MUSEO EGIZIANO DI TORINO – CAPPELLA E STELE DI MAIA E DI SUA MOGLIE ( Antonella Giroldini)

Cappella

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Mattoni di fango intonacati e dipinti

Dimensioni. 185x145x225 cm

Provenienza: Deir el – Medina, Tomba TT 338, Scavi Schiapparelli nel 1905

Stele

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Calcare

Dimensioni: 66,7x42x7,3 cm

Provenienza. Deir el – Medina, Tomba

in seguito collezione Drovetti, 1824

Nuovo Regno, tarda XVIII dinastia

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Durante il Nuovo Regno la tomba era di regola sotterranea e dopo la sepoltura veniva chiusa; i familiari e il clero potevano far defunto nella vicina cappella funeraria di superficie, dove si svolgevano i riti. Nella cappella dedicata a Maia e sua moglie Tamit, Drovetti trovò la loro stele funeraria, che nel 1824 fu portata al Museo Egizio di Torino. Nel registro superiore della stele la coppia è raffigurata con vesti bianche, nell’atto di lodare Osiride e Hathor, mentre nel registro inferiore i coniugi appaiono seduti davanti a una tavola per offerte mentre ricevono le vivande presentate dai loro nove figli, nominati uno per uno; un decimo figlio , più piccolo, è in piedi vicino alla sedia dei genitori. Le dimensioni della cappella delle offerte sono simili a quelle della cappella di KHA, che si fece astutamente scavare la tomba a una certa distanza dalla cappella, per fuorviare i saccheggiatori. La cappella di Maia e Tamit, presumibilmente contemporanei di Kha, è decorata  da pitture articolate in 3 registri, con il corteo funebre protetto da amuleti, il trasporto degli arredi funebri, il viaggio rituale verso Abido. Sulla parte di fondo della cappella, punto focale per l’osservatore, si vedono anche i genitori di Maia; i riti funebri con l’incenso e le libagioni sono officiati da due dei figli fi maia . Fu Ernesto Schiapparelli , nel 1905, a staccare le pitture parietali e a trasferirle a Torino.

 

 

MUSEO EGIZIO TORINO – RILIEVI DELLA TOMBA DI ITI (Antonella Giroldini)

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Calcare dipinto

Primo Periodo Intermedio, VII -XI dinastia

Provenienza: Gebelein, scavi Schiapparelli, 1911

Durante lo scavo della tomba di Iti vennero alla luce anche due stele rettangolari di calcare, una delle quali di evidente carattere funerario: le figure del defunto Iti e della moglie Neferu, incise in un bassorilievo spiccano sul lato sinistro del blocco di pietra, quello “divino”. Il fratello di Iti è a destra, di fronte alla coppia, in piedi e con le braccia protese; è probabile che stia officiando i riti funebri.

Due cani e la compagnia accovacciati ai piedi delle figure fanno da collegamento tra i personaggi. Alle spalle del fratello di Iti c’è un tavolo basso con vasi, teste di anatre, di antilopi e di una mucca. Per sottolineare che si tratta di offerte intervengono i piccoli portatori muniti di pali per il trasporto e recanti offerte di cibi, schierati più in alto, su una linea secondaria; li seguono un uomo e una donna, forse i figli dei defunti.

Sul bordo del blocco di pietra è riportata una preghiera che si conclude con una esortazione rivolta ai vivi, a fornire provviste per l’Aldilà. Dal punto di vista stilistico è evidente che i contorni sono tracciati in modo goffo e discontinuo: un esempio è il profilo di Neferu, con il braccio e la mano che con gesto casuale si sovrappongono alla vita del marito. La base delle natiche della donna è segnata da un angolo, mentre fra le gambe l’orlo della veste rimane privo di definizione; i gonnellini indossati dai personaggi maschili presentano striature diseguali. L’intera scena assume un carattere picassiano, che regge male il confronto con le sculture dell’Antico Regno.

