornici a dente di sega e maioliche invetriate. All’interno le pareti erano ornate da affreschi di diverse epoche di cui restano tracce dei secoli VIII-IX e XV-XVI, mentre il catino absidale è decorato con una Resurrezione realizzata dopo il Mille, così come la Crocefissione sull’arco trionfale.
Il presbiterio è sopraelevato e mostra un pavimento originario in opus sectile, composto da un mosaico di lastrine di marmo e pietre tagliate nelle più diverse forme  . L’area sacra è chiusa da transenne e conserva un ciborio antico  con copertura ottagonale retta da colonnine, analogo a quello di San Paolo fuori le mura, datato attorno al XII secolo, in base ad un’iscrizione che reca anche i nomi degli autori. Si tratta di maestro Nicola con i figli Giovanni e Guittone.
Caratteristica peculiare della chiesa è la presenza dello jubé : un pontile simile all’iconostasi, che aveva lo scopo di separare il coro, riservato ai presbiteri, dalla navata riservata ai fedeli. Lo jubè è una struttura architettonica molto presente nella chiese gotiche, una tribuna, non solo con scopi organizzativo-gerarchici, ma anche simbolici infatti da essa venivano lette le Scritture, fungendo anche da ambone e pulpito. Il nome infatti deriva dalla formula di apertura utilizzata dal diacono che, salito sulla sua sommità, prima di iniziare a leggere la Parola di Dio si rivolgeva la sacerdote celebrante chiedendo la benedizione: Jube Domine benedicere, da cui jubè.
Lo jubè, spesso a tre arcate, a differenza dell’iconostasi era praticabile e aveva spesso una ricca decorazione scultorea come ancora si può ammirare nei posti esemplari rimasti (Duomo di Modena ,Abbazia di Vezzolano ;sì in Italia sono rimasti pochi esempi, infatti dopo il concilio di Trento si iniziò progressivamente a smontarli rendendo i pochi rimasti rare e preziose testimonianze liturgiche ed artistiche.

Il Ristorante Le Primare (Antonella Giroldini)

Il ristorante le primare è il posto giusto per chi ama riscoprire i sapori della vera cucina romana tradizionale. la cucina casereccia, la gestione familiare e il luogo rustico, caldo ed accogliente fanno sì che alla piacevole esperienza “tutta da gustare” si unisca anche un piacevole momento da trascorrere in completo relax, immersi nella campagna della sabina, lontano dal caos della città. fetuccine fatte a mano, carbonara, gricia, cacio e pepe, amatriciana…sono soltanto alcuni dei nostri piatti forti, di cui vale la pena ricordare, anche la nostra pizza fritta (servita per antipasto insieme al tris di trippa alla romana, fagioli con cotiche e coratella) condita con prosciutto, lardo e verdure miste. altrettanto gustosi e meritevoli…sono i nostri secondi: pollo/coniglio alla cacciatora, abbacchio al forno, castrato in bianco o “all’ arrabbiatella”, spezzatino di cinghiale, arrosti…e tanto altro! il ristorante le primare offre la possibilità di mangiare al chiuso, magari quando è stagione davanti a un bel caminetto acceso…, e all’ aperto così potrete, qualora ne abbiate la necessità, portare con voi liberamente i vostri animali!