Tangeri (Antonella Giroldini)

Comincia in Spagna, Tangeri… Quando in questa sorta di viaggio si arriva allo stretto, si ha la sensazione di essere sul punto di aprire una porta, chissà dietro che cosa si nasconde, quali voci, che gesti, quanti problemi  per noi dell’Occidente che abbiamo modellato il mondo a nostra immagine e somiglianza.  Cambia la lingua. Qui l’arabo, lo spagnolo e il francese si mescolano, si confondono, raccontano la storia di questi luoghi attraversati da uomini e poteri.

Cambiano i muri, gli edifici. Quelli della Ville Nouvelle sono creature recenti, europee, nemmeno 100 anni di vita, storie di intrighi internazionali, spezzoni di film in bianco e nero. Ma quelli della medina sono altro, indecifrabili, segreti. Cambia soprattutto la nozione del tempo.  Già al porto è peccato mortale avere fretta.

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Grandi monumenti, cose somme da vedere non ce n’è. Un viaggio, però, non è solo attraversare luoghi.

E’ anche una somma di emozioni, di odori, di istruzioni per l’uso di mondi diverso, e questo, se lo vogliamo, entra dentro, scava, lo si riporta a casa, e resta più delle cartoline e delle foto del mosaico dell’anima.

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Così facendo tanti a Tangeri sono rimasti.

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Lanzarote ….seguendo Cesar Manrique (Antonella Giroldini)

Nato il 24 aprile 1919 Cesar Manrique crebbe in relativa tranquillità vicino al mare, ad Arrecife . Dopo un breve periodo come volontario con le forze di Franco durante la Guerra Civile del 1936- 39 , nel 1945 si iscrisse all’Accademia de Bellas Artes de San Fernando, sebbene avesse già tenuto la prima mostra personale ben cinque anni prima nella sua città natale Arrecife.

Influenzato da Picasso e da Matisse, Manrique , Manrique tenne la sua prima importante mostra di opere astratte nel 1954. Negli successivi, le sue opere fecero il giro di quasi tutta l’Europa; nel 1964 venne invitato da uno dei suoi ammiratori, Nelson Rockfeller , negli USA dove i suoi lavori furono esposti al Museo Guggenheim di New York, Manrique però non dimenticò mai la sua terra natia e vi ritornò nel 1968, dopo i suoi successi riportati in America, portando con sé nuove idee per migliorare quella che considerava la bellezza più incomparabile di Lanzarote.

Cominciò con una campagna per preservare tradizionali metodi costruttivi del luogo e un’altra per contrastare la diffusione dei cartelloni pubblicitari. Artista eclettico, Manrique applicò in seguito la sua fantasia e il suo intuito a una cinquantina di progetti. Tutta Lanzarote divenne la sua tela. Nel complesso realizzò sette grandi progetti sull’isola e parecchi in altre località dell’arcipelago e oltre. Molti altri progetti erano ancora in corso di realizzazione all’epoca della sua morte.

Su più grande scala, è stato soprattutto il fervido e costante sostegno di Manrique in favore della conservazione dell’architettura tradizionale e della protezione dell’ambiente naturale a spingere il governo ad approvare le leggi che limitano e regolamentano lo sviluppo urbanistico.

Una delle preoccupazioni fondamentali che ha guidato il mio lavoro artistico è stata quella di cercare di conseguire l’integrazione armonica dei concetti e delle forme della pittura, della scultura e degli spazi nella natura. Penso che questa via di integrazione della maggior quantità possibile di elementi artistici – colore, tessitura, dimensioni, ambienti, proporzione … – può servire a raggiungere un maggior valore estetico ed una maggiore qualità di vita. E’ necessario creare e realizzare in libertà, rompere con le formule ed estendere il concetto dell’arte alla vita di ogni giorno dell’uomo, programmando spazi non ostili secondo il modello di integrazione arte / natura .

E’ impossibile immaginarsi l’isola come è oggi senza Cesar Manrique. La sua influenza e la sua influenza e la sua opera hanno dato un’impronta decisiva all’aspetto esterno dell’isola. L’opera di Cesar Manrique è piena di vitalità, colori e luce , non vi è niente di scuro. Né nelle sue pitture ne nelle sue sculture e nelle sue opere architettoniche di cui parleremo in questa sede: sette monumenti a Lanzarote. La sua architettura legata al paesaggio , è contemporaneamente affermazione della vita, generosa e di grande modestia. Creò con forza estetica e gusto sicuro luoghi di calma , di riflessione, anche di meditazione , messaggeri di allegria e di silenzio. I luoghi da lui configurati sono sempre luoghi umani. Si diede premura di scoprire la bellezza e di renderla visibile a tutti, senza però farla divenire fine a sé stessa.

Cercate di visitare il maggior numero possibile dei seguenti luoghi, e non preoccupatevi se siete sprovvisti di un mezzo di trasporto perché potete sempre partecipare a un viaggio organizzato. Tanto per cominciare c’è la più conosciuta delle famose sculture di Manrique, il Monumento al Campesino, dedicato al duro lavoro dei contadini. Poi c’è la casa dell’artista : poche altre persone avrebbero scelto di costruirla in una colata lavica nei pressi di Tahiche, in quella che oggi diventata la Fundacion Cesar Manrique. Altro luogo straordinario è il Jardin de Cactus, con la sua miriade di cactus spinosi a nord di Guatiza, come d’altronde la grotta di Jameos del Agua, il progetto di Manrique che è probabilmente il capolavoro.