Un altro blocco proveniente dalla stessa tomba, descrive, in bassorilievo, l’incontro fra due coppie di uomini armati con archi, due dei quali hanno la pelle scura. Non si capisce bene se uno di costoro sia lo stesso Iti; comunque, la differenza di colore della pelle fa pensare che appartengono a popolazioni diverse, e possano essere dei mercenari : quelli con la pelle più scura potrebbero essere i famosi arcieri della Nubia. La presenza di questa scultura nella sua tomba permette di ipotizzare che Iti compisse regolari spedizioni militari con truppe mercenarie.

MUSEO EGIZIO DI TORINO – FALSA PORTA DI UHEM -NEFERET (Antonella Giroldini)

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Calcare

Dimensioni; 202,5x170x37 cm

Provenienza: Giza, scavi Schiapparelli, 1903

Una falsa porta è un insieme di stipiti e architravi di porta, scolpito sulla parete di una tomba per permettere al defunto di entrare e uscire. Inoltre era qui che i vivi potevano lasciare i cibi offerti per il sostentamento dei defunti, e dunque la falsa porta rappresentava il punto di contatto fra i vivi e i morti. Questa è scolpita in altorilievo, così che le figure e i testi in geroglifico spiccano nettamente sullo sfondo; proviene dalla tomba di una donna di nome Uhem – neferet, raffigurata sul blocco centrale poggiato sull’architrave doppio. Uhem – neferet è seduta a un tavolo montato su un piedistallo singolo, il cui piano è ricoperto di piani alti e sottili; le altre offerte di cibi sono identificate dai geroglifici. I testi riportati sull’architrave elencano i suoi titoli, chiamandola ” Beneamata Figlia del Re, privilegiata più della madre, Uhem – neferet”. La sua alta posizione sociale chiarisce come mai Uhem – neferet sia una delle pochissime donne  del tempo ad avere una tomba propria, senza dover dipendere da quella di un coniuge. Sugli stipiti sono visibili vari personaggi, fra i quali i figli della defunta( si noti il ragazzo nudo sullo stipite destro), che offrono canestri con cibarie, lini e sandali nell’ambito delle cerimonie funebri.

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Torino jazz festival – 28 Maggio 2015 / Martedì 2 Giugno 2015

 

 

 

 

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Per motivi personali mi trovo a Torino dal 30 maggio al 1 giugno 2015 e scopro per l’ennesima volta una città piena di vita e di avvenimenti interessanti….siam in pieno Jazz Festival.

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 Il Torino Jazz Festival – un grande racconto sul jazz e le sue atmosfere, dove si incontrano musica, arte, danza, teatro, libri e tanto altro – quest’anno è in contemporanea  con l’Expo di Milano e il settantesimo anniversario della Liberazione, quando il jazz tornò nel nostro Paese dopo i veti contro la musica nera posti dal fascismo.

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Il festival si apre il 28 maggio al Museo Egizio con il Sonic genome Project di Anthony Braxton. Dal 29 maggio al 1 giugno, in piazza San Carlo, nei consueti concerti gratuiti, si esibiscono: Hugh Masekela, Fabrizio Bosso e Randy Brecker. Si vola poi in oriente con lo spettacolo degli Shibusa Shirazu  e si cambia emisfero con il pianista Omar Sosa e il suo Quarteto AfroCubano.

Nello stesso periodo, per i palati fini, i concerti pomeridiani a pagamento propongono: James Newton, fiore all’occhiello della rassegna, che presenta la sua Passione Secondo Matteo, una produzione originale in esclusiva mondiale. Seguono Danilo Rea plays Strayhorn e David Murray, che sale sul palco assieme alla Lydian Sound Orchestra. Nel festival c’è spazio anche per la classe di Ron Carter, lo storico contrabbassista, e per una rassegna di concerti al nuovo auditorium del grattacielo San Paolo.

Il 2 giugno si tiene infine la consueta grande festa jazz, dal pomeriggio a notte fonda. Sul palco i maestri della Juilliard School e gran finale con una vera leggenda musicale e cinematografica: The Original Blues Brothers Band.

