Chagall – love an life a Roma al Chiostro del Bramante (Antonella Giroldini)

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Dal 16 marzo al 26 luglio 2015 Il Chiostro del Bramante ospita una Mostra interamente dedicata a Marc Chagall: uno dei maestri più innovativi del Novecento, nonché l’artista ebreo più apprezzato e ammirato del secolo.

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IMG_3749Con oltre 140 opere tra dipinti, disegni e stampe, con una collezione che viene esposta  integralmente per la prima volta in Italia, l’esposizione è dedicata in particolare ai lavori grafici dell’artista russo e ripercorre i temi fondamentali della sua vita e della sua produzione.

Dalle immagini della Sua infanzia e della gioventù nella nativa Vitebsk, fino alle illustrazioni per l’autobiografia – la mostra mette in luce il rapporto tra arte e letteratura, e tra linguaggio e contenuto nell’opera di Chagall. I lavori esposti riflettono l’identità poliedrica dell’artista , che allo stesso tempo è l’ebreo di Vitebsk  – autore e illustratore delle memorie dell’infanzia nell’autobiografico Ma Vie; il marito che correda di immagini i libri dell’amata sposa Burning Lights, First Encounter e From My Notebooks; l’artista che illustra la Bibbia, volendo rimediare così alla mancanza di una tradizione ebraica nelle arti visive; ma anche l’originale pittore moderno che attraverso l’uso dell’iconografia cristiana piange la sorte toccata nel suo secolo al popolo ebraico. L’opposizione ruota perciò attorno alle esperienze personali di Marc Chagall e ai temi centrali della sua poetica: la cultura ebraica, i cui simboli sono sempre presenti nei suoi quadri; l’influenza delle avanguardie francesi che egli seppe elaborare in maniera originale, la rappresentazione delle figure degli innamorati.

La mostra narra inoltre l’immagine che l’artista voleva trasmettere al mondo della cultura ebraica che influenzò profondamente e in modo indelebile la sua arte, come dimostrano i disegni e le stampe su temi che esercitano sempre un fascino su di lui e che rivelano un’interpretazione straordinariamente “umanista” delle Scritture.

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MUSEO EGIZIO DI TORINO – FALSA PORTA DI UHEM -NEFERET (Antonella Giroldini)

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Dimensioni; 202,5x170x37 cm

Provenienza: Giza, scavi Schiapparelli, 1903

Una falsa porta è un insieme di stipiti e architravi di porta, scolpito sulla parete di una tomba per permettere al defunto di entrare e uscire. Inoltre era qui che i vivi potevano lasciare i cibi offerti per il sostentamento dei defunti, e dunque la falsa porta rappresentava il punto di contatto fra i vivi e i morti. Questa è scolpita in altorilievo, così che le figure e i testi in geroglifico spiccano nettamente sullo sfondo; proviene dalla tomba di una donna di nome Uhem – neferet, raffigurata sul blocco centrale poggiato sull’architrave doppio. Uhem – neferet è seduta a un tavolo montato su un piedistallo singolo, il cui piano è ricoperto di piani alti e sottili; le altre offerte di cibi sono identificate dai geroglifici. I testi riportati sull’architrave elencano i suoi titoli, chiamandola ” Beneamata Figlia del Re, privilegiata più della madre, Uhem – neferet”. La sua alta posizione sociale chiarisce come mai Uhem – neferet sia una delle pochissime donne  del tempo ad avere una tomba propria, senza dover dipendere da quella di un coniuge. Sugli stipiti sono visibili vari personaggi, fra i quali i figli della defunta( si noti il ragazzo nudo sullo stipite destro), che offrono canestri con cibarie, lini e sandali nell’ambito delle cerimonie funebri.

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BIENNALE VENEZIA 2013 – Paul Mc Carthy (Antonella Giroldini)

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Le sue opere si interrogano sul confine tra interno ed esterno e sono caratterizzate da un senso dell’eccesso che combina oscenità e filosofia, intrattenimento e violenza. McCarthy ha cominciato la sua carriera quando il Minimalismo era al suo culmine e sebbene molte sue opere mostrino poca affinità con quel movimento, l’artista gli riconosce la paternità del suo interesse per l’interno invisibile delle cose.

