MUSEO EGIZIO DI TORINO – FALSA PORTA DI UHEM -NEFERET (Antonella Giroldini)

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Dimensioni; 202,5x170x37 cm

Provenienza: Giza, scavi Schiapparelli, 1903

Una falsa porta è un insieme di stipiti e architravi di porta, scolpito sulla parete di una tomba per permettere al defunto di entrare e uscire. Inoltre era qui che i vivi potevano lasciare i cibi offerti per il sostentamento dei defunti, e dunque la falsa porta rappresentava il punto di contatto fra i vivi e i morti. Questa è scolpita in altorilievo, così che le figure e i testi in geroglifico spiccano nettamente sullo sfondo; proviene dalla tomba di una donna di nome Uhem – neferet, raffigurata sul blocco centrale poggiato sull’architrave doppio. Uhem – neferet è seduta a un tavolo montato su un piedistallo singolo, il cui piano è ricoperto di piani alti e sottili; le altre offerte di cibi sono identificate dai geroglifici. I testi riportati sull’architrave elencano i suoi titoli, chiamandola ” Beneamata Figlia del Re, privilegiata più della madre, Uhem – neferet”. La sua alta posizione sociale chiarisce come mai Uhem – neferet sia una delle pochissime donne  del tempo ad avere una tomba propria, senza dover dipendere da quella di un coniuge. Sugli stipiti sono visibili vari personaggi, fra i quali i figli della defunta( si noti il ragazzo nudo sullo stipite destro), che offrono canestri con cibarie, lini e sandali nell’ambito delle cerimonie funebri.

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MUSEO EGIZIO DI TORINO – COFANETTO INTARSIATO ( Antonella Giroldini)

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Legno, faience, avorio

Dimensioni: 19x38x23 cm

Antico Regno, IV dinastia

Provenienza: Gebelein, scavi Schiapparelli, 1914

In tutte le società è naturale voler proteggere il lino dalla polvere: così, in una tomba dell’Antico Regno, a Gebelein, questo prezioso cofanetto serviva appunto a custodire il lino. Si tratta di un oggetto di lusso, decorato con intarsi formati da tessere intagliate di avorio ( di solito ricavato da zanne di ippopotamo) e di una specie di forma arcaica del vetro detta faience ( ottenuta dal quarzo, fuso e ricoperto con uno smalto vitreo alcalino, colorato con un composto di rame). Qui le tessere faiance  sono colorate in azzurro chiaro e scuro e alternate per ottenere un effetto più decorativo ; all’epoca erano questi i colori disponibili per gli smalti vitrei, e sarebbero trascorsi quasi mille anni prima che si potesse cominciare a usare un’ampia gamma cromatica.

Il cofanetto vuole imitare le forme naturali delle piante che si usano anche nell’edilizia: i pannelli laterali in avorio sono scolpiti come stuoie di palme, proprio come le pareti degli edifici più semplici: la  striscia di faience sotto coperchio potrebbe ricordare il modo in cui queste stuoie di cannicciato erano fissate in cima alle pareti con legacci di cuoio. Il coperchio del cofanetto ha una ricca decorazione di boccioli di loto su uno sfondo di avorio, separati da strisce verticali di faiance azzurra. Considerando che nell’architettura il loto diventava spesso una colonna, è possibile che qui abbiamo di fronte la raffigurazione simbolica di una splendida sala a colonne. Lo scrigno è montato su zampe di legno che forse servivano a impedire l’invasione dei parassiti; l’interno era dipinto di rosso.

Statua di Redit (Antonella Giroldini)

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Basalto

Dimensioni: 82x32x43 cm

Antico Regno

Provenienza: probabilmente Saqqara, in seguito Collezione Drovetti, 1824

Nell’antico Regno le statue raffiguranti singoli individui venivano collocate nelle tombe; questa figura risale alla fase più antica dell’unificazione, il cosiddetto Periodo Arcaico, quando ancora non erano state costruite le prime piramidi.

