MUSEO EGIZIO DI TORINO – COFANETTO INTARSIATO ( Antonella Giroldini)

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Legno, faience, avorio

Dimensioni: 19x38x23 cm

Antico Regno, IV dinastia

Provenienza: Gebelein, scavi Schiapparelli, 1914

In tutte le società è naturale voler proteggere il lino dalla polvere: così, in una tomba dell’Antico Regno, a Gebelein, questo prezioso cofanetto serviva appunto a custodire il lino. Si tratta di un oggetto di lusso, decorato con intarsi formati da tessere intagliate di avorio ( di solito ricavato da zanne di ippopotamo) e di una specie di forma arcaica del vetro detta faience ( ottenuta dal quarzo, fuso e ricoperto con uno smalto vitreo alcalino, colorato con un composto di rame). Qui le tessere faiance  sono colorate in azzurro chiaro e scuro e alternate per ottenere un effetto più decorativo ; all’epoca erano questi i colori disponibili per gli smalti vitrei, e sarebbero trascorsi quasi mille anni prima che si potesse cominciare a usare un’ampia gamma cromatica.

Il cofanetto vuole imitare le forme naturali delle piante che si usano anche nell’edilizia: i pannelli laterali in avorio sono scolpiti come stuoie di palme, proprio come le pareti degli edifici più semplici: la  striscia di faience sotto coperchio potrebbe ricordare il modo in cui queste stuoie di cannicciato erano fissate in cima alle pareti con legacci di cuoio. Il coperchio del cofanetto ha una ricca decorazione di boccioli di loto su uno sfondo di avorio, separati da strisce verticali di faiance azzurra. Considerando che nell’architettura il loto diventava spesso una colonna, è possibile che qui abbiamo di fronte la raffigurazione simbolica di una splendida sala a colonne. Lo scrigno è montato su zampe di legno che forse servivano a impedire l’invasione dei parassiti; l’interno era dipinto di rosso.

I castelli degli Omayyadi (Antonella Giroldini)

 

Questo itinerario inizia e finisce ad Amman . Il percorso è circolare e origina verso nord, per poi piegare verso est, lungo le vie che videro le gesta dei califfi omayyadi. Nelle steppe cosparse di lava basaltica presso il confine con la Siria, sorgono le rovine della “madre dei cammelli” , fondata dai nabatei nel 1 secolo a. C. Disseminate su una vasta superficie , le tracce della città, anche se non in perfetto di conservazione, ne testimoniano non solo la grandezza commerciale, ma anche il grande fervore cristiano che la pervase in epoca bizantina, quando si arricchì di numerose chiese e monasteri . Dal nero del basalto si passa al color ocra della sabbia dell’Est. Qui si insediarono i membri della dinastia che portò l’islam fuori dai confini della Mecca e di Medina. Queste costruzioni rappresentano un’originale testimonianza dell’antica architettura islamica e delle influenze che ereditò dalle tradizioni greco – romane – bizantine del Mediterraneo orientale. I  castelli del deserto, pur nella loro diversa struttura , erano in realtà delle palazzine di caccia, luogo di riposo e di ristoro, oasi di tranquillità lontano dalle incombenze della capitale del califfato .

Vennero costruiti tutti attorno alla prima metà dell’ VIII secolo, con la sola eccezione di Qasr al – Hallabat e Al- Azraq, di epoca romana. Il secondo in pietra basaltica, fu tappa del viaggio di Lawrence d’Arabia durante la grande rivolta araba.

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Nei dintorni della cittadina, la brulla natura della steppa desertica si concede una pausa, cede per un tratto alla spinta della grande falda acquifera sotterranea che esce all’improvviso e formano un’ oasi. La palude percorsa da fiumi , bordata di canneti e abitata da centinaia di uccelli migratori è diventata un parco nazionale, la Riserva naturale di al – Azraq, che merita una sosta per la sua singolarità.