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Non perdetevi poi la Cueva de los Verdes, un’opera d’arte naturale, e neppure il panorama mozzafiato che si gode dal Mirador del Rio: scoprite inoltre la straordinaria forza della natura visitando le Montanas del Fuego dalla bellezza straordinaria e non perdetevi la visita più tranquilla e figurativa al Museo de Arte Contemporaneo, un altro degli splendidi progetti di Manrique, attualmente ospitato in un castello di Arrecife.

JAMEOS DEL AGUA : Al nord di Lanzarote, ai piedi del vulcano Monte Corona, la cui ultima eruzione avvenne 3000 anni orsono, inizia uno dei sistemi di caverne e gallerie più interessanti al mondo. Questo sistema tortuoso di 6 km conduce fino al mare , e porta alla Roque del Este, cima del vulcano sorto dal fondo del mare , passando il suolo del mare ad una profondità di 50 metri. Durante l’eruzione del Monte Corona, anche una corrente di lava scorse verso la costa orientale, estendendole verso il mare. Sotto la superficie solidificata rapidamente della pietra liquida si formò una catena di bolle vulcaniche, caverne e gallerie, Di questa catena fanno parte la Cueva de los Verdes e Los Jameos del Agua, situati a 250 metri di distanza della costa nordorientale. La parola Jameo significa cavità, conca, bolla vulcanica scoppiata. Il jameo si forma in seguito alla precipitazione del tetto del tunnel, cosa che succede normalmente quando quest’ultima oltrepassa i 20 metri di larghezza o quando i gas accumulatisi producono un’esplosione. Un tale jameo rivela la presenza di gallerie vulcaniche e più jameos rivelando il percorso di tali gallerie vulcaniche. Jameo del Agua  fu la prima attrazione architettonica progettata da Cesar Manrique nel 1968.

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L’entrata della prima  bolla vulcanica, al Jameo Chico, è costruita da un vecchio ramo di legno. Scendendo dal ristorante, una vecchia conca, impressiona la flora tropicale  collocata artisticamente e l’unione della natura e del disegno, il tutto accompagnato da musica soave e sferica. Jesus Soto e Luis Morale, i due costruttori realizzarono le idee di Cesar Manrique.

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Continuando a scendere si arriva ad un tunnel enorme che sembra una navata di chiesa di 21 metri di larghezza e 62 metri di lunghezza. Qui si trova un lago di acqua salata il cui fondo è al di sotto del livello del mare. Il mare può penetrarvi grazie alla permeabilità delle formazioni basaltiche e alla forza di compensazione della passione idrostatica. Il lago non è molto profondo. Il suo livello sale e scende in corrispondenza dell’alternarsi delle maree.  Attraverso un buco nel tetto della caverna, sorto sicuramente a causa di una esplosione di gas, penetrano dei raggi solari che illuminano il lago scuro in colori turchesi, qualche volta blu- nero e blu- acciaio, qualche volta verde metallico.

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L’entrata di luce attraverso le due bolle vulcaniche alla fine del tunnel e attraverso il buco del tetto permette lo sviluppo di alghe. Alcune specie di animali rimangono qui per qualche tempo. Questo vale anche per piccoli granchi bianchi e ciechi, sensibili ai rumori alla luce che sono divenuti il simbolo di questo luogo.  Vivono sul fondo del lago, sono crostacei lunghi 3 cm e dotati di 10 estremità la cui costituzione è adefguata ai mari profondi. Fino ad oggi non è stato possibile chiarire l’esistenza di questi granchi a Los Jameos.

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Salendo per una scala a prossima bolla vulcanica, il Jameo Grande, lungo 100 metri e largo trenta, si arriva  ad un giardino incantato, con un’ampia piscina. Sono stati costruiti due bar nelle nicchie della roccia e le piste da ballo testimoniano il fatto che Los Jameos del Agua viene utilizzato anche come club notturno e discoteca.

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Alla fine del Jameos Grande, la parte esposta verso il Monte Corona, si apre una sala di concerti in pendenza, con un’architettura  ed un’ acustica ammirabili, nella quale vengono dati concerti e rappresentazioni di balletto.

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Vale la pena visitare una rappresentazione in questa sala naturale di concerti, in cui hanno spazio 600 spettacolari.

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Ai piedi di questa caverna si trova un grande palcoscenico che si estende fino all’ultima bolla vulcanica resa accessibile al pubblico, il Jameo de la Cazuela, alla cui fine fuoriesce acqua salata dalla roccia come una sorgente di montagna.

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Salendo la scala a zigzag – una seconda scala proviene dal Jameo Grande – si accede ad una specie di cammino di ronda che porta lungo i margini della caverna e attraversa una serie di fabbricati piatti in cui è stato collocato un museo di vulcanologia. Campioni di pietre, fotografie e videofilm spingono i fenomeni vulcanici. Anche nella sala principale del museo Cesar Manrique ha dato un altro esempio della sua arte: un rilievo astratto su parete, composto di resti del relitto di una vecchia imbarcazione da pesca che può essere interpretata senz’altro come rappresentazione di una nuova barca da pesca.

