BIENNALE DI VENEZIA 2013 – Jessica Jackson Hutchins ( Antonella Giroldini)

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Le forme di ceramica e cartapesta cadono e si gonfiano, si accalcano e si inclinano, si afflosciano e si appoggiano indolenti: possiedono una pesantezza palpabile e uno straordinario fascino tattile. Abbarbicate su tavoli, sedie e divani, o svettanti come escrescenze maligne, sembrano indefinibili nella forma come pensieri e contorte come formazioni geologiche, e trasmettono nella loro composizione un senso di esuberanza improvvisata. Pur essendo a volte inquietanti, le sculture di Hutchins sprigionano uno humor ed una tenerezza che scaturiscano dai materiali che l’artista inserisce nelle sue installazioni: vestiti scartati- indossati un tempo da Hutchins, da suo marito o da una delle sue figlie – ritornano spesso nelle installazioni, così come vari mobili che fungono da piedistalli o da elementi per composizioni scultoree. Le poltrone, i divani e gli oggetti che popolano le sculture di Hutchins provengono spesso dalla casa dell’artista e sono segnati da anni di uso. L’artista sostiene che il lavoro è motivato soprattutto da preoccupazioni personali: è un documento della sua vita intima, incapsulata negli oggetti di tutti i giorni e nelle sue sculture – un microcosmo in cu spazio domestico e presenze arcaiche sembrano poter convivere.

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Il suo lavoro, infatti, allude a culture antiche e forme archetipiche, spesso mediante titoli  che suggeriscono una sensibilità erudita e si scontrano con una natura sciatta e disordinata dalla sue forme scultoree.

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Mar Morto -Giordania (Antonella Giroldini)

152Situato al fondo delle Grande Depressione il Mar Morto venne citato sia nella Bibbia ( sulle sue sponde sorgevano le cinque città di Sodoma, Gomorra, Adham, Zeboim e Zoa) sia dal Coran, descritto da Greci e Arabi, chiamato “Mare di Lot” o “d’asfalto”, “Sedom”, “Dragone”, “Araba”. A chiamarlo per la prima volta Mar Morto furono i crociati. Tale proliferazione dei nomi è la prova del fascino e dell’interesse per questo grande lago salato ha sempre esercitato sulle popolazioni, sebbene l’aspetto, le dimensioni e la consistenza dello specchio d’acqua biblico fossero decisamente diverso da quello odierno. L’apporto idrico è stato drasticamente ridotto dagli interventi realizzati sul corso del fiume Giordano, suo principale immissario.

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La forte evaporazione e la combinazione di fattori geologici, hanno reso le acque del Mar Morto nove volte più salate rispetto alla normale acqua marina, rendendole così inadatte a ogni tipo di vita animale o vegetale. Esse hanno, però, notevoli qualità terapeutiche per varie specie di malattie della pelle, e oltre a essere curative, sono toccanti e depurative.

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Lungo la costa giordana del Mar Morto come avviene anche lungo la sponda israeliana, una serie di strutture di alto livello , offre la possibilità di fare bagni nel mare e di sfruttare le proprietà terapeutiche dei sali e dei fanghi dello specchio d’acqua . L’acqua del Mar Morto contiene ben 21 minerali, con elevate concentrazioni di magnesio, sodio, potassio e bromo . Queste sostanze conosciute come rimedi per la malattie della pelle ed elisir di bellezza fin dall’epoca biblica, sono utilizzate per trattamenti mirati . A poca distanza dalle sponde del Mar Morto si trovano le sorgenti termali di Hammamat Ma’ in, 264 metri al di sotto del livello del mare, al centro di un oasi. Le sue cascate ipertermali alimentano numerose sorgenti cale e fredde della valle e qui è tato costruito un complesso specializzato in applicazione di fanghi, massaggi in acqua, maschere di fango e trattamenti elettroterapici e cosmetici.

BIENNALE VENEZIA 2013 – Shinichi Sawada

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.Affetto da una forma di autismo, parla a stento e preferisce esprimersi attraverso le sue sculture: un bestiario in continua espansione di figure e maschere di creta, che ha iniziato a produrre nel 2001.

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Tutte le sue opere sono irte di centinaia di spuntoni di creta, che conferiscono loro una bellezza intricata e ornamentale anche un carattere minaccioso.