AL – AZRAQ: la cittadina è conosciuta per la fortezza di origine romana, sorta ai margini dell’oasi dove si sviluppò il villaggio di Azraq ad – Duruz, che deve il suo nome ai drusi insediatisi qui nel 191, quando lasciarono la regione siriana di Jabal al – Arab a seguito di un’insurrezione contro gli ottomani. Ma il nome fa anche riferimento all’acqua di cui è ricca  la regione: azraq, infatti in arabo significa azzurro.

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Parte della grande oasi di Al – Azraq è stata trasformata in una riserva naturale; a protezione dello straordinario patrimonio faunistico è stata istituita anche la Riserva naturale di Shawmari

Qasr al – Azraq : Da un iscrizione si è potuto stabilire che la fortezza venne dedicata agli imperatori romani Diocleziano e Massimiano e che perciò venne costruita nel periodo che va dal 286 al 305, con il nome di Dasianiss.

La sua importanza per i romani era soprattutto strategica , in quanto si trovava lungo una delle possibili vie d’accesso alla Siri. Ma altrettanto importanti erano le riserve idriche di Al – Azraq.

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QUSAYR AMRAH: sulla nuova strada del deserto che da Azraq ritorna verso Amman si trova la singolare costruzione di QUSAYR AMRAH. edificio con coperture a volta che costituisce un eccezionale e raro documento di epoca islamica, perché i suoi interni sono ricoperti da straordinari affreschi nei quali sono state identificate oltre 250 figure umane e di animali per una superficie totale dipinta di 350 metri quadri. Il complesso comprendeva in origine varie costruzioni ed era circondato da giardini, irrigati mediante una noria. Oggi ne restano da visitare la sala delle udienze a tre navate e l’hammam.  E’ stato  dichiarato sito UNESCO.

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Sala delle udienze è un edificio dalle forme semplici e armoniose che misura 10 m di lato, con tre archi a sesto leggermente acuto che formano altrettante navate. Linterno è decorato con affreschi eccezionali, restaurati alla fine degli anni Settanta del Novecento.

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L’hammam si compone di tre piccoli ambienti: il tepidarium, sormontato da una volta a botte a tutto sesto; un secondo ambiente, ricoperto da una volta a a crociera e adibito sia a caldarium sia a tepidarium. molto interessanti gli affreschi dipinti sulla cupola della terza sala , dove si raffigura una mappa celeste con costellazioni dello zodiaco e i personaggi della mitologia greco – romana.

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QASR al – KHARANAH : nella stessa strada sorge, isolata, questa maestosa fortezza caravanserraglio . E’  costruita in pietra rossa su pianta quadrangolare, con una torre rotonda ed ad ogni angolo e una torre semicircolare al centro di ogni lato.

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Superato l’ingresso, ci si immette in un corridoio che si apre in un cortile, attorno al quale si trovano le stalle per i cavalli e i magazzini dei mercanti delle carovane che percorrevano la strada tra Siria e Arabia.

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A sinistra dell’ingresso del cortile c’è una rampa di scale che conduce al primo piano. Qui si trovano le 61 stanze a uso abitativo e delle sale, decorate in maniera molto curata. Continuando a salire si raggiunge la sommità del castello, da cui si gode di un’ampia vista sul deserto circostante.

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Alcuni studiosi sostengono che venisse usato come luogo di riunioni politiche.

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BIENNALE DI VENEZIA 2013 – MARINO AURITI

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Nato in una cittadina dell’Abruzzo, Marino Auriti si guadagnò inizialmente da vivere come costruttore di carrozze. Solo dopo il pensionamento negli anni ’50, Auriti si dedicò al suo progetto più ambizioso: la costruzione minuziosa e dettagliata  del modello architettonico di un museo immaginario, il Palazzo Enciclopedico del Mondo che avrebbe ospitato tutte le conquiste dell’umanità, dalla ruota al satellite, dai più antichi manufatti dell’avanguardia artistica.

