UNA PUNTATA AL MONCENISIO (Antonella Giroldini)

….. caldo… in camper al Moncenisio per mangiare in camper …..

Salendo lungo la statale, dopo l’ultimo tornante, in una giornata di cielo terso, il cuore si apre improvvisamente di fronte ad un panorama celestiale. Una distesa d’acqua, scintillante di mille bagliori e di un turchese intenso, a perdita d’occhio. Il lago del Moncenisio sembra quasi un piccolo “mare”, ricoprendo una superficie di ben 660 ettari e contenendo fino a 315 milioni di metri cubi di acqua.

Si trova appena al di là del confine francese, incastonato a 2083 metri di quota, tra una cornice di montagne imponenti, terra di confine tra l’alta Maurienne, la val Cenischia e la valle di Susa. Un panorama che sembra uscire da una dimensione parallela, in cui non c’è spazio che per la contemplazione. La diga, le fortificazioni, i pascoli pullulanti di fiori, le rocce variopinte di licheni che le ricoprono…Piccoli fiordi dal colore cangiante, che ricordano la Norvegia, si snodano nel tratto di strada sterrata che vi gira attorno, strappando ulteriori emozioni di meraviglia. Il Moncenisio è così: quasi un ascensore verso uno stato di benessere interiore che viene percepito dai visitatori che vogliano entrarvi senza chiasso, in punta di piedi, in ascolto profondo…Riempiendosi gli occhi e l’anima di azzurro, immersi in questa oasi di bellezza, si ritorna a casa senz’altro diversi, senza sapere il perché. E, sebbene le acque cristalline nelle giornate più calde invitino ad un bagno, bisogna resistere alla tentazione; esse non superano mai i 9° e pertanto non sono balneabili.

Durante i secoli il colle rappresentò un cammino di passaggio strategico per gli uomini e una leggenda narra che persino Annibale, nel 218 a.C., sarebbe passato da qui con ben 37 elefanti. Nonostante l’attuale atmosfera di pace che avvolge il visitatore, il valico reca ancora le tracce di rapporti tutt’altro che idilliaci tra Italia e Francia, che segnarono il periodo a cavallo tra fine ‘800 e inizio ‘900. Ecco giustificate le sei fortificazioni ottocentesche che oggi sono meta di escursioni. Il più conservato, nonostante sia uno dei primi costruiti, è il forte del Roncia; l’unico visitabile e accessibile al grande pubblico, che all’interno contiene un’esposizione tematica. L’altro, ancora in discrete condizioni, è il forte del Varisello, a forma di pentagono, situato all’estremità sud-est del lago e facilmente raggiungibile anche in auto, percorrendo la strada bianca che corre sulla sommità della diga. Altrettanto caratteristici, anche se ormai in rovina, sono i forti del Monte Freddo (verso il Piccolo Moncenisio), della Turra, del Malamot e di Pattacreuse (direzione strada militare dopo la diga).

In alto, sul bordo del “Plan des fontainettes”, svetta una singolare piramide, costruzione simbolo del luogo, che indirettamente evoca i fasti dell’età napoleonica. Proprio Napoleone infatti, dopo aver fatto costruire qui tra il 1805 e il 1810 la prima strada carrozzabile delle Alpi e un ospizio per il ricovero dei soldati e dei cavalli (nel ‘900 diventò poi la caserma che ospitò le guardie di valico a presidio delle numerose fortificazioni), cullava il desiderio di costruire sulla piana del Moncenisio un grande monumento alla gloria del suo impero.

Quanta storia quindi, sommersa anche sotto le acque del grande bacino artificiale che bagna il “Plan des fontainettes”. La grandiosa diga, inaugurata nel 1971 dalla compagnia elettrica francese Edf, innalza di una cinquantina di metri il livello preesistente, ma allo scioglimento dei ghiacci le prime acque vengono captate dalle centrali idroelettriche di Villarodin e Venaus, e il livello della superficie si abbassa, tornando agli antichi limiti naturali e svelando un paesaggio lunare. Zolle di fango e tetti che spuntano, resti di qualche baita e del vecchio ospizio napoleonico, testimoniano gli antichi passaggi di centinaia di viaggiatori nel corso dei secoli.

