Mostra lego a Roma (Antonella Giroldini)

Per la prima volta a è stata inaugurata a Roma e rimarrà aperta fino al mese di febbraio. Si tratta della mostra intitolata ‘The Art of the Brick’, la quale ha come protagonisti i LEGO ed è curata da Fabio Di Gioia. Presso il S.E.T. – Spazio Eventi Tirso di Roma ha aperto i battenti lo scorso 28 ottobre l’esposizione di oltre 80 opere fatte con i mattoncini da Nathan Sawaya. Le creazioni del celebre artista statunitense sono state realizzate con oltre un milione di LEGO e sono visibili in uno spazio di 1.200 mq dove i sogni di molti di noi sono stati realizzati. La mostra capitolina, che rimarrà allestita fino al prossimo 14 febbraio, è di quelle da vedere con tutta la famiglia, specie in presenza di bambini. La CNN l’ha persino definita come una delle dieci esposizioni imperdibili al mondo e noi ce l’abbiamo a quattro passi da casa.

Il gioco si incontra con l’arte ed il risultato sono opere che stupiscono tutti e quasi prendono vita, come nel caso di ‘Yellow’, che rappresenta l’uomo che tira fuori ciò che ha dentro; oppure che ‘Think’, una testa umana dal quale fuoriescono i pensieri. Fra i capolavori esposti a Roma abbiamo il ‘Sistema Solare’ con tutti i pianeti ed un enorme dinosauro, ma anche riproduzioni di celebri dipinti quali la Gioconda di Leonardo o l’Urlo di Munch o il Bacio di Klimt; e ancora statue come il David di Michelangelo o la Nike di Samotracia. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, ma vediamo le info sulla visita.

IL SARCOFAGO DI GEMENEFHERBAK (Antonella Giroldini)

DSC_1867Metegrovacca

Dimensini: 228x88x46 cm

Epoca Trda, XXVI dinastia

Drovetti

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Questo sarcofago di basalto, dalla forma antropoide, risalente alla XXVI dinastia, apparteneva al visir Gemenefhrbak, che nel VII secolo a. C svolgeva un ruolo paragonabile a quello di un primo ministro. Si ha l’impressione che l’oggetto sia ricavato nel metallo e non nella pietra, e in effetti questo materiale è detto metagnovacca, una roccia che presenta una lucentezza metallica. In Egitto era chiamata ” pietra bekhen” e si estraeva dalle cave nel deserto orientale, nella regione dello Uadi Hammamat, è perfino citata sulla mappa topografica presente nel Museo.

Gemenefherbak è raffigurato sul coperchio del sarcofago con una lunga parrucca, la divina barba di Osiride, ricciuta e intrecciata, e un ampio collare usekh. Porta appeso al collo, a un cordoncino, una piccola immagine raffigurante Maar, la dea della giustizia, accovacciata che richiama il ruolo di Gemenefherbak come presidente del tribunale. L’occhio dell’osservatore è subito attratto dal grande scarabeo alato scolpito sul petto della figura in forma di mummia riprodotta sul coperchio a simboleggiare la rinascita e la rigenerazione era importante che lo scarabeo fosse posto al di sopra del cuore ( sede dell’intelligenza) per assicurarne la protezione.  Al centro del coperchio, fra le due ginocchia, finalmente modellate, si notano due colonne di geroglifici che elencano le offerte funerarie. La base inferiore esterna del sarcofago presenta una iscrizione di grande bellezza, che ha suscitato l’ammirazione di migliaia di visitatori; Gemenefherbak è raffigurato due volte in una piccola scena circondata da geroglifici in raffinata esecuzione, in atto di adorare il pilastro djed sacro a Osiride; i testi identificano il defunto e mirano ad assicurargli i mezzi necessari per la sussistenza nell’Aldilà.

BIENNALE DI VENEZIA 2013 – John DeAndrea (Antonella Giroldini)

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Esponente di spicco del fotorealismo, movimento statunitense della metà degli anni Sessanta del Novecento, John DeAnrea realizza opere figurative che portano al parossismo le intenzioni illusionistiche della scultura realistica. I suoi primi lavori erano realizzati con una resina, mentre più recentemente utilizza una tecnica estremamente raffinata che consiste nel sovrapporre strati di colore su calchi di bronzo, ottenendo superfici che hanno un’ inquietante verosimiglianza con la pelle umana. Realizza le sue opere partendo dall’osservazione di modelli dal vivo. Le sue figure sono quasi sempre nude e prive di qualsiasi messinscena: per questo possono essere considerate l’esempio più estremo della tendenza iperrealista a rappresentare la forma umana senza alcun accessorio personalizzante.

Essendo soggetti immediatamente riconoscibili, quasi riconoscibili dagli esseri viventi , le sue opere sono spesso apprezzate dal pubblico esclusivamente per il loro incredibile illusionismo.

