ILEX Gallery : Vivian Maier (Antonella Giroldini)

Quando nel 1987 la rock band irlandese degli U2 pubblicò la canzone “Where the Streets Have No Name”, cantando e suonando contro l’anonimato delle società divise e di divisione, in cui l’indirizzo di una persona, l’accento, il colore della pelle, il sesso, lo stato mentale o l’abbigliamento possono determinare, in base alla nostra valutazione, la sua vita e le sue conquiste personali, una fotografa di strada ancora sconosciuta stava scattando a Chicago quelle che probabilmente sarebbero state le ultime immagini di una costante e produttiva documentazione.

Iniziò circa 35 anni prima, con la sua Rolleiflex per le strade di New York – da autodidatta, con grande talento, spinta e persistenza – fotografando le persone e le strade come icone istantanee. Il suo lavoro può essere affiancato a quello dei grandi fotografi di strada del 20° secolo, molte delle sue immagini infatti ricordano fotografie che abbiamo visto da Lewis Hine, Ilse Bing, Lisette Model, Dorothea Lange, August Sander, Robert Frank, Helen Levitt, Louis Faurer, Diane Arbus, Weegee, Lee Friedlander, o Joel Meyerowitz, per nominarne alcuni. Lei sembra averli incanalati tutti, anche coloro che sono stati da lei preceduti, in quello che la critica del New York Times Roberta Smith chiama “un rigore quasi enciclopedico” nel riassumere “la storia della fotografia di strada del 20° secolo”. In seguito, il suo nome, Vivian Maier (1926 – 2009, americana), dovrebbe essere incluso negli annali della fotografia di strada.

Il problema fu che tutte le sue immagini rimasero nascoste alla vista del pubblico fino alla fine della sua vita. Fino a quel momento nessuno era ancora a conoscenza della quantità e della qualità del suo lavoro, lei stessa infatti non sapeva che la sua produzione fotografica, circa 100.000 negativi, era stata scoperta due anni prima della sua morte. Così ella morì credendo che le sue pellicole fotografiche, i video e le registrazioni audio fossero ancora rinchiuse in scatole su scatole fra i suoi effetti personali in un luogo di deposito di Chicago – che era “[riparato] dalla pioggia avvelenata” (U2).

La maggior parte dell’impressionante numero di sue fotografie devono ancora essere rese pubbliche. Guardando  i provini dei suoi negativi, che contengono pochissimi scatti multipli di qualsiasi motivo o soggetto, ci si rende conto dell’incredibile quantità di straordinarie fotografie per ogni rullino fotografico. In termini matematici, ha catturato circa 12 fotogrammi, o un rullino di pellicola di medio formato al giorno, tutti i giorni per circa 40 anni. Dato che solo poche centinaia di immagini scattate da Vivian Maier attualmente circolano nel mondo all’interno di mostre e libri, ci possiamo ancora aspettare da lei una quantità enorme di futuri classici. Solo il numero di immagini iconografiche, prodotte da un singolo fotografo che ha lavorato a tempo pieno per tutta la vita come aiuto domestico e tata, è da capogiro.

Quello che possiamo supporre nel guardare le note fotografie di Vivian Maier è che spesso vagava in strade sconosciute mentre lavorava e non, esplorando a lungo il mondo intorno a lei con la macchina fotografica puntata su queste deviazioni, una pratica non dissimile da quello che i Situazionisti avevano definito dérive. Lei era un’imparziale opportunista che ritraeva persone provenienti da tutti i ceti social ma con la mente critica e l’occhio di un’osservatrice politicamente coscienziosa. Le sequenze inedite di immagini su ogni rotolo di pellicola spesso vengono lette come dei fantastici storyboard che la seguono attraverso le strade ed i giorni della sua vita. Come spettatori delle sue fotografie assistiamo al suo costante sguardo indagatore, alla sua messa in discussione del mondo com’era allora, il maschilismo, il classismo ed il razzismo quotidiano nelle strade di New York, ma anche la bellezza ed il puro piacere della vita vissuta.

La prima mostra in una galleria di Vivian Maier a Roma con 33 stampe in gelatina d’argento presso 10b Photography Gallery .