Il modello del Palazzo Enciclopedico era alloggiato abitualmente in una struttura piramidale all’interno del garage di Auriti.

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Il suo Palazzo, anche se non fu realizzato, rimane una estrosa testimonianza dell’eterno impulso enciclopedico dell’umanità: contenere l’intero universo e ordinario in una forma.

IL POTERE DEI SOGNI di LUIS SEPULVEDA ( Antonella Giroldini)

viaggiando in lungo e largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li condividono, li moltiplicano. Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso….

LE CANARIE ….ISOLE VULCANICHE (Antonella Giroldini)

Le sette isole e i sei isolotti che formano l’arcipelago delle Canarie non sono altro che le punte di una vasta catena montuosa vulcanica che si estende sul fondo dell’Oceano Atlantico. Molto giovani dal punto i vista geologico, le isole emersero 30 milioni di anni fa, quando enormi lastre della crosta terrestre ( placche tettoniche) entrarono in collisione e corrugarono la superficie del pianeta dando origine a gigantesche sia in terra, come nel caso della catena dell’Atlante in Marocco, sia sul fondo dell’Oceano, come nel caso di Capo Verde, delle Azzorre e delle Canarie. Queste isole atlantiche sono collettivamente indicate come Macronesia, e dopo la nascita vennero ulteriormente plasmate da una serie di eruzioni vulcaniche .

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Sul fondo dell’Oceano Atlantico si registra ancora una forte attività vulcanica, e vi sono numerose montagne sommerse. Di tanto in tanto emergono nuove isole vulcaniche, ma in genere si tratta di fragili cumuli di cenere non compatta che vengono velocemente spazzate via.

L’isola dell’arcipelago più adatta per farsi un’ idea di sommovimenti interni alla crosta terrestre è Lanzarote, le cui Montanas del Fuego ribollono tuttora. I vulcani di Fuerteventura, Gran Canaria, La Gomera e El Hierro, invece, non si risvegliano da secoli; a Tenerife l’ultima eruzione vulcanica si ebbe nel 1909; è stata La Palma a ospitare lo spettacolo pirotecnico più recente nel 1971.

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Le isole non hanno dimensioni molto grandi, ma racchiudono paesaggi di ogni genere, delle lunghe spiagge sabbiose di Fuerteventura alle dune di Gran Canaria, delle maestose scogliere atlantiche di Tenerife ai boschi di La Gomera, avvolti dalla nebbia. Le isole più orientali sono caratterizzate da un paesaggio desertico quasi sahariano, mentre La Palma e La Gomera comprendono zone ricche di vegetazione. La montagna più alta di tutta la Spagna è il pico del Teide.

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Nessuna delle isole è attraversata da fiumi e la mancanza di acqua rimane un grande problema. Al posto dei fiumi, reti di barrancos si fanno strada dall’entroterra montuoso della maggior parte delle isole fino alla costa. In alcuni di essi scorre acqua, ma altri restano asciutti quasi tutto l’anno.

Lanzarote e Fuerteventura, le due isole più orientali, distano solo 115 Km dall’Africa continentale, Lanzarote deve il suo aspetto attuale a una serie di violente eruzioni verificatesi nel 1730. L’eruzione creò un suolo fertile là dove prima non cresceva nulla.

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Gran Canaria è sostanzialmente una piramide vulcanica a base circolare. La metà settentrionale è incredibilmente verde e fertile, mentre la zona che si estende a sud del Pozo de las Nieves è più arida e ricorda le isole situate a est di Gran Canaria.

La sorella maggiore di Gran Canaria, quanto meno in termini di grandezza, è Tenerife, altro ” mini continente”. L’isola è occupata per quasi due terzi dalle aspre pendici del Teide. Nella lingua di terra nord – occidentale si sviluppa un’altra catena montuosa, quella degli Anaga. Le uniche vere pianure si trovano nei dintorni di La Laguna e lungo alcuni tratti di costa. Le straordinarie scogliere della costa settentrionale vengono di tanto in tanto sferzate dalle burrasche atlantiche.