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Ariel II, l’opera qui esposta, fa parte di un trittico di figure che rappresentano una stessa persona in pose diverse.

SARCOFAGO ANTROPOIDE DI BTEHAMON (Antonella Giroldini)

DSC_1837Legno colorato e verniciato

Dimensioni: 35×120 cm

Terzo Periodo Intermedio, XXI dinastia ( 1070- 946 a. C. )

Provenienza: Tebe, Tomba TT 291, in seguito Collezione Drovetti, 1824

Fra gli elementi caratterizzanti del Terzo Periodo Intermedio (I millennio a.C.) vi sono sarcofagi riccamente ornati con pitture che sembrano rendere superflue le decorazioni parietali delle tombe stesse. I sarcofagi antropoidi di Butehamon , lo criba reale della necropoli, erano in tutto due , con l’aggiunta di un ” falso” collocato immediatamente al di sopra della mummia. La cassa esterna ha subito lievi danni, ma molte delle immagini che decorano sono riprodotte su quelle interna; in sostanza le decorazioni sui sarcofagi intendono imitare le fasciature delle mummie e riproducono testi sacri, in divinità in corteo, scene di vario genere.

La tonalità gialla diffusa sull’intera superficie, caratteristica della XXI dinastia  si deve all’applicazione di un’antica vernice. Su entrambe le casse, all’altezza della spalla sinistra è raffigurata la creazione del cosmo; Geb, la divinità maschile della terra , dalla pelle scura , è disteso sul terreno, con il fallo eretto, mentre la dea del cielo Nut, si piega su di lui . La differenza significativa tra la cassa esterna e interna è data dalla presenza, all’interno della prima, del grande pilastro djed di Osiride, mentre nel sarcofago interno troviamo la dea Nut.

Su tutti i coperchi delle casse Butehamon è raffigurato con una lunga parrucca ricadente in tre falde, secondo una foggia che abbiamo visto portata dalle donne, ma anche dagli whabti.  Sul coperchio della cassa interna inoltre il defunto è raffigurato con una barba intrecciata che termina arricciandosi e quindi fa riferimento al dio Osiride. Sempre sui coperchi della cassa interna la figura del del defunto porta simboli particolari: l’amuleto djed e l’amuleto tye, mentre due piume di struzzo sul “falso” coperchio della mummia. La faccia inferiore di entrambi i coperchi della cassa più interna è rivestita di intonaco bianco e coperta di formule ieratiche che fanno riferimento al rito dell'” Apertura della Bocca”.

DUE SFINGI (Antonella Giroldini)

DSC_1898Arenaria

Dimensioni: C. 1408: 135,6x95x296 cm;

C.1409:142X89X302,5 cm

Nuovo Regno: XIX -XX donastia (ca 1250 -1145 a.C. )

Provenienza: probabilmente Tempio di Khonsu, Karnak, in seguito Collezione Drovetti, 1824

La Sfinge egizia, dal corpo di leone con testa di uomo ( con o senza barba diritta), era una rappresentazione simbolica del faraone. Generalmente è raffigurata accovacciata, con un copricapo Nemes. Un viale fiancheggiato da sfingi spesso costituiva una via processionale che collegava i templi, soprattutto quelli dedicati a divinità solari come Amon – Ra, Ra – Harakhti ecc. A volte i viali con le sfingi servivano a collegare due cappelle.

Le Sfingi del Museo Torinese erano entrambe di notevoli dimensioni, lunghe circa tre metri, e presentano chiaramente i caratteri del periodo rammesside; hanno entrambe il viso largo con guance paffute, palpebre segnate e bocca piccola dalle labbra spesse. Sono caratteristici del periodo anche i solchi ai lati della bocca e i lobi  delle orecchie forati. L’ iscrizione non indica il nome del re, ma si ritiene che le sculture possano al regno di Ramesse III.

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MUSEO EGIZIANO DI TORINO – CAPPELLA E STELE DI MAIA E DI SUA MOGLIE ( Antonella Giroldini)

Cappella

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Mattoni di fango intonacati e dipinti