MONUMENTO AL CAMPESINO:

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Il Monumento Fecundidad al Campesino Lanzaroteno ( fecondità del contadino di Lanzarote) si trova tra San Bartolomè e Mozaga al centro geografico dell’isola. Questa scultura è dedicata agli sforzi indimenticati dei contadini di Lanzarote, i quali,  lavorando in maniera dura ed ingegnosa, hanno creato un paesaggio unico. Si considerino l’agricoltura secca, i campi coperti di nero o la zona vinicola di La Geria. Il monumento alto 15 metri è stato progettato da Cesar Manrique e realizzato da Jesus Soto nel 1968. Fu inizialmente saldato e successivamente pitturato di bianco, usando vecchi relitti di imbarcazioni da pesca con cutter. Rappresenta un contadino con il suo bestiame. Accanto ad esso si trova la casa del contadino , un’aia rinnovata ed amplificata idealmente nello stile tipico, con la quale Cesar Manrique ha voluto fare un monumento all’architettura contadina, che aveva scoperto per sé e che era divenuta la base delle sue proprie attività architettoniche. In questa fattoria si trovano botteghe di artigianato: una di ceramica, una di ricami ad una di tessitura. un museo espone utensili, suppellettili domestiche, apparecchi agricoli ed una completa cucina antica. Nell’ambito della progettazione della Casa – Museo del Campesino, Cesar Manrique attribuì grande importanza al fatto che essa rispecchiasse in modo fedele la vita svolta a Lanzarote. Questo anche nel ristorante in cui può essere assaggiata la cucina tradizionale , basata sui prodotti e sugli usi gastronomici degli abitanti di Lanzarote.

RESTAURANTE EL DIABLO:

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Il governo di Lanzarote si dichiarò d’accordo con la proposta di Cesar Manrique di proteggere il selvaggio paesaggio vulcanico di Timanfaya e riuscì ad imporre questo proposito a Madrid.

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Nel mese di agosto del 1974 la zona fu dichiarata Parco Nazionale tramite decreto. Già nel 1970 Manrique fece costruire il ristorante El Diablo sul Islote del Hilario, cioè nel punto in cui il sottosuolo raggiunge le temperature più evolute. A dieci centimetri di profondità di temperatura raggiunge già i 140° C, a si metri più in fondo i 400° C. E per evitare dubbi, vengono presentate agli spettatori dimostrazioni convincenti. Gli impiegati al parco collocano una ginestra in buchi tra le rocce tenendola con un lungo forcone da fieno finché prende fuoco. Nella terra penetrano gallerie di ferronelle quali viene introdotta acqua che si trasforma immediatamente in un geyser di vapore. Nessuno è in grado di spiegare esattamente questo fenomeno . Alcuni vulcanologi suppongono che durante le eruzioni avvenute dal 1730 al 1736, masse di magma incandescente si sono depositate negli strati più alti del vulcano producendo questo calore di superficie anche se si raffreddano lentamente. A causa delle elevate temperature della terra, per la costruzione fu possibile utilizzare solamente la pietra, metallo e cristallo. Dalle pietre speciali isolano il pavimento. La cucina serba una sorpresa. Essa riceve il fuoco, almeno in parte, dal vulcano. Un camino comprende un buco profondo almeno 6 metri, dal quale fuoriesce il calore. In cime a questo buco si trova una griglia di cottura vi è   una temperatura di 300°C .

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L a sala da pranzo, una costruzione circolare completamente vetrata , offre una vista meravigliosa del selvaggio paesaggio vulcanico.

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Questo paesaggio silenzioso, affascinante, mosso e commosso, è integrato nell’interno. Al centro si trova un cortile interno, anch’esso vetrato, nel quale si trova un tronco di un albero di fichi, e sulla cenere del vulcano si trova lo scheletro di un dromedario. In questo modo viene simboleggiato il destino di Hilario. Secondo la leggenda, l’eremita Hilario visse qui all’Islote per 50 anni. Il suo unico compagno fu un dromedario. Si dice che Hilario piantò un fico che non diede mai frutti, dato che i fiori non potevano alimentarsi delle fiamme. L’edificio del ristorante nel complesso, ha un aspetto utopico, come una stazione spaziale. Sembra che sia sorto dalla terra, una specie di casa abbassabile del diavolo. Il diavolo diventa il simbolo del Parco Nazionale. In tutte le strade di accesso si trovano, come segnali, diavoli disegnati da Manrique e da esso febbricitanti con il legno di barche demolite.

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Il ristorante El Diablo è punto di partenza e di arrivo della Ruta de los Volcanes, un paesaggio vulcanico adeguato abilmente alla strada che conduce a tutti i punti vulcanici di interesse e sulla quale può circolare un autobus appartenente al parco. Durante il viaggio in autobus viene spiegata la storia citando Don Andres Lorenzo Curbelo, il sacerdote di Yaiza, che fu testimone delle eruzioni: il primo giorno di dicembre dell’anno 1730, tra le nove e le dieci di sera, si aprì di colpo la terra. Vicino a Timanfaya si sollevò una montagna gigantesca dal grembo della terra. Le fiamme si alzarono e arsero ininterrottamente per 19 giorni. Pochi giorni dopo si aprì una nuova voragini e da essi furiosi fiumi di lava si getteranno su Timanfaya, Rodeo ed una parte della Mancha Blanca. Avanzando inizialmente a mulinelli ed alla velocità dell’acqua, poi più densa e pesante come il miele. Con grandi tuoni la roccia salì dalla profondità e cambiò il percorso della lava. Ora non era più diretta verso il nord, ma verso occidente. Raggiunse i paesi Macetas e Santa Catalina radendoli al suolo. Il 18 ottobre si aprirono direttamente al di sopra del paese bruciato di Santa Catalina tre nuove voragini da cui fuoriuscirono nuvole di fumo che si estesero sull’intera isola. Contenevano cenere; cadevano dappertutto grosse gocce d’acqua. Il buio, la cenere e il fumo fecero fuggire più di una volta gli abitanti di Yaiza e delle zone circostanti. Dieci giorni dopo questa eruzione, nell’intera zona morì tutto il bestiame. Il vapore puzzolente l’aveva soffocato. Il 16 dicembre la lava cambiò improvvisamente direzione, non dirigendosi più  verso il mare ma verso sud – ovest, bruciò il comune di Chauapadero e distrusse successivamente la fertile pianura di Uga. Qui si fermò e si raffreddò.  Il 25 dicembre la terra tremò violentemente e 3 giorni dopo la lava bruciò il paese Jaretas e distrusse la Cappella di San Giovanni.