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In Children’s Anatomical Educational Figure, McCarthy presenta una bambola che appaga la nostra smania di vedere all’interno del corpo e incarna un altro dei suoi temi preferiti : i personaggi – archetipi . La figura, con un ampio sorriso da fumetto mentre dal suo ventre squarciato fuoriescono le viscere, si accompagna perfettamente ad altre sue rappresentazioni: Pinocchio, Braccio di Ferro, e Babbo Natale, personaggi che ha ritratto in video e performance in cui queste figure tipiche dell’immaginario infantile sono trasformate in creature con gli istinti più perversi.

La bambola, con i suoi reni penzolanti e le viscere flosce, ci rivela il lato macabro nel desiderio infantile di vedere e esplorare i segreti delle cose.

MUSEO EGIZIO DI TORINO – COFANETTO INTARSIATO ( Antonella Giroldini)

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Legno, faience, avorio

Dimensioni: 19x38x23 cm

Antico Regno, IV dinastia

Provenienza: Gebelein, scavi Schiapparelli, 1914

In tutte le società è naturale voler proteggere il lino dalla polvere: così, in una tomba dell’Antico Regno, a Gebelein, questo prezioso cofanetto serviva appunto a custodire il lino. Si tratta di un oggetto di lusso, decorato con intarsi formati da tessere intagliate di avorio ( di solito ricavato da zanne di ippopotamo) e di una specie di forma arcaica del vetro detta faience ( ottenuta dal quarzo, fuso e ricoperto con uno smalto vitreo alcalino, colorato con un composto di rame). Qui le tessere faiance  sono colorate in azzurro chiaro e scuro e alternate per ottenere un effetto più decorativo ; all’epoca erano questi i colori disponibili per gli smalti vitrei, e sarebbero trascorsi quasi mille anni prima che si potesse cominciare a usare un’ampia gamma cromatica.

Il cofanetto vuole imitare le forme naturali delle piante che si usano anche nell’edilizia: i pannelli laterali in avorio sono scolpiti come stuoie di palme, proprio come le pareti degli edifici più semplici: la  striscia di faience sotto coperchio potrebbe ricordare il modo in cui queste stuoie di cannicciato erano fissate in cima alle pareti con legacci di cuoio. Il coperchio del cofanetto ha una ricca decorazione di boccioli di loto su uno sfondo di avorio, separati da strisce verticali di faiance azzurra. Considerando che nell’architettura il loto diventava spesso una colonna, è possibile che qui abbiamo di fronte la raffigurazione simbolica di una splendida sala a colonne. Lo scrigno è montato su zampe di legno che forse servivano a impedire l’invasione dei parassiti; l’interno era dipinto di rosso.

BIENNALE DI VENEZIA 2013 – MARINO AURITI

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Nato in una cittadina dell’Abruzzo, Marino Auriti si guadagnò inizialmente da vivere come costruttore di carrozze. Solo dopo il pensionamento negli anni ’50, Auriti si dedicò al suo progetto più ambizioso: la costruzione minuziosa e dettagliata  del modello architettonico di un museo immaginario, il Palazzo Enciclopedico del Mondo che avrebbe ospitato tutte le conquiste dell’umanità, dalla ruota al satellite, dai più antichi manufatti dell’avanguardia artistica.

Il modello del Palazzo Enciclopedico era alloggiato abitualmente in una struttura piramidale all’interno del garage di Auriti.

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Il suo Palazzo, anche se non fu realizzato, rimane una estrosa testimonianza dell’eterno impulso enciclopedico dell’umanità: contenere l’intero universo e ordinario in una forma.

Statua di Redit (Antonella Giroldini)

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Basalto

Dimensioni: 82x32x43 cm

Antico Regno

Provenienza: probabilmente Saqqara, in seguito Collezione Drovetti, 1824

Nell’antico Regno le statue raffiguranti singoli individui venivano collocate nelle tombe; questa figura risale alla fase più antica dell’unificazione, il cosiddetto Periodo Arcaico, quando ancora non erano state costruite le prime piramidi.

La scultura rappresenta una principessa seduta, con il nome inciso sulla base ad altorilievo: Redit, la figlia del Re”. Redit indossa una parrucca intrecciata, lunga e pesante, divisa in tre falde, due ai  lati della testa e una sulla schiena; è di forme massicce, con il collo corto e un corpo tarchiato, ma le braccia sottili, e dà l’impressione di essere appena affiorata dal blocco di pietra originario. Ha gli occhi rovinati, che però sono resi quasi come se fossero asole; in seguito gli scultori avrebbero elaborato uno stile elegante per renderne la forma, aggiungendo un bordo che terminava con lunghe strisce cosmetiche.