Dimensioni. 185x145x225 cm

Provenienza: Deir el – Medina, Tomba TT 338, Scavi Schiapparelli nel 1905

Stele

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Calcare

Dimensioni: 66,7x42x7,3 cm

Provenienza. Deir el – Medina, Tomba

in seguito collezione Drovetti, 1824

Nuovo Regno, tarda XVIII dinastia

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Durante il Nuovo Regno la tomba era di regola sotterranea e dopo la sepoltura veniva chiusa; i familiari e il clero potevano far defunto nella vicina cappella funeraria di superficie, dove si svolgevano i riti. Nella cappella dedicata a Maia e sua moglie Tamit, Drovetti trovò la loro stele funeraria, che nel 1824 fu portata al Museo Egizio di Torino. Nel registro superiore della stele la coppia è raffigurata con vesti bianche, nell’atto di lodare Osiride e Hathor, mentre nel registro inferiore i coniugi appaiono seduti davanti a una tavola per offerte mentre ricevono le vivande presentate dai loro nove figli, nominati uno per uno; un decimo figlio , più piccolo, è in piedi vicino alla sedia dei genitori. Le dimensioni della cappella delle offerte sono simili a quelle della cappella di KHA, che si fece astutamente scavare la tomba a una certa distanza dalla cappella, per fuorviare i saccheggiatori. La cappella di Maia e Tamit, presumibilmente contemporanei di Kha, è decorata  da pitture articolate in 3 registri, con il corteo funebre protetto da amuleti, il trasporto degli arredi funebri, il viaggio rituale verso Abido. Sulla parte di fondo della cappella, punto focale per l’osservatore, si vedono anche i genitori di Maia; i riti funebri con l’incenso e le libagioni sono officiati da due dei figli fi maia . Fu Ernesto Schiapparelli , nel 1905, a staccare le pitture parietali e a trasferirle a Torino.

 

 

MUSEO EGIZIO DI TORINO – IL TEMPIO DI ELLESIJA (Antonella Giroldini)

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Arenaria

Dimensioni: facciata 8,50 x 4,60 m ; vestibolo 5,5 x 3,5 m; cella 2 x3 m

Nuovo Regno, XVIII dinastia, regno di Thutmosi III.

Provenienza: Ellesija, Nubia. Dono della Repubblica Araba d’Egitto, 1966.

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Questo piccolo tempio è stato ricavato nell’arenaria del deserto, in una località situata circa a 200 km a sud di Assuan, nella Nubia, era destinato agli dei locali Horus di Maiam e Sater di Assuan, le cui immagini, modellate in altorilievo, affiancano quella di re Thumosi III nella profonda nicchia dedicata al culto.

Thumosi III, che aveva forti ambizioni espansionistiche, fece costruire quella cappella negli anni 51° e 52° del proprio regno , provvedendo anche ai sacerdoti necessari al funzionamento del tempio e al culto. L’edificio sacro era inteso come un gesto di pacificazione verso i nubiani perché venerava le divinità locali e al tempo stesso le identificava con quelle egizie. Nelle scene in altorilievo decorano l’interno il re compare sempre rivolto verso il santuario nell’atto di presentare offerte agli dei, rivolti anche verso l’esterno. Gli dei ricambiano concedendo la vita, l’autorità, le regole, etc.

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Quando più tardi prese il sopravvento l’eresia di Amarna, che abolì il pantheon tradizionale, i funzionari del re Akhenaton profanarono le effigi di Amon . Le immagini di Amon furono poi restaurate durante il  regno di Ramesse II, sotto il vicerè Setau. Dal VI secolo d.C. in poi il tempio fu usato come luogo di culto cristiano: lo attestano i pentacoli e le croci scolpiti sulle scene più antiche. . Nel 1966 il tempio fu donato all’Italia  in segno  di gratitudine da parte della Repubblica Araba d’Egitto per l’aiuto ricevuto  durante la campagna di salvataggio dei monumenti nubiani che, con la costruzione della diga di Assuan, rischiavano di rimanere sommersi dalle acque del lago Nasser.

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Palazzo Colonna (Antonella Giroldini)

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Siamo invitati ad un convegno a Giugno per lavoro e scopriamo con enorme piacere che l’evento si svolge in uno dei più grandi e antichi palazzi privati di Roma – Palazzo Colonna.

Appena entriamo in sala rimaniamo affascinati dalla Sua bellezza .

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La sua costruzione inizia nel XIV secolo per volere della famiglia Colonna, che vi risiede stabilmente da otto secoli.
La famiglia Colonna risale al XII secolo e proviene dal paese di Colonna, nei pressi di Roma, da cui prende il nome.

L’edificazione delle varie ali di Palazzo Colonna si è protratta per cinque secoli e ciò ha comportato la sovrapposizione di diversi stili architettonici, esterni ed interni, che lo caratterizzano e rispecchiano le diverse epoche di appartenenza.

Dal 1300 al 1500 si presentava come una vera e propria fortezza di famiglia. Oddone Colonna, eletto papa l’ 11 novembre 1417 e assunto il nome di Martino V, destina il Palazzo a Sede Pontificia e vi abita dal 1420 al 1431, anno della  morte.

Nelle Sale austere di Palazzo Colonna, Papa Martino V pianifica e realizza in dieci anni un grande piano di rinascita culturale, urbana e amministrativa della città di Roma, che giaceva in condizioni rovinose dopo il tormentato periodo della cattività avignonese e dello scisma d’ occidente.