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MIRADOR DEL RIO: si trova al capo nord dell’isola, a 479 metri d’altezza, regna come un nido d’aquila su Graciosa. La vista verso la Graciosa, Montana Clara e Alegranza è stupenda. Per la ricostruzione di questa antica posizione di artiglieria, Bateria del Rio, non fu responsabile altri che Cesar Mnrique. Comunque trasse l’idea da un progetto utopistico dell’architetto  madrileno Fernando Hgueras. Higuaras voleva fare costruire un villaggio nella montagna al di sopra della baia di Famara, un villaggio dotato di ascensori per accedere alla spiaggia con nidi di bungalows nelle pareti nel monte, con strade attraverso gallerie. Date le frequenti mancanze di corrente verificantisi in quel periodo a Lanzarote. Manrique respinse l’idea che non fu mai realizzata. Ma gli servì un ispirazione per il suo progetto del Mirador del Rio. Fece scavare la montagna, costruendo un ristorante nella cavità, piazzò due cupole in questo grande spazio su cui fu gettata terra e crebbe erba. Attraverso una galleria tortuosa. pitturata di bianco, si accede a questa grande sala in cui si trovano due sculture appese alle cupole. Manrique le saldò di propria mano sul posto, usando lamiera vecchia, profili e armature. Le plastiche sembrano muoversi come oggetti mobili. Non furono concepite solamente a scopi decorativi, ma anche come protezione acustica, cosa che però non riuscì completamente. Verso il nord vi è una grande finestra panoramica. Questa finestra sembra una finestra verso il cosmo.

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CASTILLO SAN JOSE’: Già nel 1968, subito dopo il suo ritorno sull’isola, Cesar Manrique suggerì di fare rinnovare il Castillo de San Josè  e di farvi collocare un museo di arte contemporanea. La fortezza fu costruita negli anni 1776 al 1779, non tanto per proteggere militarmente il porto di Naos, situato davanti ad Arrecife, dato che non vi era più nulla da difendere. Fu piuttosto il Re Carlos III a dare aiuto agli affamati con la costruzione di questo castello . Dal 1703 al 1779  gli abitanti di Lanzarote soffrirono ininterrottamente di grande indigenza. Inoltre si aggiunsero le enormi eruzioni vulcaniche che distrussero tra il 1730 ed il 1736 la fertile terra. La corona spagnola , con la Fortaleza del Hambre ( fortezza della fame) cercò di procurare lavoro e facilitare la sopravvivenza. Fino al 1980 la fortezza fu usata come polveriera, poi rimase vuota. Fu Cesar Manrique a rivedere un senso nell’edificio, voleva conservarlo come documento storico. E Manrique è capace di avvalersi in modo maestrale di cose già esistenti, modificandole leggermente . Già la scala rappresenta un’opera d’arte; una volta riportava alla cisterna e oggi rappresenta la discesa verso il ristorante costruito successivamente.  La scala di pietra che inizia in un vano curvo, continua verso il basso a forma di punto interrogativo. Il vano stesso, inizialmente aperto e alto, diventa un tunnel bianco illuminato dal basso, come la scala.  Il ristorante che con il suo fronte di vetro arcato libera la vista verso il porto di Arrecife, fu progettato spontaneamente da Manrique, senza piano disegnato, approntando il piano spargendo semplicemente della calce in terra. Soprattutto di notte è una bella esperienza cenare qui, con una vista stupenda e una musica piacevole. Questa musica si può sentire addirittura nelle toilettes.

JARDIN DE CACTUS: Manrique dedicò un monumento anche al cactus . Nei pressi di Guatiza e di Mala, al nord dell’isola, sorprendono enormi campi di cactus che servono alla coltivazione della cocciniglia. Davanti al giardino si trova una riproduzione di cactus in metallo alta otto metri, strutturata liberamente secondo il cactus pachycereus grandis . Verso il 1850 i contadini avevano scavato questa fossa manualmente, le pietre vulcaniche furono trasportate mediante carri da asino sui loro campi ricoprendone il suolo per proteggerlo dal prosciugamento. Non risultò possibile spianare i monoliti rimasti, le pietre erano troppo dure dato che non esistevano macchine. Oggi crescono qui 1420 tipi, 9700 piante in tutto. La maggior parte dei tipi di cactus provengono dall’America, alcuni dal Madagascar e dalle isole canarie.