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Le sue figure sembrano alludere a una mitologia personale, ispirata forse all’antica tradizione popolare giapponese, che abbonda di bestie immaginarie, fantasmi e spiriti.  Alcune sue opere assomigliano anche a maschere del teatro NO, altrettanto ricco di esseri soprannaturali che calcano i palcoscenici giapponesi fin dal ‘300. Alcune ricordano i personaggi iperbolici che popolano manga e anime, e racchiudono sotto i loro tratti spinosi una grazia da cartone animato .

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E’ interessante notare come le sue opere richiamino alla mente anche le arti delle società tribali.

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Il Pianoforte di Torino a disposizione dei passeggeri (Antonella Giroldini)

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Dal 12 febbraio nella stazione di Torino Porta Nuova è stato messo a disposizione dei passanti un pianoforte: come dice un cartello sullo strumento “Play me, I’m Yours” (Suonami, sono tuo), chiunque può suonarlo come e per quanto tempo vuole. L’idea, promossa da Grandi Stazioni a Torino e in altre città italiane, da Milano a Venezia, riprende l’iniziativa ideata nel 2008 a Birmingham dall’artista britannico Luke Jerram di posizionare i pianoforti in luoghi pubblici, invitando le persone a suonarli. Da allora l’idea è stata riproposta in 46 città in tutto il mondo, con oltre 1.300 pianoforti messi a disposizione in parchi, stazioni ferroviarie, strade, piazze e fermate degli autobus.

Incuriosita da un articolo sulla Stampa di qualche mese prima decido di fermarmi a guardare. L’esperienza è davvero piacevole!

Ho un po’ di tempo prima di andare in Radio ad assistere alla trasmissione di Maurizio Condemi e decido  sbirciare. L’esperienza è piacevole! Rimango più di un oretta a leggere un libro con la musica più disparata a farmi compagnia.

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Il pianoforte a muro spuntato qualche giorno fa a Porta Nuova, resterà lì per sempre. È questa l’idea di Grandi Stazioni, visto il grande successo che ha avuto lo strumento. «L’entusiasmo dei torinesi nel suonare ed accogliere il piano ha sorpreso anche noi – dicono da Grandi Stazioni -. L’abbiamo noleggiato per un anno, ma abbiamo deciso di non toglierlo più. È un esperimento che ha meravigliosamente funzionato».

L’idea nata sette anni fa al musicista inglese Luke Jerram ha contagiato tutto il mondo. Da New York a Parigi, dal Perù all’Australia, gli «street piano» con il cartello «Play me, I’m Yours!» sono stati avvistati in 45 città, e ad oggi se ne contano 1300, alcuni dei quali decorati da artisti locali. Sono stati installati in parchi, mercati, strade, piazze, traghetti. Numero di persone stimato che l’ha suonato o ascoltato almeno una volta: sei milioni.

In Italia Grandi Stazioni l’ha portato a Venezia Santa Lucia, Roma Tiburtina, Milano Centrale e Torino Porta Nuova. La prossima settimana tornerà a Firenze Santa Maria Novella e arriverà a Napoli. Torino in questi giorni si è letteralmente innamorata di questo pianoforte nero. C’è chi viene apposta nell’atrio per regalare ai passanti un brano di Bach o Beethoven, e chi prima di salire sul treno si stupisce ancora. C’è chi si esercita o vuole imparare, chi dedica melodie a fidanzate o amici, e ci sono artisti esordienti che aggiungendo una chitarra improvvisano un mini concerto per il pubblico.

Su Facebook e Twitter è stato un tam tam di condivisioni e di gente che si è data appuntamento a Porta Nuova. «Bellissima iniziativa», scrive Giusi, «che fa emergere il talento nascosto dei musicisti più timidi», prosegue Carlo. «Prendersi cura di lui è un po’ come prendersi cura della città», twitta Marta. «Questo pianoforte fa bene alla salute – sorride un giovane pianista, Marco Signoritti -, sia a chi regala delle melodie ai passanti distratti e di fretta, sia a chi le riceve. Grazie a questo strumento, il programma della tua giornata cambia improvvisamente per qualche minuto».

Ho un po’ di tempo prima di andare in Radio ad assistere alla trasmissione di Maurizio Condemi e decido di fermarmi a sbirciare. Rimango più di un oretta a leggere un libro con la musica più disparata a farmi compagnia.