Nel 1527, durante il sacco di Roma ad opera delle truppe dell’ Imperatore CarloV, Palazzo Colonna è tra i pochi edifici che non vengono dati alle fiamme grazie ai buoni rapporti della famiglia con l’ Impero, ma offre un rifugio sicuro ad oltre tremila cittadini romani.

Nel corso del 1600, il Palazzo assume la veste di un grande palazzo barocco per volere di tre generazioni di famiglia, i cui principali esponenti sono Filippo I, il Cardinale Girolamo I e Lorenzo Onofrio, che si affidano ad architetti e artisti di grande competenza e notorietà.

Prestano infatti la loro consulenza Gian Lorenzo Bernini, Antonio del Grande, Carlo Fontana, Paolo Schor e molti altri.

Di quest’ epoca è anche la costruzione della splendida e maestosa Galleria Colonna, che si affaccia per 76 metri su Via IV novembre; autentico gioiello del barocco romano, è oggi visitabile al pubblico, con gli appartamenti più rappresentativi e di maggior pregio artistico del Palazzo, che ospitano le Collezioni Artistiche di famiglia, notificate e vincolate dal fidecommisso del 1800, ove si possono ammirare capolavori di eccellenza assoluta ad opera dei maggiori artisti italiani e stranieri tra il XV e il XVI secolo.

Tra i tanti, Pinturicchio, Cosmè Tura, Carracci, Guido Reni, Tintoretto, Salvator Rosa, Bronzino, Guercino, Veronese, Vanvitelli e molti altri ancora.

La Galleria Colonna è aperta al pubblico tutti i sabati dalle 9,00 alle 13,15 con ingresso da Via della Pilotta, 17.

Siamo fortunati e a fine lavori ci consentono di fare una mini visita guidata per le sue stanze.

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Vediamo quadri ….meravigliosi

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e degli splendidi arazzi

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Visite private su prenotazione alla Galleria e ai predetti Appartamenti privati sono  comunque sempre disponibili su prenotazione sette giorni su sette, compresi i festivi,telefonando al +39 06 6784350 o scrivendo a info@galleriacolonna.it.

Presso il book shop della Galleria Colonna in via della Pilotta 17 il sabato mattina, o presso gli uffici della Galleria Colonna, sono disponibili una serie di pubblicazioni sulla famiglia Colonna, Palazzo Colonna e le sue Collezioni Artistiche..

MUSEO EGIZIO TORINO – RILIEVI DELLA TOMBA DI ITI (Antonella Giroldini)

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Calcare dipinto

Primo Periodo Intermedio, VII -XI dinastia

Provenienza: Gebelein, scavi Schiapparelli, 1911

Durante lo scavo della tomba di Iti vennero alla luce anche due stele rettangolari di calcare, una delle quali di evidente carattere funerario: le figure del defunto Iti e della moglie Neferu, incise in un bassorilievo spiccano sul lato sinistro del blocco di pietra, quello “divino”. Il fratello di Iti è a destra, di fronte alla coppia, in piedi e con le braccia protese; è probabile che stia officiando i riti funebri.

Due cani e la compagnia accovacciati ai piedi delle figure fanno da collegamento tra i personaggi. Alle spalle del fratello di Iti c’è un tavolo basso con vasi, teste di anatre, di antilopi e di una mucca. Per sottolineare che si tratta di offerte intervengono i piccoli portatori muniti di pali per il trasporto e recanti offerte di cibi, schierati più in alto, su una linea secondaria; li seguono un uomo e una donna, forse i figli dei defunti.

Sul bordo del blocco di pietra è riportata una preghiera che si conclude con una esortazione rivolta ai vivi, a fornire provviste per l’Aldilà. Dal punto di vista stilistico è evidente che i contorni sono tracciati in modo goffo e discontinuo: un esempio è il profilo di Neferu, con il braccio e la mano che con gesto casuale si sovrappongono alla vita del marito. La base delle natiche della donna è segnata da un angolo, mentre fra le gambe l’orlo della veste rimane privo di definizione; i gonnellini indossati dai personaggi maschili presentano striature diseguali. L’intera scena assume un carattere picassiano, che regge male il confronto con le sculture dell’Antico Regno.

Un altro blocco proveniente dalla stessa tomba, descrive, in bassorilievo, l’incontro fra due coppie di uomini armati con archi, due dei quali hanno la pelle scura. Non si capisce bene se uno di costoro sia lo stesso Iti; comunque, la differenza di colore della pelle fa pensare che appartengono a popolazioni diverse, e possano essere dei mercenari : quelli con la pelle più scura potrebbero essere i famosi arcieri della Nubia. La presenza di questa scultura nella sua tomba permette di ipotizzare che Iti compisse regolari spedizioni militari con truppe mercenarie.