E’  sorprendente trovare una scultura di queste dimensioni, realizzata in una pietra così dura e in un’epoca così arcaica. Ed è ancora più raro , in quest’epoca, che una statua di tali dimensioni e materiale rappresenta una donna. La figura doveva servire da doppio della defunta, che il suo spirito ka avrebbe animato.

CHAGALL – AUTORITRATTO CON SETTE DITA (Antonella Giroldini)

Marc Chagall era un ebreo e un sognatore errante . Dal piccolo villaggio di Vitebsk se ne andò per il mondo e dal mondo si lasciò ispirare . Dipinse scene fantastiche, illogiche e piene di sfumature, contadini volanti e treni rovesciati, violini sui tetti e panorami caleidoscopici di Parigi.

Nacque, con il nome di Moishe Shagal ( in russo shagal vuol dire ” andare avanti a grandi passi, fare progressi”), il 7 luglio 1887 a Vitebsk, una città russa la cui popolazione era per metà ebrea. L’infanzia do Marc fu felice ma umile. Primo di 9 fratelli, non avrebbe seguito il lavoro del padre in una ditta di aringhe. Pur senza mai mettere in dubbio il suo amore per i genitori, provava un certo imbarazzo per la condizione sociale del padre. Marc, come ammise in seguito, si sentiva molto più in sintonia con sua madre. Dipingeva, scriveva poesie e imparò a suonare il violino.  I genitori, però, non volevano che si dedicasse all’arte, attività che, pensavano, non gli avrebbe permesso di fare una vita dignitosa.

maternità

Fondata più di mille anni fa, e ora parte della Bielorussia, la città di Vitebsk si trova vicino ai confini di Russia e Lettonia. La città, improduttiva, sprofondata nel fango e decadente, appariva magnifica agli occhi di Chagall. Perfino gli animali, i negozi, le sinagoghe e i contadini più anonimi erano altrettante muse per quel bambino dallo straordinario talento artistico, che si sentiva una cosa sola con il piccolo universo della città ” Vitesbsk è stato il terreno che ha nutrito le radici della mia arte” , scrisse Chagall .

io e il mio villaggio

…ho amato Vitesbsk, nella gloria e nella rovina

ho studiato mille immagini, con uno specchio

ho inciso un sogno e ho lottato parecchio

ho conosciuto me stesso, labbra bianche, verde il volto

ho dipinto la serenità delle mucche là attorno.

Se mai ci fu un sognatore quello fu Chagall. Sembrava che sapesse già dagli anni della prima giovinezza di voler diventare un artista. Un suo amico delle elementari lo introdusse al disegno, ma Chagall sorpreso pensò, all’inizio, che un’attività di quel genere andava messa fuori legge! I suoi primi schizzi mostravano con chiarezza a tutti che Chagall possedeva un dono prodigioso. Negli ultimi anni dall’adolescenza studiò pittura per un breve periodo con Yehuda Pen, un artista di Vitebsk. Chagall apprese da Pen assai bene le diverse tecniche dell’arte classica, ma i suoi lavori fortemente modernisti, con l’abbandono delle figure realistiche e della prospettiva, furono una vera rivoluzione per la sensibilità artistica del suo insegnante.

su vitebsk

Il  violinista ritratto in questo quadro è lo zio di Chagall , che era un Chasid, un membro della setta ebraica che comunicava con Dio attraverso un’estasi musicale. Da ragazzo Chagall pensò che suo zio fosse Kishefdik, perché se ne stava spesso seduto a gambe incrociate sul tetto a suonare il suo strumento a corda. L’immagine del violinista sul tetto fu l’ispirazione per il famoso musical di Broadway.

il violinista

A vent’anni   Chagall andò a San Pietroburgo per studiare pittura e in quell’esperienza disse: ” Mi prese una paura terribile. Come avrei fatto a sfamarmi visto che non sapevo fare altro che dipingere?” Scrisse a proposito di quei trascorsi a San Pietroburgo: ” I miei mezzi non mi permettevano neppure di perdere in affitto una stanza; dovevo accontentarmi di angoli di stanze. Non avevo neppure un letto”.  Trovò ispirazione nella città, piena di poeti e in cui si affermava il simbolismo, eppure Chagall dipinse ciò che amava da più tempo e conosceva meglio: il piccolo villaggio dove era cresciuto.