Ma il festival non si ferma qui. Oltre i concerti, presentazioni di libri e conferenze al Circolo dei lettori, una rassegna cinematografica in collaborazione con il Museo del Cinema, l’arte giovane del progetto Ars Captiva e le jam session notturne del Jazz Club Torino con i trombettisti Terell Stafford e Valery Ponomarev. La parte off, affidata al Fringe, offre un cartellone che da solo è un festival nel festival: tra gli artisti Bojan Z, Andy Sheppard, Francesco Bearzatti, Gavino Murgia, e i musicisti del festival X-Jazz di Berlino.

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Bello passeggiare per le vie di Torino con questa allegra atmosfera e vedere questa elegante città pervasa da un brivido e da emozioni e vibrazioni musicali….
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A presto bella e viva Torino!!!
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MUSEO EGIZIO DI TORINO – COFANETTO INTARSIATO ( Antonella Giroldini)

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Legno, faience, avorio

Dimensioni: 19x38x23 cm

Antico Regno, IV dinastia

Provenienza: Gebelein, scavi Schiapparelli, 1914

In tutte le società è naturale voler proteggere il lino dalla polvere: così, in una tomba dell’Antico Regno, a Gebelein, questo prezioso cofanetto serviva appunto a custodire il lino. Si tratta di un oggetto di lusso, decorato con intarsi formati da tessere intagliate di avorio ( di solito ricavato da zanne di ippopotamo) e di una specie di forma arcaica del vetro detta faience ( ottenuta dal quarzo, fuso e ricoperto con uno smalto vitreo alcalino, colorato con un composto di rame). Qui le tessere faiance  sono colorate in azzurro chiaro e scuro e alternate per ottenere un effetto più decorativo ; all’epoca erano questi i colori disponibili per gli smalti vitrei, e sarebbero trascorsi quasi mille anni prima che si potesse cominciare a usare un’ampia gamma cromatica.

Il cofanetto vuole imitare le forme naturali delle piante che si usano anche nell’edilizia: i pannelli laterali in avorio sono scolpiti come stuoie di palme, proprio come le pareti degli edifici più semplici: la  striscia di faience sotto coperchio potrebbe ricordare il modo in cui queste stuoie di cannicciato erano fissate in cima alle pareti con legacci di cuoio. Il coperchio del cofanetto ha una ricca decorazione di boccioli di loto su uno sfondo di avorio, separati da strisce verticali di faiance azzurra. Considerando che nell’architettura il loto diventava spesso una colonna, è possibile che qui abbiamo di fronte la raffigurazione simbolica di una splendida sala a colonne. Lo scrigno è montato su zampe di legno che forse servivano a impedire l’invasione dei parassiti; l’interno era dipinto di rosso.

Statua di Redit (Antonella Giroldini)

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Basalto

Dimensioni: 82x32x43 cm

Antico Regno

Provenienza: probabilmente Saqqara, in seguito Collezione Drovetti, 1824

Nell’antico Regno le statue raffiguranti singoli individui venivano collocate nelle tombe; questa figura risale alla fase più antica dell’unificazione, il cosiddetto Periodo Arcaico, quando ancora non erano state costruite le prime piramidi.

La scultura rappresenta una principessa seduta, con il nome inciso sulla base ad altorilievo: Redit, la figlia del Re”. Redit indossa una parrucca intrecciata, lunga e pesante, divisa in tre falde, due ai  lati della testa e una sulla schiena; è di forme massicce, con il collo corto e un corpo tarchiato, ma le braccia sottili, e dà l’impressione di essere appena affiorata dal blocco di pietra originario. Ha gli occhi rovinati, che però sono resi quasi come se fossero asole; in seguito gli scultori avrebbero elaborato uno stile elegante per renderne la forma, aggiungendo un bordo che terminava con lunghe strisce cosmetiche.

E’  sorprendente trovare una scultura di queste dimensioni, realizzata in una pietra così dura e in un’epoca così arcaica. Ed è ancora più raro , in quest’epoca, che una statua di tali dimensioni e materiale rappresenta una donna. La figura doveva servire da doppio della defunta, che il suo spirito ka avrebbe animato.