Per coloro che desiderano approfondire le vicissitudini del luogo si consiglia di visitare il Museo, sito all’interno della piramide, in basso, con audioguide in francese , italiano e inglese che accompagnano nella visita. Al’interno si trovano anche le foto dello svuotamento del Lago di marzo-maggio 2016, ove è possibile constatare le vestigia del passato. Poco più in là, la costruzione della “Maison Franco-Italienne”, che propone un’esposizione di arte contemporanea e di dossier sulla storia e le peculiarità dei paesi vicini.

La piramide ospita anche una caratteristica chiesetta, dalle nude pareti in cemento, ma nel cui interno spicca un singolare affresco mariano che sembra quasi una fata del lago; la vetrata all’interno, che permette di ammirarne l’azzurra distesa, contribuisce a creare un’atmosfera mistica.
Qui davanti, ogni terza domenica di luglio, si tiene l’Alpage, ideato sul finire degli anni ’70 dai comuni di Novalesa e Lanslebourg come momento di festa ed incontro tra i due versanti.

Oggi, il valico è anzitutto terra d’alpeggi: qui vi pascolano più di 600 vacche da latte della razze Tarines e Abondances. Il loro latte viene raccolto e trasformato dalla cooperativa della Val Cenis-Vanois per produrre il celebre formaggio “Beaufort”, prodotto dall’origine controllata (AOC) e dall’incomparabile sapore, che si può acquistare anche direttamente negli alpeggi in loco. L’allevamento ovino e caprino e l’apicoltura completano le attività agricole di un mondo alpino straordinario, che ha saputo adeguarsi ai tempi, trasformando l’alpeggio di alta quota in una realtà economicamente autosufficiente ed eco-sostenibile.

 La flora e il giardino botanico

La particolare combinazione di condizioni climatiche, esposizione e substrato geologico, ha permesso la conservazione di molteplici specie vegetali, concedendo a questo valico alpino il privilegio di ospitare anche specie di grande interesse a livello europeo, che si possono osservare solo in poche località delle Alpi occidentali. E’ il caso della saponaria gialla (Saponaria lutea), o della Carex glacialis, quest’ultima diffusa solo nelle zone artiche, le cui uniche popolazioni delle Alpi sono state scoperte proprio al Moncenisio nel 2004; pertanto è ritenuta una specie criticamente minacciata dalla legislazione internazionale (IUCN).

Inoltre proprio qui, nel XVI° secolo, alcuni botanici descrissero per la prima volta alcune specie che ancora adesso recano l’epiteto specifico “cenisia“, come Campanula cenisia, Viola cenisia, (descritte dal grande botanico Linneo nel 1763), Poa cenisiaPedicularis cenisiaKoeleria cenisia e Nigritella cenisia (nuova specie descritta nel 1998, esclusiva delle praterie della zona del Colle del Moncenisio, del Piccolo San Bernardo e del Colle del Nivolet), e altre specie che hanno poi cambiato nome: Ononis cenisia (ora diventata Ononis cristata Mill), Carex cenisia (ora chiamata Carex bicolor), Arabis cenisia (ora Arabis hirsuta).
Da sottolineare che qui la raccolta delle piante è proibita. Per preservare questa straordinaria flora infatti, il sito è diventato biotopo (APPB): 6250 ettari da una parte all’altra del Lago del Moncenisio, compreso il vallone delle Savine, godono di protezione da parte dello stato francese. La sua gestione fa capo al confinante Parco della Vanoise.

Per ammirare più da vicino queste specie si può scendere appena sotto il museo della piramide, dove si snoda il meraviglioso giardino botanico, a ingresso libero, con vista mozzafiato sul lago. Attualmente qui si contano più di 700 specie vegetali, tra cui molte “cenisiane”. Tra i suoi obbiettivi quello di mostrare le relazioni tra l’uomo e le piante di montagna.