La scultura rappresenta una principessa seduta, con il nome inciso sulla base ad altorilievo: Redit, la figlia del Re”. Redit indossa una parrucca intrecciata, lunga e pesante, divisa in tre falde, due ai  lati della testa e una sulla schiena; è di forme massicce, con il collo corto e un corpo tarchiato, ma le braccia sottili, e dà l’impressione di essere appena affiorata dal blocco di pietra originario. Ha gli occhi rovinati, che però sono resi quasi come se fossero asole; in seguito gli scultori avrebbero elaborato uno stile elegante per renderne la forma, aggiungendo un bordo che terminava con lunghe strisce cosmetiche.

E’  sorprendente trovare una scultura di queste dimensioni, realizzata in una pietra così dura e in un’epoca così arcaica. Ed è ancora più raro , in quest’epoca, che una statua di tali dimensioni e materiale rappresenta una donna. La figura doveva servire da doppio della defunta, che il suo spirito ka avrebbe animato.

La Storia del Museo Egizio di Torino (Antonella Giroldini)

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Impossibile non meravigliarsi per la ricchezza delle collezioni esposte. Nel corso degli anni, le collezioni sono state arricchite  da scavi in Egitto aggiungendo  ai depositi del Museo altri 26.500 oggetti.

E’ l’unico Museo al di fuori dell’Egitto che sia dedicato esclusivamente all’arte e alla cultura egizia; si ritiene infatti che nel suo genere occupi il secondo posto per importanza, subito dopo quello del Cairo.

Il primo reperto giunto a Torino è il piano di una tavola d’altare in bronzo, acquistato nel 1628 dal re Carlo Emanuele I di Savoia, che nel 1723 trovò posto nella sede dell’Università di Torino, insieme a vari altri oggetti antichi. In seguito , re Carlo Emanuele III dette incarico a Vitaliano Donati , professore di botanica , di recarsi in Egitto e nel Levante per procurare altri reperti; le casse contenenti antichità e campioni di piante giunsero a Torino nel 1763.

Fu Napoleone ad attirare sull’Egitto l’attenzione del mondo , quando vi si recò nel 1798 per la sua spedizione militare accompagnato da 167 intellettuali noti con il nome di “savants”. La loro sarebbe stata la prima approfondita immagine di quella civiltà ; i ” savants” descrissero i monumenti ancora visibili all’epoca e raccolsero esemplari della flora e della fauna locali. Tra gli oggetti trovati dai soldati di Napoleone si annovera la “famosa stele di Rosetta”.

Fu appunto in questo contesto che il torinese Bernardino Drovetti, che aveva partecipato con il grado di colonnello alla campagna egiziana di Napoleone Bonaparte, divenne console di Francia in Egitto, rivestendo questa carica fino al 1814 e poi di nuovo negli anni della Restaurazione. Drovetti creò la sua prima collezione di 5.268 reperti e la offrì in vendita prima ai Savoia, poi al Louvre, ottenendo solo un rifiuto; alla fine ripropose la collezione al re di Sardegna Carlo Felice di Savoia, che il 24 gennaio 1824 l’acquistò per 400.000 lire.

Mentre si andavano formando i nuovi musei d’Europa, nel 1831 la collezione torinese fu finalmente aperta al pubblico. La struttura dell’edificio non permetteva di collocare ai piani superiori a sculture massicce, realizzate in pietra di particolare durezza, e quindi le statue rimasero confinate in due ampie gallerie al pianterreno (” lo Statuario”), completate nel 1852.  Alla collezione si aggiunsero 200 reperti egizi trasferiti a Torino dal Museo Kircheriano di Roma, in una data imprecisata intorno al 1894.

Quello stesso anno Ernesto Schiapparelli diventa direttore del Museo Egizio  e partiva per l’Egitto alla ricerca di altri reperti.

Nel 1942, durante la seconda guerra mondiale , il Museo dovette chiudere.  Dopo la fine della guerra, nel 1945, furono le forze alleate a riportare da Agliè a Torino tutte le antichità , cosicché l’anno seguente il museo poté essere riaperto al pubblico.

Lo Stato Italiano ha approvato l’istituzione di una fondazione mista, pubblica e privata, alla quale il 19 dicembre 2005 è stata affidatala gestione delle collezioni del Museo Egizio, per un periodo iniziale di 30 anni.

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