La Storia del Museo Egizio di Torino (Antonella Giroldini)

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Impossibile non meravigliarsi per la ricchezza delle collezioni esposte. Nel corso degli anni, le collezioni sono state arricchite  da scavi in Egitto aggiungendo  ai depositi del Museo altri 26.500 oggetti.

E’ l’unico Museo al di fuori dell’Egitto che sia dedicato esclusivamente all’arte e alla cultura egizia; si ritiene infatti che nel suo genere occupi il secondo posto per importanza, subito dopo quello del Cairo.

Il primo reperto giunto a Torino è il piano di una tavola d’altare in bronzo, acquistato nel 1628 dal re Carlo Emanuele I di Savoia, che nel 1723 trovò posto nella sede dell’Università di Torino, insieme a vari altri oggetti antichi. In seguito , re Carlo Emanuele III dette incarico a Vitaliano Donati , professore di botanica , di recarsi in Egitto e nel Levante per procurare altri reperti; le casse contenenti antichità e campioni di piante giunsero a Torino nel 1763.

Fu Napoleone ad attirare sull’Egitto l’attenzione del mondo , quando vi si recò nel 1798 per la sua spedizione militare accompagnato da 167 intellettuali noti con il nome di “savants”. La loro sarebbe stata la prima approfondita immagine di quella civiltà ; i ” savants” descrissero i monumenti ancora visibili all’epoca e raccolsero esemplari della flora e della fauna locali. Tra gli oggetti trovati dai soldati di Napoleone si annovera la “famosa stele di Rosetta”.

Fu appunto in questo contesto che il torinese Bernardino Drovetti, che aveva partecipato con il grado di colonnello alla campagna egiziana di Napoleone Bonaparte, divenne console di Francia in Egitto, rivestendo questa carica fino al 1814 e poi di nuovo negli anni della Restaurazione. Drovetti creò la sua prima collezione di 5.268 reperti e la offrì in vendita prima ai Savoia, poi al Louvre, ottenendo solo un rifiuto; alla fine ripropose la collezione al re di Sardegna Carlo Felice di Savoia, che il 24 gennaio 1824 l’acquistò per 400.000 lire.

Mentre si andavano formando i nuovi musei d’Europa, nel 1831 la collezione torinese fu finalmente aperta al pubblico. La struttura dell’edificio non permetteva di collocare ai piani superiori a sculture massicce, realizzate in pietra di particolare durezza, e quindi le statue rimasero confinate in due ampie gallerie al pianterreno (” lo Statuario”), completate nel 1852.  Alla collezione si aggiunsero 200 reperti egizi trasferiti a Torino dal Museo Kircheriano di Roma, in una data imprecisata intorno al 1894.

Quello stesso anno Ernesto Schiapparelli diventa direttore del Museo Egizio  e partiva per l’Egitto alla ricerca di altri reperti.

Nel 1942, durante la seconda guerra mondiale , il Museo dovette chiudere.  Dopo la fine della guerra, nel 1945, furono le forze alleate a riportare da Agliè a Torino tutte le antichità , cosicché l’anno seguente il museo poté essere riaperto al pubblico.

Lo Stato Italiano ha approvato l’istituzione di una fondazione mista, pubblica e privata, alla quale il 19 dicembre 2005 è stata affidatala gestione delle collezioni del Museo Egizio, per un periodo iniziale di 30 anni.

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APRILE 2015 – INAGURAZIONE DEL NUOVO MUSEO EGIZIO (Antonella Giroldini)

La visita al nuovo Museo Egizio è stata una vera e propria scoperta! Un Museo  moderno: spazi raddoppiati, audioguide anche in arabo. L’inaugurazione il 1° aprile Tablet per imparare a leggere i geroglifici, un logo senza più la scritta “Torino”, un percorso multimediale dedicato al Nilo. Il primo aprile il Museo.

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Passeggiando per le sale con in mano un tablet, si potranno tradurre in tempo reale i geroglifici che per millenni hanno celato tanti misteri.

Un logo senza più la scritta “Torino”, nuove tecnologie nello statuario ridisegnato dal premio Oscar Dante Ferretti, un percorso multimediale dedicato al Nilo.