FUNDACION CESAR MANRIQUE: Nel suo diario inedito di New York Cesar Manrique scrisse nel 1966 della sua nostalgia di Lanzarote. Allora non era ancora sicuro dove installare il suo studio definitivo. Il suo desiderio di vivere insieme alla lava lo realizzò due anni dopo nella propria casa, che costruì a Taro de Tahiche, dove visse fino al 1987 e che regalò ai suoi concittadini nel 1992 sotto forma di fondazione. Nello stile cubico di Lanzarote costruì su cinque bolle vulcaniche un capolavoro architettonico su una corrente di lava blu nera. Le bolle vulcaniche, profonde come la cantina, collegate con gallerie agibili, sono divenute templi di ispirazione, ciascuno di colore diverso. Questo palazzo trasmette in modo suggestivo l’idea di Manrique di un’architettura integrata nel paesaggio. Dalla bolla vulcanica rossa cresce un albero di fichi già radicato precedentemente direttamente nel salotto soprastante, oggi sala di esposizione, in cui viene mostrata la raccolta privata di Manrique. E’ esposta l’opera di Manrique: pitture, disegni, schizzi, sculture, ceramiche, fotografie e progetti di opere realizzate e non realizzate. Per Manrique, che al momento dell’apertura aveva 73 anni, si realizzò un sogno. Considerava la fondazione come premio del lavoro da lui realizzato nel corso della sua vita:” la fondazione che lascio alla popolazione di Lanzarote rappresenta la mia eredità personale, e spero che contribuisca a promuovere l’arte, a mantenere viva l’unità tra l’architettura, la natura e l’ambiente e a conservare i valori della natura e della cultura della nostra isola”

LANZAROTE, ISOLA DI LAVA E VINO……. (Antonella Giroldini)

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Lanzarote è un isola intrigante dalla geologia straordinari. Disseminata di ben 300 coni vulcanici offre splendide spiagge, affascinanti luoghi di interesse e numerosi alberghi e ristoranti. Il suo territorio è prevalentemente vulcanico, di una bellezza strana e profonda, con rare valli verdeggianti piene di palme intercalate ad aspre distese di lava nera con aspetto surreale. l’isola è inoltre piacevolmente priva di sfavillanti attrazioni turistiche e conserva un’atmosfera unica e incontaminata.

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Ma sotto altri aspetti Lanzarote ricorda un enorme, sebbene raffinato, parco tematico. L’atteggiamento dell’isola verso il turismo è stato in gran parte ispirato dall’artista Cesar Manrique, che ha compreso il potenziale commerciale dello splendido paesaggio che ha impresso il suo senso estetico a molte delle attrazioni locali. L’attento rispetto dello stile architettonico tradizionale, con le case abbellite da porte e imposte dipinte di verde , è largamente dovuto al controllo vigile di Manrique e dei suoi successori. Purtroppo in un paio di località turistiche della costa gli interessi economici e uno sviluppo urbanistico indiscriminato hanno prevalso sugli ideali estetici dell’artista, un eccezione è rappresentata dal lussuoso nuovo porto di Playa Blanca , che pur non essendo nello stile tradizionale si integra armoniosamente con l’architettura locale.

L’UNESCO nel 1993 ha dichiarato l’intera isola Riserva della Biosfera.

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I vigneti che crescono sul suolo vulcanico di Lanzarote sono molto diversi da quelli verdi e lussureggianti cui siamo abituati, ma determinati abitanti dell’isola sono riusciti a trarre vantaggio dalla terra nera e oggi il vino locale è decisamente qualcosa di cui andare fieri.

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Potete iniziare l’itinerario nei pressi di San Bartolomè, nell’eccellente ristorante di cucina locale tradizionale del Museo del Campesino. Nei pressi, Bodega Mozaga è un’azienda vinicola aperta fin dal 1880 che ha vinto numerosi premi per la deliziosa malvasia dall’aroma fruttato.  Un’altra eccellente azienda vinicola è la Bodega Tinache con 20 ettari di vigneti lungo la strada per Timanfaya; assaggiate il Malmsey e il Moscatel, entrambi secchi. La piccola Bodega Vega de Yuco ha i suoi vigneti riparati sul versante di una collina vicino alla cittadina di Tias. Anche qui, i vini migliori sono quelli bianchi , soprattutto la malvasia seca o semi dulce. Fondata nel 2001, la Bodega La Vegueta è un azienda giovane ma legata alla tradizione vinicola locale e ha già vinto molti premi prestigiosi. Non mancate di infilare nel bagaglio a mano una bottiglia del liquore secco Malmsey.

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La lava è il simbolo di Lanzarote più che di tutte le altre isole. Non c’è quindi da stupirsi se, dopo le meraviglie lunari di Parque Nacional de Timanfaya, i visitatori si dirigano in massa qui, nel posto in cui un’antica colata di lava si gettò nell’oceano. La grande Cueva de Los Verdes e le cavità del Jameos del Agua, convertite da Cesar Manrique in una specie di bar – rifugio in stile New Age distano 1 km una dall’altra e si raggiungono agevolmente a piedi.

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La cueva de Los Verdes è una cavità aperta di un km di lunghezza ed è la parte più spettacolare di un tubo lavico lungo quasi 8 km. Mentre, circa  5000 anni fa, la lava scorreva verso il mare ( oggi più di 6 km del canale si trovano sopra il livello del mare, mentre gli altri 1,5 km scorrono sott’acqua), gli strati superiori si raffreddarono formando una specie di tetto, sotto il quale il magma liquido continuò a scorrere finché l’eruzione si esaurì.