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Le altre isole occidentali hanno molto in comune. Caratterizzate da precipitazioni più abbondanti e sorgenti più numerose, sono verdi e orlate da una costa rocciosa . La parte centrale della meseta di La Gomera è ricoperta da una foresta di allori dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità e situata nel Parque National de Garajonay. El Hierro , la più piccola delle Canarie, una riserva della bioesfera UNESCO è un isola montuosa .

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Non occorre passare molto tempo nelle Canarie per notare la sorprendente varietà di rocce vulcaniche delle isole.

Statua di Redit (Antonella Giroldini)

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Basalto

Dimensioni: 82x32x43 cm

Antico Regno

Provenienza: probabilmente Saqqara, in seguito Collezione Drovetti, 1824

Nell’antico Regno le statue raffiguranti singoli individui venivano collocate nelle tombe; questa figura risale alla fase più antica dell’unificazione, il cosiddetto Periodo Arcaico, quando ancora non erano state costruite le prime piramidi.

La scultura rappresenta una principessa seduta, con il nome inciso sulla base ad altorilievo: Redit, la figlia del Re”. Redit indossa una parrucca intrecciata, lunga e pesante, divisa in tre falde, due ai  lati della testa e una sulla schiena; è di forme massicce, con il collo corto e un corpo tarchiato, ma le braccia sottili, e dà l’impressione di essere appena affiorata dal blocco di pietra originario. Ha gli occhi rovinati, che però sono resi quasi come se fossero asole; in seguito gli scultori avrebbero elaborato uno stile elegante per renderne la forma, aggiungendo un bordo che terminava con lunghe strisce cosmetiche.

E’  sorprendente trovare una scultura di queste dimensioni, realizzata in una pietra così dura e in un’epoca così arcaica. Ed è ancora più raro , in quest’epoca, che una statua di tali dimensioni e materiale rappresenta una donna. La figura doveva servire da doppio della defunta, che il suo spirito ka avrebbe animato.

Deserto Giordano WADI RUM (Antonella Giroldini)

44805_1370008691079_952658_nUn cartello sull’autostrada del Deserto indica la deviazione per Wadi Rum, una delle zone più belle della Giordania. Percorso  fin dai tempi remoti e da carovanieri ( come testimoniano le iscrizioni tamudiche e babatee, le più antiche delle quali risalgono al IV secolo a. C.), attraversato da sorgenti d’acqua sotterranee che alimentano piante endemiche e arbusti selvatici. Il Wadi Rum dal 1998 è stato dichiarato area protetta della Royal Society for the Conservation of Nature e posto sotto amministrazione speciale dall’ ASEZA.  Vi si accede da Centro visitatori posto nelle vicinanze del massiccio conosciuto come i Setti pilastri della saggezza, dal titolo del libro di Lawrence d’Arabia.

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Storicamente l’area era nota come Iram, nome che in aramaico significa “alto”, probabilmente in riferimento alle cime dei massicci o alla altitudine sul livello del mare. Wadi Rum è infatti un altopiano di circa 450 km, ricco di sorgenti d’acqua, costituito da sabbia e da singolari formazioni rocciose che danno vita a scenari surreali fatti di possenti torri, di pinnacoli e guglie di arenaria che dominano i letti di antichi fiumi completamente prosciugati e che gli hanno valso i nome di “valle della luna”.

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Il paesaggio è caratterizzato da svariate tonalità cromatiche delle distese di sabbia, punteggiate dagli arbusti tipici del deserto, come l’acacia spinosa e hamada salicornica.