Dopo cinque anni di lavori, il primo aprile il Museo Egizio di Torino inaugura i suoi nuovi e ampliati spazi espositivi.

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Secondo gli esperti è il più importante al mondo dopo quello del Cairo. Oltre 30mila reperti Nel museo sono ospitati più di 30mila reperti, che vanno dal paleolitico all’epoca copta, dunque fino al VI secolo d.C. Tra i pezzi più importanti la tomba di Kha e Merit, rinvenuta intatta nel 1906 nei pressi di Deir el-Medina dall’egittologo Ernesto Schiapparelli, il Canone Reale o Papiro di Torino e la Tomba di Maia, ricostruita nel museo. Una superficie espositiva raddoppiata Dal 1° aprile la nuova collezione del museo è distribuita su una superficie complessiva che passa da 6.400 a 10mila metri quadrati, su quattro piani, collegati da un sistema di scale mobili che ricreano un ideale percorso di risalita del Nilo, ideato dallo scenografo Dante Ferretti. Un percorso cronologico Un percorso museale cronologico che copre un arco temporale che va dal 4000 a.C. al 700 d.C.

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La duplice natura delle collezioni torinesi, in parte antiquarie e in parte archeologiche, è raccontata dalle sale sulla storia del Museo: una novità che risponde in modo puntuale alla domanda più frequente del pubblico: “Perché un Museo Egizio a Torino?”. Un’area tematica di grande impatto è poi la Galleria dei Sarcofagi, molti dei quali restaurati. Per il pubblico sarà come vivere un viaggio nel tempo e la visita si concluderà al piano terra fra le statue monumentali, nelle sale allestite dallo scenografo Dante Ferretti.

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Il museo diventa, inoltre, multimediale: i visitatori hanno la possibilità di seguire ogni reperto su tablet e smartphone. Poi un logo ridisegnato, una sorta di graffito con il geroglifico simbolo dell’acqua, anche per creare un legame tra i fiumi Nilo e Po, e l’introduzione delle audioguide in lingua araba. Per festeggiare l’inaugurazione, il 1° aprile l’ingresso al museo è gratuito, con apertura prolungata dalle 9 alle 24. La storia del Museo Il Regio Museo delle Antichità Egizie fu fondato nel 1824, in seguito all’acquisto da parte di Carlo Felice di Savoia di un gruppo di opere appartenenti a Bernardino Drovetti. Nel 1759 un appassionato egittologo di Padova, Vitaliano Donati, si recò in Egitto per effettuarvi scavi e ritrovò vari reperti, che furono inviati a Torino. All’inizio dell’800, dopo le campagne napoleoniche in Egitto, in tutta Europa scoppiò una moda per il collezionismo di antichità egizie. Bernardino Drovetti, piemontese, console generale di Francia durante l’occupazione in Egitto, collezionò in questo periodo oltre 8mila pezzi tra statue, sarcofaghi, mummie, papiri, amuleti e monili. Alla fine dell’Ottocento il direttore del museo, Ernesto Schiaparelli, avviò nuove acquisizioni e si mise personalmente a condurre importanti campagne di scavi in Egitto. In questo modo, intorno agli anni Trenta del ‘900, la collezione arrivò a contare oltre 30mila pezzi in grado di testimoniare ed illustrare tutti i più importanti aspetti dell’Antico Egitto, dagli splendori delle arti agli oggetti comuni di uso quotidiano.

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Un’area tematica di grande impatto è poi la Galleria dei Sarcofagi, molti dei quali restaurati. Per il pubblico sarà come vivere un viaggio nel tempo e la visita si concluderà al piano terra fra le statue monumentali, nelle sale allestite dallo scenografo Dante Ferretti. Un museo multimediale Il museo diventa, inoltre, multimediale: i visitatori hanno la possibilità di seguire ogni reperto su tablet e smartphone. Poi un logo ridisegnato, una sorta di graffito con il geroglifico simbolo dell’acqua, anche per creare un legame tra i fiumi Nilo e Po, e l’introduzione delle audioguide in lingua araba.