Parco Naturale di Monte Cucco (Antonella Giroldini)

Nei comuni di Fossato di Vico, Sigillo, Costacciaro, Scheggia e Pascelupo, si estende per oltre 10.000 ettari, quest’area naturale di tutela regionale che, mostrando un’eccezionale ricchezza di vegetazione , fauna e giacimenti geologici, giunge fino al confine con le Marche. Il vero cuore del comprensorio è il massiccio calcareo del Monte Cucco, che con la Sua forma conica domina le terre umbro – marchigiane. Gli amanti delle escursioni potranno trovare in questa zona il loro ” paradiso”, oltre ad ammirare affascinanti fenomeni di carsismo e le numerose sorgenti e forre scavate dalla forza dei torrenti. Tra queste è spettacolare quella del Rio Freddo: un canyon inciso per la lunghezza di 5 km e una profondità di circa 200 m. Il massiccio del monte Cucco, oltre alla spettacolarità panoramica, ha una collocazione tale , rispetto ai venti e alle correnti termiche, da renderlo particolarmente adatto per lo sport del volo libero e del deltaplano.

 

 

Imboccata da Sigillo la strada panoramica che in 9 km risale le pendici del monte, si giunge nella Val di Ranco, tra boschi e praterie ideali per tranquille passeggiate. Ma la vera attrattiva di questa zona è la grotta  di Monte Cucco.

Garbatella (Antonella Giroldini)

Attorno al 1920 la breve stagione di successi conosciuta dall’area industriale Ostiense – Portuense appariva già avviata a conclusione, ma ciò non scoraggiò la realizzazione della Garbatella, quartiere modello di edilizia popolare pensato per il ceto operaio e contraddistinto da bassa densità edilizia e ampie zone verdi, caratteristiche oggi perdute.

La Visita alla città di Rocchettine (Antonella Giroldini)

Rocchette e Rocchettine sorgono quindi nel punto in cui la valle subisce un forte restringimento, a strapiombo sulle acque del torrente. L’ambiente intorno alle fortificazioni è sicuramente uno dei più suggestivi che si possono incontrare nella Sabina del versante tiberino, ricco di boschi e di corsi d’acqua.

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Rocchettine mantiene meglio conservate le sue fortificazioni originarie, ma subisce un graduale abbandono. Successivamente, intorno alla rocca abbandonata sorgerà un piccolo nucleo di case che ben presto subirà un progressivo spopolamento. Da questo periodo in poi le già scarse notizie sulle vicende di Rocchettine diventano praticamente nulle, come se la fortezza fosse scomparsa dal novero sia storico che geografico. Dobbiamo fare un consistente balzo temporale e giungere all’età moderna per ritrovare documenti che ci informano delle sorti di questo affascinante luogo. Così, i le notizie ci portano nel novembre del 1817 quando, in seguito ad un’opera di riorganizzazione dell’area Sabina, il Cardinal Consalvi con un decreto assegna al comune di Torri in Sabina il territorio in cui ricadono sia Rocchette che Rocchettine.

Napoli, Trattoria Nennella. 60 anni di cucina di casa nei Quartieri Spagnoli (Antonella Giroldini)

IMG_8462 IMG_8463 IMG_8464 IMG_8465 IMG_8466 IMG_8467Sono a Napoli per una trasferta di lavoro. Siamo fortunate e finiamo di lavorare alle 14. Abbiamo a disposizione un po’ di tempo e prima di prendere il treno per tornare a casa, ci concediamo un pasto ed un esperienza divertente da Nennella nel cuore dei quartieri Spagnoli.

l’antipasto napoletano, veri crocchè ed arancini come quelli di mammà.

Per i primi l’offerta è varia e appetitosa e cambia con la stagione: pasta e patate con la provola, pasta e fagioli, pasta e ceci, pasta e lenticchie, pasta e piselli, spaghetti olive e capperi, la cd”puttanesca”, al filetto di pomodoro e profumato basilico, minestra di scarole e fagioli, vermicelli con i “lupini”, (vongole comuni, diverse da quelle veraci, ma, altrettanto saporite) e ancora la pasta al forno, il gattò di patate, la lasagna, e gli immancabili ragù e genovese. Quest’ultima è prerogativa di Nennella 2, da sola sbuccia 40 kg di cipolle bionde, spandendo il profumo per tutto il vicolo, sceglie la carne giusta, nessuno deve intromettersi.

