MURI D’AUTORE SALERNO (Antonella Giroldini)

Tutto ha avuto inizio nell’ottobre 2014 quando Alice Pasquini, 34enne artista romana di rilevanza internazionale, realizzò a Salerno un’opera pittorica lungo la scalinata “dei Mutilati” che si snoda tra via Velia e piazza Principe Amedeo. Fu il primo di una lunga serie di murales che negli anni hanno avuto l’obiettivo di rendere un omaggio non convenzionale alla poetica di Alfonso Gatto, l’intellettuale salernitano scomparso in un incidente stradale 40 anni fa.

La Fondazione Alfonso Gatto, presieduta dal nipote del poeta, Filippo Trotta, con la direzione artistica “senza portafogli” di GreenPino, alias Pino Roscigno, hanno avuto il merito indiscusso di portare, come si diceva una volta in segno di ribellione, “la fantasia al potere”. E dai versi di Gatto si sono “allargati” a quelli dei maggiori poeti contemporanei, da Alda Merini, Dylan Thomas, Paul Eluard, Salvatore Quasimodo fino a Totò, Massimo Troisi e Salvatore Di Giacomo.

I muri sono diventati così enormi lavagne a cielo aperto, “muri d’autore”, in cui la poesia si materializza in attrazione turistica. E fa fare pace a tanti studenti con l’ingenerosamente odiosa letteratura italiana. Prima i fogliettini con i versi di Gatto, e non solo, attaccati ai muri sbrecciati del vicolo della Neve, la caratteristica stradina del centro storico più volte cantata dal poeta, poi l’intervento più massiccio di creatività sulle pareti di vico San Bonosio, dove ha trovato casa la Fondazione Gatto. Fino a quello che è stato il compimento di un vero e proprio percorso di “street art”, che ha visto coinvolti, a titolo assolutamente gratuito, una trentina di writers, tra i più celebrati e contesi. Eccolo il rione dimenticato delle Fornelle, l’altra immagine di Salerno che vuole essere europea, tornato a nuova vita attraverso il rincorrere dei versi arzigogolati con lo spray da un muro all’altro.

Ci sono voluti quasi otto mesi per affrescarlo così. Ci hanno lavorato duro Greenpino, Valeriano Forte e tutti gli altri artisti, compreso Mario Carotenuto, l’ultranovantenne pittore orgoglio di Salerno e grande amico di Alfonso Gatto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, specialmente degli abitanti delle Fornelle che adesso parlano del loro quartiere gonfiandosi il petto. E ora? Cosa succede? «Abbiamo tante altre idee in programma – dice Roscigno – ma tutto dipende dalla possibilità di intercettare piccoli fondi per poter continuare». «Vorremmo lanciare un progetto Erasmus sui Muri d’autore – anticipa Filippo Trotta – favorire scambi culturali tra istituti che organizzano iniziative come la nostra in altri paesi europei». E poi ci dice in un orecchio quanto è costata finora tutta l’operazione Fornelle: «Tremila euro». Sì, avete capito bene, nella Campania dei grandi eventi, che battono cassa per fior di quattrini, c’è chi produce cultura, anche colorata, con i bruscolini. «Per giunta – aggiunge Trotta – si tratta di fondi privati, dalle istituzioni fino ad oggi non abbiamo ricevuto neanche un centesimo».

MALE’ (Antnella Giroldini)

Da terra di profonda religiosità a mecca del turismo invernale ed estivo. Una riconversione assai accentuata, che non ha però cancellato del tutto l’economia agricola, basata sui frutteti. E un melo intreccia i propri rami sullo stemma di Malè , il cui aspetto moderno è conseguenza di un incendio scoppiato nel 1892. Oggi, la località è un importante centro di villeggiatura estivo con le innumerevoli possibilità di passeggiate nei parchi Adamello – Brenta e dello Stelvio; nella stagione invernale possibilità di praticare lo sci di fondo ed escursioni con le racchette da neve.

MOSTRA MIRO’ ( Antonella Giroldini)

A partire dal 4 ottobre, nelle Sale Chiablese dei Musei Reali, SI è aperta al pubblico la straordinaria esposizione dedicata a uno dei massimi interpreti del Novecento, Joan Miró (Barcellona, 1893 – Palma di Maiorca, 1983). Per l’occasione saranno esposte 130 opere, quasi tutti olii di grande formato, provenienti dalla Fundació Pilar i Joan Miró a Maiorca, e capolavori come Femme au clair de lune (1966), Oiseaux (1973) e Femme dans la rue (1973).

Provengono dalla Fundacio Pilar i Joan Mirò di Maiorca, che grazie al prestito consente alla Città della Mole di ospitare la prima personale del pittore spagnolo.

La mostra, «Mirò. Sogno e colore», è promossa da Arthemisia, azienda leader nella produzione, organizzazione e allestimento di mostre, che conferma il suo rapporto privilegiato con Torino e con i suoi Musei Reali dopo il successo delle mostre di Tamara de Lempicka, Matisse e Toulouse-Lautrec. A presentarla oggi c’erano la direttrice dei Musei Reali, Enrica Pagella, che ha sottolineato la volontà di legare sempre di più i Musei alle grandi mostre per un percorso sempre più divulgativo, e il direttore della Fondazione, Francisco Copado Carraiero, che ha raccontato come le opere in mostra siano risalenti al periodo più felice dell’artista, dal 1956 al 1983, ovvero gli anni vissuti a Maiorca, dove Mirò morì.