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Vi vivono ancora tribù nomadi beduine che conservano i valori di ospitalità . Agli ospiti di passaggio che hanno occasione di fermarsi presso la tenda verrà offerto tè preparato con le erbe del deserto, o caffè profumato al cardamomo.  Le tende sono di colore scuro , realizzate con lana di capra che reagisce alle variazioni climatiche : con la pioggia le maglie si restringono diventando una barriera impermeabile, una volta asciutte si distendono, lasciando circolare l’aria.  La tenda durante il giorno è aperta e lascia vedere i due spazi di cui si compone. A sinistra la zona riservata agli ospiti,  a destra quella riservata alla famiglia. Generalmente questa parte non è accessibile agli ospiti. Alla sera la tenda viene chiusa srotolando la parte di lana legata sul tetto.

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Le incisioni rupestri già scoperte, migliaia, solo una parte di quelle lasciate da cacciatori e nomadi che nei secoli hanno percorso questo territorio .

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I graffiti più antichi raffigurano scene di caccia con l’arco, o segnalano la presenza di sorgenti d’acqua o indicano la direzione migliore da seguire. Le iscrizioni più antiche risalgono al IV millennio a.C., quando Wadi Rum era ricco di vegetazione e di animali. Al Neolitico risalgono probabilmente le rappresentazioni di bovini e soggetti astratti, dipinti in ocra, rinvenuti nell’area di Rakahbt al – Wadak . Al 2000 a. C. e a periodi successivi vengono attribuiti le incisioni con soggetti di caccia con l’arco e figure di animali. Dal VII secolo a. C. si diffondono le raffigurazioni spesso associate a iscrizioni rupestri: la scrittura più diffusa in questo periodo è il tumudico , mentre a partire dal IV secolo a. C compare la scritta nabatea, in uso fino al II secolo risalgono, invece, le iscrizioni in cufico e seguite da quelle in arabo. Particolarmente belle le rappresentazioni di dromedari e di simboli tribali, oltre a quelle che riproducono piante di piedi e dell’eccezionale figura di una donna nell’atto di partorire.

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Tenerife…. terra di nascita di Manolo Blahnik…(Antonella Giroldini)

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Il più famoso designer di calzature del mondo, Manolo Blahnik, è nato nel 1942 a Santa Cruz de Tenerife. Figlio di un padre ceco e madre spagnola, ha trascorso l’infanzia in una piantagione di banane: un inizio singolare pe uno stilista divenuto celebre a livello internazionale. Blahnik è sempre stato affascinato dai piedi e dalle scarpe , e quelle calzature che da bambino creava per scimmie e iguane con minuscoli pezzi di alluminio, erano solo una anticipazione puerile di quelle che con piume, strass , fiocchi e naturalmente tacchi vertiginosi avrebbe creato ” da grande”.

Lasciò la piantagione presso cui viveva per studiare a Ginevra, ma ben presto si trasferì a Parigi per poi stabilirsi a Londra, dove lavorò come fotografo di moda e strinse amicizia con numerosi esponenti del jet set locale. Negli anni ’70 Blahnik sognava di realizzare scenografie teatrali, ma quando la direttrice di Vogue America vide i suoi bozzettidi scarpe e lo convinse a lanciarsi in questo settore.

Il resto è storia, e oggi le “Manolo’s, il cui prezzo oscilla tra € 500 e € 2000, sono diventate uno status symbol e fanno mostra di sé ai piedi delle donne più trendy del mondo. Sarah Jessica , fan sfegatata dello stilista, ha affermato che Manolo’s hanno una durata superiore a quella della maggior parte dei matrimoni; Madonna le ha definite meglio del sesso e Linda Evangelista e China Chow hanno addirittura dato il nome a due modelli. Anche se di tanto il designer torna a Tenerife per fare visita alla madre, che vive ancora nella tenuta di famiglia, vi sarà difficile trovare sull’isola le sue creazioni: gli unici due negozi monomarca Manolo Blahnik hanno sede a Londra e New York.