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Verrete guidati attraverso due camere, una sotto l’altra. Il soffitto è quasi completamente coperto da quelle da sembrano mini stalattiti, ma l’acqua non penetra nella caverna. Queste strane estrusioni appuntite vennero invece create da bolle d’aria e lava, che venivano spinte verso il soffitto dai gas rilasciati dal magma bollente nella sua corsa verso il mare; raggiunti il soffitto e l’aria, si consideravano e raffreddavano prima di ricadere nel flusso di lava

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La prima caverna del Jameos  del Agua somiglia alla navata di una grande basilica marina. La lava fusa passò di qui nel suo percorso verso il mare, ma  in questo caso l’oceano si infiltrò un po’ all’interno, formando uno spettacolare lago azzurro nel cuore del Jameos. Manrique ebbe l’idea geniale di installare alcuni bar e un ristorante attorno al lago, facendo aggiungere anche una piscina artificiale, una sala da concerti con 600 posti a sedere e, con intenzioni didattiche, la Casa de los Volcanos.

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Parque Nacional de Timanfaya: l’eruzione che iniziò il 1 settembre 1730 e sconvolse l’estremità meridionale dell’isola è uno dei più grandi cataclismi vulcanici della storia conosciuta. Ben 48 milioni di metri cubici di lava fuoriuscivano ogni giorno dai crateri, mentre raffiche di roccia fusa venivano sparate verso il cielo e ricadevano sulle campagne e nell’oceano. Quando finalmente dopo 6 lunghi anni la furia dell’eruzione si placò, più di 200 kmq di territorio erano stati devastati, compresi 20 paesi e 30 villaggi.

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Le Montanas del Fuego sono situate al centro di questo misterioso parco nazionale che si estende per 51 kmq e il loro nome non poteva essere più appropriato . Una volta raggiunto il punto panoramico progettato da Manrique e il Restaurante del Diablo , situati un rilievo chiamato Islote de Hilario , provate a scavare un pochino tra le pietre lì intorno guardate per quanto tempo riuscite a tenerle in mano.  A una profondità di pochi centimetri la temperatura è già di 100° C e a 10 m arriva a 600° C. La causa di questo fenomeno è una camera di magma bollente situata a 4 km sotto la superficie.

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Alcuni deboli esemplari di vegetazione, fra cui 200 specie di licheni, cercano di riprendere possesso del suolo in punti, ma per il resto del panorama è piuttosto desolato e caratterizzato da forme fantastiche in tante gradazioni di nero, grigio e rosso. Un bel terreno dai riflessi ramati scende dai coni vulcanici e si arresta contro contorti rialzi di lava sofisticata è decisamente un posto in cui non bisogna dimenticare la macchina fotografica!

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Il Restaurant del Diablo è un divertimento di per se – qualunque tipo di carne ordiniate, la potete vedere sfrigolare sul grandissimo barbecue naturale alimentato dal vulcano sul retro.

Nel Parque Nacional de Tmanfaya è possibile fare escursioni a piedi.

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GIORDANIA – MONTE NEBO (Antonella Giroldini)

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Si trova all’estremità occidentale del sistema montuoso di Siyaghah. Le due cime più importanti di questa regione estremamente rilevante dal punto di vista storico e biblico sono la collina di Al – Mukhayyat e il bel Siyaghah, spettacolare balcone naturale sulla valle del Giordano, sulla Palestina e sul Mar Morto. Qui Mosè sostò in contemplazione sulla Terra Promessa , e qui i Francescani della Custodia della Terrasanta hanno costruito il memoriale dedicato al patriarca, sulle rovine di un monastero sul sito presunto della tomba di Mosè. Secondo il racconto biblico, Jahvè ordinò a Mosè di salire sul monte Nebo per ammirare il paese di Canaan prima di morire.

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Santuario di Nebo. Si trova sulla cima del gebel Siyaghah e venne costruito dai Francescani della Custodia di Terrasanta sul luogo in cui sorgeva un monastero di epoca bizantina le cui origini risalgono al IV secolo, costruito su un preesistente edificio monumentale.

Splendido è il mosaico pavimentale scoperto nel 1976, venne preservato grazie che il pavimento del diaconicon , dove si trovava, fu sopraelevato di circa un metro, per essere portato allo stesso livello di quello della basilica . Per fare ciò fu necessario coprire il mosaico, che quindi venne preservato dalla distruzione. Questo intervento richiese anche la costruzione di un nuovo battistero in sostituzione delle fonti battesimali originarie, che fu posto lungo il lato sud della chiesa.

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Il punto più interessante della chiesa e sicuramente il pavimento musivo della sala nord, eseguito nel 531 e in ottimo stato di conservazione .

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ISOLE CANARIE – LA GOMERA (Antonella Giroldini)

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 Vista dall’aereo, La Gomera appare come una fortezza impenetrabile circondata da ripide scogliere. Strade strettissime e serpeggianti corrono tra pareti rocciose e gole disseminate di puntini bianchi aggrappati a dirupi apparentemente inaccessibili. Ma una volta atterrati si scopre un paesaggio lussureggiante, scogliere maestose e stoiche formazioni rocciose formatesi in seguito all’antica attività vulcanica e scolpite dall’erosione. E quei puntini bianchi si rivelano incantevoli villaggi di case imbiancate a calce, mentre le scogliere impenetrabili sono interrotte ogni tanto da piccole baie e spiagge incontaminate. E’ un paradiso di bellezze naturali dove non troverete né spiagge né una sfrenata vita notturna tropicale. Il territorio è attraversato da numerosi sentieri ed esplorarli è per molti viaggiatori l’aspetto più piacevole della vacanza.