la mia fidanzata

Chagall conobbe Bella Rosenfeld, figlia di un ricco gioielliere, nel 1909 a casa di Teja, un’amica di lei. Chagall, allora, era un povero apprendista presso il pittore e scenografo Leon Bask. Poco dopo il loro incontro, Chagall e Bella si fidanzarono e Marc dipinse, La mia fidanzata con i guanti neri. Nel 1911, all’età di ventitré anni, Chagall si trasferì a Parigi grazie a una borsa di studio . Là conobbe molte persone tra cui lo scrittore Blaise Cendrars. Nonostante la sua immediata e forte attrazione per la città delle luci, Chagall sopportava a stento la distanza che lo tenne lontano da Bella per quasi quattro anni.  Nel 1914 ritorno a Vitebsk e in poco meno di un anno lui e bella si sposarono. Nell’autobiografia, intitolata La mia vita scrisse ” Vestita interamente di bianco o di nero, sembrava fluttuare sulle mie tele, guidando, a lungo, la mia arte. Non finisco mai un dipinto o un’incisione senza il suo consenso”.

Nell’autobiografia, intitolata La mia vita, Chagall scrisse: vestita interamente di bianco o di nero, sembrava fluttuare sulle mie tele, guidandolo, a lungo, la mia arte, Non finisco mai un dipinto o un incisione senza il suo consenso.

Il 1914 e il 1915 furono anni importanti per Chagall. nel 1914 inaugurò la prima mostra personale a Berlino e nel 1915 si sposò. Nel giorno del suo compleanno, poco prima del matrimonio, Bella gli regalò un mazzo di fiori. Qualche tempo dopo scrisse: ” Insieme ci siamo librati senza sforzo in aria.. dalla finestra…abbiamo fluttuato… sui prati pieni di fiori…. Infuriava  la Prima Guerra Mondiale e Chagall, che non riuscì ad evitare la chiamata militare , fu assegnato a compiti amministrativi presso l’Ufficio dell’economia di guerra a San Pietroburgo. Il nuovo lavoro, che egli peraltro detestava, gli consentì di incontrare molti poeti e scrittor, tra i quali anche Vladimir Majakovskij.

compleanno

Bella fu il grande amore della vita di Chagall. La ritraeva continuamente insieme alla figlia Ida, nata nel 1916, come nel quadro Doppio ritratto col bicchiere di vino. In questo dipinto la moglie lo tiene sulle spalle mentre il suo angelo Ida volteggia sulla sua testa. Quest’opera ritrae la famiglia a Vitebsk dove scorre il fiume Dvina, raffigurato ai piedi dei personaggi.

bicchiere di vino

Nei primi anni 20 , poco dopo la fine della Prima guerra mondiale, la famiglia Chagall partì per Mosca, dove a Marc vennero commissionati dipinti murali del Teatro Statale ebraico. Nonostante fosse stato nominato sovraintendente d’arte a Vitebsk, i suoi rapporti con la nuova URSS  erano destinati a fallire fin dall’inizio: le sue opere non celebravano la recente ” gloriosa Rivoluzione russa” e perciò il governo lo considerò una ” non persona” . Dovettero passare due anni prima che la famiglia Chagall si potesse trasferire in Europa. Lasciarono la Russia nel 1922. Il pittore scrisse . ” la mia arte ha bisogno di Parigi come un albero dell’acqua”. Durante la prima permanenza a Parigi, creò opere meravigliose e visionarie. Opere come Parigi  dalla finestra anticipavano il surrealismo di circa un decennio e fecero di Chagall uno dei pionieri del movimento.

Autoritratto con sette dita appartiene a una serie di dipinti di grandi figure, e mostra Chagall alle prese con la potenzialità del cubismo (un movimento artistico affermatosi agli inizi del Novecento), la vita a Parigi e la nostalgia della casa in Russia. Quest’opera insieme con il violinista e maternità, entrambi dipinti tra il 1912 e il 1913, fu acquistata nel 1914 da un collezionista per 900 franchi . Lo stesso anno, l’esposizione di quasi tutta la produzione parigina di Chagall  alla Sturm Gallery di Berlino segnò l’inizio della sua fama mondiale. Nei 20 anni successivi, l’interesse entusiastico dei collezionisti tedeschi gli garantì una generosa fonte di reddito.

Fare qualcosa ” con sette dita” è un’ espressione yddish che significa fare qualcosa bene o con abilità. In quest’opera Chagall è rappresentato mentre dipinge uno dei suoi quadri, Alla Russia, agli asini e agli altri. Nella parte superiore c’è scritto ” Parigi” e “Russia” in yiddish.