 

CREATIVITA’ FANCIULLESCA

La mostra torinese immerge il visitatore nel mondo di Mirò e in quella fanciullesca creatività che caratterizzò la cosiddetta terza fase della sua vita, tutta vissuta tra le luci e le bellezze naturali della sua amata Maiorca. Oltre ai dipinti, sculture, disegni, libri illustrati, oggetti e materiali provenienti dai suoi atelier Taller Sert e Son Boter, sono infatti ricostruite le ambientazioni degli studi dove lavorava. «Un modo per capire un po’ di più le visioni di cui era capace questo artista – spiega Francisco Copado Carraiero – che leggeva la realtà che lo circondava attraverso il suo mondo onirico, soggettivo e magico. La sua arte, il suo stile hanno cambiato e segnato l’arte contemporanea per sempre».

A fare gli onori di casa oggi c’era anche l’assessore al Commercio e Turismo del Comune di Torino, Alberto Sacco, che ha sottolineato come la mostra sia il frutto di una sinergia tra Arthemisia, Regione Piemonte e Comune, «formula destinata ad essere usata sempre di più in futuro per mettere Torino in condizione di ospitare eventi culturali di grande appeal».

 

 

Orario apertura

lunedì 14.30 – 19.30

martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica 9.30 – 19.30

giovedì 9.30 – 22.30

MONTESCAGLIOSO (Antonella Giroldini)

Montescaglioso fondata dai benedettini nell’XI secolo e ampliata restaurata  e restaurata in seguito secondo splendide forme rinascimentali. All’interno s’intersecano e si inseguono chiostri, portici, cellette, sistemi di raccolta per le acque, oltre alla sala del capitolo e la biblioteca splendidamente affrescate con dipinti del XVII secolo, alcuni dei quali attribuiti a Girolamo Todisco e alla sua scuola. A poca distanza l’uno dall’altro sorgono, infatti, il monastero di Sant’Agostino, il convento dei Cappuccini e il monastero della SS. Concezione, oltre a diverse chiese disseminate nell’abitato, dalla cui parte più alta si gode di una vista magnifica sulla Valle del Bradano e, in lontananza, sul Golfo di Taranto. Fra queste la rinascimentale Santo Stefano e Santa Maria in Platea che, fondata nel 1065, è la chiesa più antica di Montescaglioso, affrescata con dipinti rinascimentali e barocchi. E’ ancora la chiesa dell’Annunziata, annessa all’antico lazzaretto cittadino del XVI secolo, la Chiesa di San Rocco, anch’essa del 1500, e la settecentesca chiesa Madre dedicata ai Santi Pietro e Paolo che custodisce al suo interno  quattro tele di Mattia Petri e che con il suo possente campanile, alto 45 metri , domina tutto il centro abitato. A ridosso del borgo, il cui nucleo originario risale al 1000 avanti Cristo centinaia di caratteristiche cantine scavate nel tufo per conservare il vino. Poco distanti le chiese rupestri, ricadenti nel Parco della Murgia, risalenti al X-XI secolo facilmente raggiungibili tramite sentieri che partono dal centro storico.

 

IL CASTELLO DI TORRE ALFINA (Antonella Giroldini)

Il Castello di Torre Alfina, possente ed imperioso, forte delle sue maestose torri merlate, rivestite in pietra scura, è indiscutibilmente una delle più belle e affascinanti dimore storiche presenti sul territorio Umbro-Tosco-Laziale. Un luogo dove storia millenaria e antiche tradizioni tramandate nel tempo si fondono in un connubio, oltrepassano le mura del maniero fino a raggiungere e coinvolgere le strette viuzze e le case del borgo che si attorcigliano intorno ad esso.

La storia del borgo di Torre Alfina è un tutt’uno con quella del Castello che nasce nell’alto medioevo attorno ad una torre di avvistamento già esistente. Segue poi il primo nucleo di case, che nel corso dei secoli X e XI viene fortificato con una seconda cinta muraria, costituita per lo più dalle mura delle abitazioni oltre che da bastioni, e munita di più porte di accesso.
Il palazzo, costruito a ridosso della torre, è stato dimora dei signori di turno. Prima i Risentii (secolo XIII), poi i Monaldeschi di Orvieto, del ramo Cervara, che hanno dominato questo luogo dalla fine del 1200 fino alla seconda metà del 1600. In particolare dobbiamo a Sforza Cervara la ricostruzione in stile rinascimentale del primitivo castello medievale. Ai Monaldeschi della Cervara seguono i marchesi Bourbon del Monte, i quali tengono palazzo e proprietà per più di due secoli. Nel frattempo il borgo, che già dalla metà del ‘400 si governava in forma di comunità, diviene comune aggregato prima ad Orvieto e quindi ad Acquapendente. Con l’unità d’Italia passa definitivamente a frazione del Comune di Acquapendente, com’è tuttora.
Sul finire del 1800, tutte le proprietà signorili vengono acquistate dal Conte Edoardo Cahen, che si fregia del titolo di Marchese di Torre Alfina. Edoardo fa ristrutturare completamente il palazzo Monaldeschi: l’immensa mole di pietra cerca spazio anche in varie parti del paese che sono state completamente trasformate. Edoardo non vede il castello finito ma desidera essere seppellito nell’amato bosco-giardino del Sasseto, che lui stesso aveva reso agibile con sentieri costruiti tra gli scogli, in una tomba-mausoleo realizzata nello stesso stile neogotico del castello e come questo rivestito in basalto e rifinito in travertino. Completa l’opera il figlio di Edoardo, Teofilo Rodolfo, arredando il castello con estrema ricercatezza e realizzando un grande giardino al di sopra del bosco.

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IL CASTELLO DI TORRE ALFINA È APERTO AL PUBBLICO
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