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Di solito si visita l’isola con una gita in giornata da Tenerife o da una delle altre isole, ma per scoprire veramente La Gomera un solo giorno non è sufficiente . Il territorio di questa minuscola isola, larga appena 25 km nel punto più ampio, rende impossibile qualsiasi collegamento in linea d’aria e richiede viaggi interminabili lungo strade strette e serpeggianti. Le agricoltura e il turismo sono le principali risorse economiche di La Gomera. Sulle ripide pendici delle gole si coltivano banane, viti, patate e grano, ma un numero sempre crescente di agricoltori sta abbandonando le coltivazioni per lavorare in alberghi, ristoranti o anche guide turistiche .

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Finora l’isola è riuscita a tenere a bada il turismo di massa, e la maggior parte delle sistemazioni è costituita da piccoli alberghi di campagna, pensiones a conduzione familiare , fattorie ristrutturate e appartamenti. Le più invitanti sono senza dubbio le casas rurales, molte delle quali furono abbandonate dagli emigrati e ristrutturate in seguito per i turisti.

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Passeggiare in una tranquilla pineta, salire sulla cima di una montagna per ammirare il panorama o saltellare come un elfo nella magica laurisilva del Parque Nactional de Garajonay. Il territorio di La Gomera è ideale per le escursioni e i sentieri che attraversano l’isola, sia all’interno sia all’esterno del parco, sono così numerosi e vari da rendere possibile una settimana di escursioni a piedi o in bicicletta.

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Il mercato bisettimanale di San Sebastian è un ottimo posto per scoprire i prodotti tipici dell’isola. Le specialità locali sono il miel de palma (miele di palma), uno sciroppo dolce preparato con la linfa della palma; l’almogrote, una pasta di formaggio di capra insaporita con pecorino e pomodoro da spalmare sul pane; e il queso gomero ( formaggio fresco di capra) , un formaggio fresco e cremoso preparato con il latte delle capre locali e servito con le insalate, come dessert o cotto alla griglia e marinato nel mojo, la famosa salsa della Canarie che è un’ altra delle specialità dell’isola.

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San Sebastian della Gomera: capoluogo economico, politico e storico dell’isola. Sam Sebastian è famosa soprattutto perché Cristoforo Colombo vi fece tappa durante il suo viaggio verso il Nuovo Mondo.

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Parque Nacional de Garajonay: è una giungla verde e impenetrabile che occupa il cuore di La Gomera e racchiude una delle più antiche foreste di allori che un tempo erano diffuse in tutto il Mediterraneo. Nel Parco vivono ben 400 specie di piante e quasi 1000 specie di invertebrati; i vertebrati sono soprattutto uccelli e lucertole. Poca luce riesce a penetrare attraverso le chiome degli alberi , consentendo a muschi e licheni di proliferare ovunque. Quassù, sul tetto dell’isola, i freddi alisei dell’Atlantico si incontrano con tiepide brezze, creando all’interno della fitta foresta una bruma costante, fenomeno talvolta chiamato “pioggia orizzontale”.

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Se si ha solo un giorno da trascorrere a La Gomera, vale la pena di trascorrerlo nel verde nord, dove le valli sono piene di piantagioni di banane e palme ondeggianti, le terrazze coltivate trasformano i pendii in opere d’arte geometriche e i villaggi di case imbiancate a calce sembrano usciti da un’altra epoca. A ogni curva ci si trova davanti un paesaggio da cartolina, ma le curatissime terrazze sono il  frutto del duro lavoro degli agricoltori locali, poiché la forte pendenza impedisce quasi sempre l’utilizzo dei macchinari.

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Vallehermoso : è veramente una bella valle, come dice il suo stesso nome. Su entrambi i lati della profonda gola che attraversa la città si stagliano piccole vette , e verdi pendii terrazzati e punteggiati di palme completano il quadro.

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L’ALBERO MAGICO …SIMBOLO DELLE CANARIE (Antonella Giroldini)

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Uno degli alberi più curiosi che vedrete alle canarie è il drago delle Canarie che può raggiungere i 20 metri di altezza e vivere per secoli.

Sopravvissuto all’ultima glaciazione, ha un aspetto inconsueto e in qualche modo preistorico. La sua forma ricorda un gigantesco mazzo di fiori con il tronco e i rami e formare gli steli, che sviluppano verso in alto gruppi di foglie lunghe e strette dal colore verde argentato. A mano a mano che la pianta cresce ( tecnicamente non è un albero anche se viene sempre designata con questo appellativo) diventa sempre più pesante nella parte superiore, ma ha escogitato un sistema ingegnoso per mantenere il bilanciamento e trovare stabilità, quello di far crescere le radici sulla parte esterna del tronco, così da creare un secondo tronco più ampio.

A rendere ancora più strano il drago è la sua resina che ossidandosi assume una colorazione rossastra chiamata, come è facile immaginare, sangue di drago;  questo era già noto agli antichi romani che lo utilizzavano come colorante, e nel Medioevo era molto ricercato da maghi e alchimisti che gli attribuivano virtù terapeutiche. Nel Settecento era usato come mordente per il mogano.

All’epoca dei guanci sotto questo albero che veniva considerato magico si riuniva il Consiglio dei Nobili per amministrare la giustizia.