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Per festeggiare l’inaugurazione, il 1° aprile l’ingresso al museo è stata gratuita, con apertura prolungata dalle 9 alle 24.

Torino ….con gusto ….. (Antonella Giroldini)

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L’ultima visita a Torino, oltre ad averci regalato un tuffo nel gusto. Inaspettatamente  a Corso Matteotti, 17 M, 10121 ( Telefono:011 539506) scopriamo un ristorante messicano – El Centenario –  che ci accoglie con la sua vivace atmosfera facendo rivivere nei sapori della tradizione messicana lo spirito della festosa convivialità animata dai vini, dai drinks e dalla nostra speciale sangria.

La storia che ha dato vita al ristorante messicano El Centenario sfiora la leggenda. Aperto a Torino nel 1994 dal vero fondatore Pancho Lopez, qui giunto dal Messico per amore della giovanissima moglie italiana (lui 98 anni, lei 20), El Centenario riprende lo stesso nome del suo primo celebre ristorante aperto in terra natale nel 1911. Si narra che all’epoca il rivoluzionario Emiliano Zapata, dopo aver gustato la cucina di Pancho Lopez, dichiarò: “Questa cucina nasconde un’esperienza e una cura di almeno cent’anni”. Il ricchissimo menù messicano offre gusti, profumi e sapori che corteggiano il vostro palato: carni, pesce, tortillas, verdure, fritti, formaggi cucinati e conditi con salse e spezie irresistibili vi stuzzicheranno l’appetito con accenti più o meno piccanti.

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In attesa dei piatti ordinati ci viene servito un antipasto a base di nachos di mais con una deliziosa salsa piccante …e fantastica la deliziosa sangria, come si legge sul loro sito ” Lasciatevi inebriare dalla nostra sangria, rossa come il sangue a cui deve originariamente il nome, dolce e freschissima. Vino rosso, frutta e zucchero nella ricetta spagnola che ne è all’origine… poi adottata dal gusto messicano e proposta in tante varianti speziate.

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Alla fine optiamo per una PARILLADA MIXTA , il grande piatto delle carni…petto di pollo, sotto filetto di manzo, salsiccia e salsicciotti, cotti alla griglia accompagnati da tortillas, tostada di mais con insalata, semplicemente fantastici !

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Siamo sazi perché le porzioni sono abbondanti, ma ci concediamo anche uno spazietto per il dolce…Siamo in tre e ci concediamo una crema catalana ed una meravigliosa cheesecake …e per chiudere in bellezza ci offrono una graditissima tequila.

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Posto delizioso, cibo, ottimo, servizio impeccabile …Tornare…vogliamo gustare qualcuna delle prelibatezze di questa parte del menù….

” El Centenario Famous Fajitas

Il più gustoso e magro dei piatti tramandato dai coloni e dai cowboys texani del secolo scorso. Striscioline di carne marinate nella birra, cotte alla griglia,

con peperoni e servite su piastra calda, accompagnate da tostada di mais con insalata, guacamole, terrina di purée di e con fagioli neri e tortillas

Para 2 personas”

BEEF. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Scamone di manzo di Fassone del Piemonte

LAS VEGAS . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Scamone di manzo di Fassone del Piemonte con la nostra gustosa salsiccia

CHICKEN. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Filetto di pollo

RENO. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Filetto di pollo con la nostra gustosa salsiccia

REPLAY. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Filetto di pollo e scamone di manzo di Fassone del Piemonte

SPECIAL . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Filetto di pollo e scamone di manzo di Fassone del Piemonte con la nostra gustosa salsiccia

HOLLYWOOD . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La più spettacolare…filetto di pollo e scamone di manzo con porchetta di maiale

CHARRO. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Filetto di pollo e porchetta di maiale

CHICKEN CHEESE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Filetto di pollo ricoperto di formaggio fondente

In vista di questa meravigliosa cena, che ci avevano preannunciato luculliana avevamo deciso per pranzo di tenerci leggeri! ed abbiamo assaggiato la famosa farinata, per noi piatto torinese, ma scopriamo essere in realtà un tipico piatto ligure.