7 dita

“Dai tempi di Renoir nessuno ha avuto la stessa sensibilità per la luce che ha Chagall”, disse una volta Pablo Picasso, ” quando morirà Matisse, Chagall sarà l’unico pittore in grado di capire cosa sia davvero il colore”.

Chagall stesso scrisse: ” c’è un unico colore in grado di esprimere il senso della vita e dell’arte. E’ il colore dell’amore. L’abbondante uso del rosso porpora delle sue opere lascia pensare che sia proprio “il colore dell’amore”.

Nel quadro la passeggiata Chagall sventola Bella come una bandiera per la città di Vitebsk. Nell’altra mano, secondo il biografo Jackie Wullschlager, tiene stretto un uccellino, un riferimento all’immaginazione allegorica di L’ Oiseau Bleu, scritto da Maurice Maeterlinck, in cui l’eroe e l’eroina non trovano il vero amore finché non ritornano dai viaggi nella loro casa modesta.

la passeggiata

I nazisti  avevano occupato Parigi e Chagall si rifugiò in America . Una volta stabilito a New York , Chagall si guadagnava da vivere dipingendo  scenografie e dipingendo costumi per i balletti. Mentre viveva negli USA accaddero due eventi terribili . Nel 1941 i nazisti distrussero Vitebsk e nel 1944 Bella morì. Dopo la morte di Bella, causata da un infezione virale, Chagall fu sopraffatto dalla perdita e per un anno non riuscì più a dipingere. Nel 1945 una giovane inglese di nome Virginia Haggard fu assunta come domestica e quasi immediatamente divenne la sua amante. Cinque anni dopo Virginia lo lasciò portando con sé il loro figlio David. Poco dopo faceva cappelli a Londra. Secondo un articolo del Time Magazine pubblicato nel 1965, lei portò ordine nella sua vita, anche se spesso Chagall minacciava di chiedere il divorzio se lei avesse tentato di portare ordine anche nel suo studio. Rimasero insieme fino alla morte dell’artista, avvenuta circa 30 anni più tardi. Nel 1965 Chagall fece un famoso autoritratto con Vava in piedi vicino alla porta dello studio, forse con l’intenzione di fare pulizia.

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L’arte   delle vetrate, che risale all’XI Secolo, non richiede solo il lavoro di un pittore , ma anche quello di un artigiano in grado di trasferire il disegno sul vetro. Nel 1958 Chagall incontrò Charles Marq, maestro vetraio. Marq diventò il migliore amico del pittore e anche suo collaboratore nella seconda parte della vita di Chagall. Il loro maggior successo fu probabilmente la vetrata che rappresenta le 12 tribù di Israele, e che il Time definì una rivelazione nel vetro. Le stupende vetrate di Chagall si trovano in chiese e musei di tutto il mondo, ma solamente in una sinagoga, quella del Centro di medicina dell’Università di Hadassah a Gerusalemme. Questo tipo di arte fa emergere il pensiero di Chagall secondo cui tutti i colori sono amici dei loro vicini e amanti dei loro opposti.

Dopo aver lasciato definitivamente l’America nel 1948, Chagall trascorse gli ultimi anni della sua vita in diverse zone della Francia. . Nel 1985 Chagall morì all’età di 97 anni .

La Storia del Museo Egizio di Torino (Antonella Giroldini)

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Impossibile non meravigliarsi per la ricchezza delle collezioni esposte. Nel corso degli anni, le collezioni sono state arricchite  da scavi in Egitto aggiungendo  ai depositi del Museo altri 26.500 oggetti.

E’ l’unico Museo al di fuori dell’Egitto che sia dedicato esclusivamente all’arte e alla cultura egizia; si ritiene infatti che nel suo genere occupi il secondo posto per importanza, subito dopo quello del Cairo.

Il primo reperto giunto a Torino è il piano di una tavola d’altare in bronzo, acquistato nel 1628 dal re Carlo Emanuele I di Savoia, che nel 1723 trovò posto nella sede dell’Università di Torino, insieme a vari altri oggetti antichi. In seguito , re Carlo Emanuele III dette incarico a Vitaliano Donati , professore di botanica , di recarsi in Egitto e nel Levante per procurare altri reperti; le casse contenenti antichità e campioni di piante giunsero a Torino nel 1763.