Il drago appartiene a una famiglia di almeno 80 specie sopravvissute all’era glaciale nelle zone tropicali e subtropicali del Vecchio Mondo, ed è uno degli ultimi rappresentanti della flora del Terziario

I castelli degli Omayyadi (Antonella Giroldini)

 

Questo itinerario inizia e finisce ad Amman . Il percorso è circolare e origina verso nord, per poi piegare verso est, lungo le vie che videro le gesta dei califfi omayyadi. Nelle steppe cosparse di lava basaltica presso il confine con la Siria, sorgono le rovine della “madre dei cammelli” , fondata dai nabatei nel 1 secolo a. C. Disseminate su una vasta superficie , le tracce della città, anche se non in perfetto di conservazione, ne testimoniano non solo la grandezza commerciale, ma anche il grande fervore cristiano che la pervase in epoca bizantina, quando si arricchì di numerose chiese e monasteri . Dal nero del basalto si passa al color ocra della sabbia dell’Est. Qui si insediarono i membri della dinastia che portò l’islam fuori dai confini della Mecca e di Medina. Queste costruzioni rappresentano un’originale testimonianza dell’antica architettura islamica e delle influenze che ereditò dalle tradizioni greco – romane – bizantine del Mediterraneo orientale. I  castelli del deserto, pur nella loro diversa struttura , erano in realtà delle palazzine di caccia, luogo di riposo e di ristoro, oasi di tranquillità lontano dalle incombenze della capitale del califfato .

Vennero costruiti tutti attorno alla prima metà dell’ VIII secolo, con la sola eccezione di Qasr al – Hallabat e Al- Azraq, di epoca romana. Il secondo in pietra basaltica, fu tappa del viaggio di Lawrence d’Arabia durante la grande rivolta araba.

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Nei dintorni della cittadina, la brulla natura della steppa desertica si concede una pausa, cede per un tratto alla spinta della grande falda acquifera sotterranea che esce all’improvviso e formano un’ oasi. La palude percorsa da fiumi , bordata di canneti e abitata da centinaia di uccelli migratori è diventata un parco nazionale, la Riserva naturale di al – Azraq, che merita una sosta per la sua singolarità.

AL – AZRAQ: la cittadina è conosciuta per la fortezza di origine romana, sorta ai margini dell’oasi dove si sviluppò il villaggio di Azraq ad – Duruz, che deve il suo nome ai drusi insediatisi qui nel 191, quando lasciarono la regione siriana di Jabal al – Arab a seguito di un’insurrezione contro gli ottomani. Ma il nome fa anche riferimento all’acqua di cui è ricca  la regione: azraq, infatti in arabo significa azzurro.

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Parte della grande oasi di Al – Azraq è stata trasformata in una riserva naturale; a protezione dello straordinario patrimonio faunistico è stata istituita anche la Riserva naturale di Shawmari

Qasr al – Azraq : Da un iscrizione si è potuto stabilire che la fortezza venne dedicata agli imperatori romani Diocleziano e Massimiano e che perciò venne costruita nel periodo che va dal 286 al 305, con il nome di Dasianiss.

La sua importanza per i romani era soprattutto strategica , in quanto si trovava lungo una delle possibili vie d’accesso alla Siri. Ma altrettanto importanti erano le riserve idriche di Al – Azraq.

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QUSAYR AMRAH: sulla nuova strada del deserto che da Azraq ritorna verso Amman si trova la singolare costruzione di QUSAYR AMRAH. edificio con coperture a volta che costituisce un eccezionale e raro documento di epoca islamica, perché i suoi interni sono ricoperti da straordinari affreschi nei quali sono state identificate oltre 250 figure umane e di animali per una superficie totale dipinta di 350 metri quadri. Il complesso comprendeva in origine varie costruzioni ed era circondato da giardini, irrigati mediante una noria. Oggi ne restano da visitare la sala delle udienze a tre navate e l’hammam.  E’ stato  dichiarato sito UNESCO.

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Sala delle udienze è un edificio dalle forme semplici e armoniose che misura 10 m di lato, con tre archi a sesto leggermente acuto che formano altrettante navate. Linterno è decorato con affreschi eccezionali, restaurati alla fine degli anni Settanta del Novecento.

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L’hammam si compone di tre piccoli ambienti: il tepidarium, sormontato da una volta a botte a tutto sesto; un secondo ambiente, ricoperto da una volta a a crociera e adibito sia a caldarium sia a tepidarium. molto interessanti gli affreschi dipinti sulla cupola della terza sala , dove si raffigura una mappa celeste con costellazioni dello zodiaco e i personaggi della mitologia greco – romana.

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QASR al – KHARANAH : nella stessa strada sorge, isolata, questa maestosa fortezza caravanserraglio . E’  costruita in pietra rossa su pianta quadrangolare, con una torre rotonda ed ad ogni angolo e una torre semicircolare al centro di ogni lato.

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Superato l’ingresso, ci si immette in un corridoio che si apre in un cortile, attorno al quale si trovano le stalle per i cavalli e i magazzini dei mercanti delle carovane che percorrevano la strada tra Siria e Arabia.

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A sinistra dell’ingresso del cortile c’è una rampa di scale che conduce al primo piano. Qui si trovano le 61 stanze a uso abitativo e delle sale, decorate in maniera molto curata. Continuando a salire si raggiunge la sommità del castello, da cui si gode di un’ampia vista sul deserto circostante.

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Alcuni studiosi sostengono che venisse usato come luogo di riunioni politiche.

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