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La farinata è una torta salata molto bassa preparata con ingredienti molto semplici e poveri: farina di ceci, acqua, sale ed olio.
Per quanto riguarda le origini di questo surrogato del pane, dobbiamo andare molto indietro nel tempo, addirittura al periodo dei Greci e dei Romani, quando, i soldati usavano preparare un “intruglio” di farina di ceci ed acqua che facevano poi cuocere al sole o sul proprio scudo, per sfamarsi velocemente e con poca spesa.
Il risultato era talmente nutriente, che la ricetta sopravvisse alla caduta dell’impero Romano arrivando dritta dritta al Medioevo quando veniva mangiata accompagnata con un trito di cipolle bagnate d’aceto, o con del formaggio fresco.
Proprio legata a questo periodo è la leggenda secondo la quale si racconta che la farinata, come la conosciamo oggi, sia nata nel 1284, per una pura casualità, quando Genova sconfisse Pisa nella battaglia di Meloria.
Al ritorno dalla battaglia, le navi genovesi si trovarono coinvolte in una tempesta ed alcuni barili d’olio e farina di ceci si rovesciarono bagnandosi d’acqua salata.
A causa della scarsità di provviste, fu recuperato tutto il possibile ed ai marinai fu servito quel miscuglio di ceci ed olio che, nel tentativo di rendere meno sgradevole, fu messo ad asciugare al sole ottenendo così una specie di frittella.
Giunti a terra, i Genovesi, decisero di migliorare la ricetta di questa frittella improvvisata, cuocendo la purea che si otteneva in forno.
Il risultato era così buono che per scherno agli sconfitti, venne chiamato l’oro di Pisa.
Nel quindicesimo secolo un decreto, emesso a Genova, ne disciplinava la produzione, allora chiamata “scripilita”.
Molto particolari erano i locali, chiamati “Sciamadde”, in cui si poteva gustare questa specialità insieme ad un pasto tipico ed un buon bicchiere di vino.
Clienti abituali delle Sciamadde erano in particolar modo gli artisti ed i letterati, tra cui ricordiamo Fabrizio de Andrè, il quale amava frequentare queste locande.

Noi lo gustiamo nella versione semplice…solo ceci…e farcita con prosciutto….torneremo a Torino per l’arte, i musei, il benessere ed il cibo!!!

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Comincio ad oscillare tra una struggente malinconia per quello che questa città ha rappresentato e rappresenta per me e una irresistibile voglia di tornarci….quando ne sono lontana …. ogni volta c’è un pezzettino che mi manca e mi incuriosisce….

 

MUSEO DEL CINEMA DI TORINO ( Antonella Giroldini)

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Il Museo Nazionale del Cinema, tra i più importanti al mondo per la ricchezza delle collezioni, ha sede all’interno della Mole Antonelliana, monumento simbolo della Città di Torino.  L’edificio è opera dell’architetto Alessandro Antonelli, concepita originariamente come sinagoga, venne iniziata nel 1863 e acquisita nel 1878dal Comune di Torino per farne un monumento all’unità nazionale. Ultimato nel 1889 era, con i suoi 167 metri e mezzo di altezza, l’edificio in muratura più alto d’Europa.

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Ciò che rende davvero unico il museo è la peculiarità del suo allestimento, sviluppato a spirale verso l’alto e articolato su più livelli espositivi, che investe il visitatore di continui e inattesi stimoli visivi e uditivi, proprio come capita quando si assiste alla proiezione di un film capace di coinvolgere ed emozionare.

In una cornice di scenografie, proiezioni e giochi di luce, arricchita dall’esposizione di fotografie, bozzetti e oggetti, i percorsi di visita danno vita a una presentazione spettacolare e consentono di scoprire in prima persona i segreti nascosti dietro la macchina da presa e le fasi che precedono la proiezione del film . Il museo racchiude e illustra tutta la storia del cinema in un itinerario fantastico e interattivo : dal teatro d’ombre e le prime affascinanti lanterne magiche che hanno costituito la preistoria della ” settima arte” , ai più spettacolari effetti speciali dei nostri giorni.