Fu Napoleone ad attirare sull’Egitto l’attenzione del mondo , quando vi si recò nel 1798 per la sua spedizione militare accompagnato da 167 intellettuali noti con il nome di “savants”. La loro sarebbe stata la prima approfondita immagine di quella civiltà ; i ” savants” descrissero i monumenti ancora visibili all’epoca e raccolsero esemplari della flora e della fauna locali. Tra gli oggetti trovati dai soldati di Napoleone si annovera la “famosa stele di Rosetta”.

Fu appunto in questo contesto che il torinese Bernardino Drovetti, che aveva partecipato con il grado di colonnello alla campagna egiziana di Napoleone Bonaparte, divenne console di Francia in Egitto, rivestendo questa carica fino al 1814 e poi di nuovo negli anni della Restaurazione. Drovetti creò la sua prima collezione di 5.268 reperti e la offrì in vendita prima ai Savoia, poi al Louvre, ottenendo solo un rifiuto; alla fine ripropose la collezione al re di Sardegna Carlo Felice di Savoia, che il 24 gennaio 1824 l’acquistò per 400.000 lire.

Mentre si andavano formando i nuovi musei d’Europa, nel 1831 la collezione torinese fu finalmente aperta al pubblico. La struttura dell’edificio non permetteva di collocare ai piani superiori a sculture massicce, realizzate in pietra di particolare durezza, e quindi le statue rimasero confinate in due ampie gallerie al pianterreno (” lo Statuario”), completate nel 1852.  Alla collezione si aggiunsero 200 reperti egizi trasferiti a Torino dal Museo Kircheriano di Roma, in una data imprecisata intorno al 1894.

Quello stesso anno Ernesto Schiapparelli diventa direttore del Museo Egizio  e partiva per l’Egitto alla ricerca di altri reperti.

Nel 1942, durante la seconda guerra mondiale , il Museo dovette chiudere.  Dopo la fine della guerra, nel 1945, furono le forze alleate a riportare da Agliè a Torino tutte le antichità , cosicché l’anno seguente il museo poté essere riaperto al pubblico.

Lo Stato Italiano ha approvato l’istituzione di una fondazione mista, pubblica e privata, alla quale il 19 dicembre 2005 è stata affidatala gestione delle collezioni del Museo Egizio, per un periodo iniziale di 30 anni.

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BIENNALE DI VENEZIA 2013 – J.D. ‘ OKHAI OJEIKERE ( di Antonella Giroldini)

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Cresciuto in un piccolo villaggio della Nigeria ebbe pochi contatti con la fotografia fino all’età di 20 anni, quando comprò una economica Browie D.Presto la fotografia divenne la sua ossessione.

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Alla fine degli anni Sessanta cominciò a documentare diversi aspetti della cultura nigeriana nel periodo della transizione postcoloniale, un progetto che crebbe fino a raccogliere 5.000 fotografie. Proseguì questo progetto in maniere indipendente , animato dalla passione personale.

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La serie più importante di questa raccolta di compendiaria di immagini immortala le elaborate acconciature e i turbanti delle donne nigeriane. Queste foto documentano gli stili tradizionali di alcuni gruppi etnici. Le immagini non costituiscono semplicemente un’antologia tipologica dei volubili capricci della moda e della perizia virtualistica degli acconciatori , ma indirettamente possono ancora essere interpretati come un repertorio dei cambiamenti individuali e collettivi che accompagnarono la trasformazione della Nigeria mentre il paese entrava in una nuova era di autonomia e autodeterminazione.

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BIENNALE VENEZIA 2013 – ENRICO BAJ (Antonella Giroldini)

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L’artista è stato un esuberante iconoclasta, irriverente ed eterodosso negli impegni politici come nell’approccio all’arte. Continuò la tradizione surrealista, lavorando con sregolatezza infantile e sfidando continuamente ogni categorizzazione con un approccio libero, socialmente impegnato, spesso insofferente a ogni forma di autorità.

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Negli anni Settanta, Baj iniziò la produzione della serie Dame, stravaganti ritratti di donne realizzati con collage e assemblaggi , cui solitamente fa da sfondo una tappezzeria o un tessuto fantasia. Ogni figura è composta da strati di materiali che potrebbero essere presi da un cestino di cucito in una giornata di pioggia: bottoni, ninnoli, passamaneria, broccato, quadranti di orologi, nappe e metri di filo colorato . Le rappresentazioni comiche e primitive della forma umana suggeriscono marionette fatte a mano , ma nei pezzi qui esposti , l’artista impiega materiali domestici per creare rappresentazioni estremamente astratte o schematiche di voti umani, spesso con effetto inquietante.

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