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Altrettanto ricca la lista dei secondi, fragranti “alicelle” di Pozzuoli indorate e fritte, baccalà, pollo arrosto, “tracchie” (spuntature di maiale) arrostite, polpette fritte o al sugo, polpette di ricotta, mozzarella di bufala freschissima, mozzarella “in carrozza” o alla caprese. I contorni ci riportano all’incredibile fantasia dei napoletani  di cucinare le verdure in ogni modo: i classici “friarielli” saltati in padella con peperoncino, peperoni in padella o al “grattè”, parmigiana di melanzane, funghi trifolati, peperoncini verdi fritti al pomodoro, fagiolini, patate e carote lesse, patate fritte o al forno, spinaci e broccoli. Il pane è cotto a legna in uno dei forni storici della zona collinare della città, viene ritirato in due infornate per averlo sempre fresco, al mattino e nel primo pomeriggio.

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Per il caffè pochi passi e avrete solo l’imbarazzo della scelta su Via Roma.

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Il servizio è essenziale e più veloce di Mcdonald, in compenso per 10 euro (dico dieci) mangerete, serviti a tavola, dall’antipasto alla frutta, un decoroso aglianico e piedi rosso sfuso di Monte di Procida. Qui, come nella migliore tradizione napoletana, “il cucinato” è anche da asporto, per circa 8 euro porterete a casa un pasto completo bevande escluse.Un vero affare, non solo per la cucina e il valore incalcolabile di una tradizione che continua, ma anche, per la straordinaria atmosfera di verace e ironica napoletanità, per niente folkloristica, che si respira a casa di Nennella, dove si fa anche la raccolta differenziata…

Trattoria Nennella dal 1949 Vico Lungo Teatro Nuovo 103 Tel.081 41 43 38 Aperto: pranzo e cena Chiuso: domenica Ferie: 20 gg. ad agosto, 25, 26 e 31 dicembre

 

IL MERCATO CENTRALE DI FIRENZE (Antonella Giroldini)

IL PRIMO PIANO
IN PRIMO PIANO

Il Mercato Centrale Firenze nasce da un’idea di Umberto Montano che con Claudio Cardini ha dato vita al progetto che restituisce a Firenze uno dei luoghi più significativi della città: il primo piano del mercato coperto di San Lorenzo. Il progetto diventa realtà nella primavera del 2014, a celebrare i 140 anni dell’architettura in ferro e vetro eretta nel 1874 ad opera dell’architetto Mengoni – autore anche del mercato di S. Ambrogio e della più celebre Galleria Vittorio Emanuele di Milano.

 

UN LUOGO
UNICO

Il Mercato Centrale Firenze non solo ricollega la città ad uno spazio rimasto deserto per tanti anni ma dà corpo ad una visione quanto mai attuale e necessaria: ripopolare un pezzo importantissimo e vitale del centro di Firenze con botteghe tradizionali che restituiscono centralità agli artigiani del gusto. Pane e pasticceria, pesce fresco, fritto e polpette, frutta e verdure, carne e salumi, mozzarella di bufala, formaggi, cioccolato e gelato, pasta fresca, enoteca, lampredotto, tramezzini: tutte le botteghe sono condotte da commercianti artigiani con in comune la passione per la loro professione.

UN POSTO
CHE INTRATTIENE

Oltreché per fare normalmente la spesa, al Mercato Centrale Firenze si può stare a sedere in uno dei 500 posti a disposizione per mangiare qualcosa, con la certezza di poter contare sulla genuinità: tutti gli operatori sottoscrivono un disciplinare di qualità e tutti i piatti preparati all’interno del Mercato vengono cucinati utilizzando solo le materie prime che sono in vendita all’interno del Mercato stesso.
Il tutto per rendere il Mercato Centrale Firenze il luogo ideale per ogni momento della giornata, dalle 10 di mattina fino a mezzanotte.
Firenze, da sempre scenario dell’eccellenza e dell’autenticità gastronomica, vede tornare gli artigiani e le loro botteghe protagonisti del buon mangiare.

LE BOTTEGHE
DELLE COSE BUONE

Aperto tutti i giorni ad un’esperienza del gusto, del tempo, e del divertimento, il Mercato Centrale Firenze è una grande piazza coperta dove autenticità, spontaneità e tradizione sono protagoniste. Ogni bottega è il luogo ideale per fare la spesa e ritrovare il cibo vero, sincero e al giusto prezzo che la Toscana e l’Italia sanno offrire.