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Cuore del museo è la grande Aula del Tempio circondata da aree espositive dedicate ai grandi generi e temi della storia del cinema, dalla quale si accede alla Rampa Elicoidale che si snoda come una pellicola lungo le pareti dell’edificio ed è sede delle mostre temporanee. Contribuisce ad aumentare il fascino della visita la salita con l’Ascensore Panoramico che attraversa le aree espositive e la cupola per raggiungere la terrazza panoramica che si trova a 85 metri d’altezza; di li si può ammirare la vista dall’alto della città e l’arco alpino che la circonda.  L’ascensore venne messo in funzione nel 1961 in occasione della celebrazione del centenario dell’Unità d’Italia. Fu rinnovato nel 1999.

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Archeologia del Cinema ( Primo livello) – A metà dello scalone si accende al piano dedicato all’Archeologia del Cinema dove si possono visitare le otto sale tematiche per sperimentare in prima persona gli spettacoli ottici e i dispositivi che hanno segnato alcune tappe fondamentali per la nascita del cinema. Per conoscere il funzionamento degli apparecchi e scoprire i principi tecnici, si possono toccare ed esplorare con le mani i modelli visivo – tattili. E’ possibile percorrere la lunga sequenza di vetrine per ammirare la preziosa collezione del Museo Nazionale del Cinema e soffermarsi davanti ai video per scoprire i tesori conservati nei depositi.

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Aula del Tempio ( Secondo livello) – Cuore spettacolare del Museo è la grande Aula del Tempio circondata da aree espositive dedicate ai grandi generi e temi della storia del cinema : l’animazione, il cinema dell’assurdo, l’horror e il fantastico, il cinema degli specchi , i western il musical, la fantascienza, il cinema sperimentale e quella familiare, i melodrammi di amore e morte, il 3D. Infine, un’area dedicata al capolavoro del cinema muto italiano – Cabiria di Giovanni Pastore – e una Torino Città del Cinema.

Seduti sulla chaises longues si può inoltre assistere alla proiezione di tre film di montaggio, proiettati su schermi giganti : il primo è una selezione di immagini narrative e documentarie dedicate alla grande stagione del cinema muto torinese, gli altri due sono stati realizzati da Gianni Amelio con le migliori sequenze di ballo tratte dalla storia del cinema italiano (Ballabile in bianco e nero e Ballabile a colori).  A intervalli regolari, le proiezioni si interrompono per consentire un breve e suggestivo spettacolo di son et lumiere sulle pareti della cupola.

Macchina del Cinema (Terzo livello) –  è l’area espositiva dedicata alle diverse componenti e fasi dell’industria del film : la produzione, con un omaggio a una tra le più celebri case di produzione italiane, la Titanus , la regia , la sceneggiatura, gli attori e lo star system, i costumi di scena, la scenografia , gli storyboard, la sala cinematografica. Inattese scenografie , documenti di produzione , oggetti di scena, fotografie, bozzetti e montaggi di celebri sequenze, scandiscono il percorso di visita. Un video, appositamente realizzato da Davide Ferrario, introduce il visitatore ai segreti della fabbricazione di un film e alla scoperta del linguaggio cinematografico : le riprese, l’illuminazione, il montaggio, il sonoro, gli effetti speciali.

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Galleria dei Manifesti ( Quarto livello) – dalla Macchina del Cinema si accede alla Galleria dei Manifesti. Disposti in una serie di schemi fantasmagorici e colorati, di diversa grandezza, i manifesti ripercorrono la storia del cinema, i film e gli autori più rilevanti e illustrano l’evoluzione del gusto figurativo, della grafica e della cartellonistica pubblicitaria.

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Rampa Elicoidale ( Mostre Temporanee) – dall’aula del tempio si accede alla rampa che, come una pellicola su srotola a salire verso la cupola. E’ sede delle mostre temporanee e permette di ammirare dall’alto l’aula del tempio in una visione spettacolare e mozzafiato.

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