La sua storia inizia intorno al 1970, quando Robert Fritsch, famoso botanico francese che si è speso per la conservazione della flora alpina, al quale sono state dedicate numerose specie botaniche (quelle presenti anche in Italia sono Campanula fritschiiCarex fritschiiCentaurea scabiosa subsp. fritschii), con l’aiuto del comune di Lanslebourg e dell’associazione “Les Amis du Mont-Cenis”, cominciò la pianificazione del giardino. Nel 2006 questo godette di un grande intervento di restauro che lo rese fruibile al grande pubblico.

SACRA DI S. MICHELE (Antonella Giroldini)

La Sacra di San Michele è un’antichissima abbazia costruita tra il 983 e il 987 sulla cima del monte Pirchiriano, a 40 km da Torino. Riconosciuto monumento simbolo della Regione Piemonte e anche il luogo che ha ispirato lo scrittore Umberto Eco per il best-seller Il nome della Rosa. Dall’alto dei suoi torrioni si possono ammirare il capoluogo piemontese e un  panorama mozzafiato della Val di Susa.  All’interno della Chiesa principale della Sacra, risalente al XII secolo, sono sepolti membri della famiglia reale di Casa Savoia.

Dedicata al culto dell’Arcangelo Michele, difensore della fede e popolo cristiano, la Sacra di San Michele s’inserisce all’interno di una via di pellegrinaggio lunga oltre 2000km che va da Mont Saint-Michel, in Francia, a Monte Sant’Angelo, in Puglia.

Religione, storia, arte e cultura, alla Sacra di San Michele, si mostrano agli occhi di visitatori di ogni età con grande impatto e immediatezza.

Ci si gode anzitutto il percorso nel verde e, a mano a mano che si sale, lo splendido panorama e l’imponente massiccio della facciata. Una volta raggiunto l’ingresso dell’Abbazia, la Sacra è pronta a svelare alcuni dei suoi elementi più suggestivi: la statua di San Michele Arcangelo creata dallo scultore altoatesino Paul dë Doss-Moroder, lo Scalone dei Morti con il Portale dello Zodiaco e la leggendaria Torre della Bell’Alda.

Durante le visite speciali del primo sabato del mese (al momento sospese) si possono ammirare anche  il museo del quotidiano che raccoglie oggetti d’uso di altri tempi, la biblioteca che conta circa 10.000 volumi, le antiche sale di Casa Savoia e, ancora, sepolcri, archi, portali e opere pittoriche da scoprire, accompagnati dai fedeli volontari.

CASCATELLE DI CANNETO (Antonella Giroldini)

Il sentiero delle acque di Val Canneto
Un bellissimo itinerario che attraversa la Val Canneto tra boschi secolari e spettacolari cascate; con la possibilità di salire, per i più arditi, fino al valico di Forca Resuni.


Partiamo nei pressi del Santuario di Canneto (Madonna Nera), vicino a Settefrati, percorrendo un comodo sentiero che sale dolcemente all’ombra di grandi faggete. Poco dopo cominciamo a sentire la voce del fiume Melfa e ci troviamo al cospetto di una prima cascata, tra salti di roccia e acque cristalline… Ma è solo l’inizio! Tutta la prima parte del percorso costeggia il fiume incrociando refrigeranti cascatelle, limpide pozze e giochi d’acqua fino a raggiungere la cascata dedicata a Giovanni Paolo II, che è stato qui in meditazione nel 2008. Proseguiamo tra bosco e acqua fino alle sorgenti, che zampillano in una verde vallata. In questo paesaggio paradisiaco possiamo godere tutti di una meritata pausa, poi, chi se la sente, può proseguire verso i Tre Confini e salire al Rifugio di Forca Resuni.
In questa parte del percorso il paesaggio si trasforma: il sentiero si fa aspro e roccioso, e si inerpica abbastanza ripidamente tra pini mughi e magnifiche vedute sui monti d’intorno. Arrivati al valico di Forca Resuni (1952 m), ogni sforzo sarà ripagato dalla bellezza dei panorami, con il monte Petroso che incombe proprio sopra al rifugio e l’apertura sulla valle Iannanghera, la Camosciara e il lago di Barrea. Scendendo per lo stesso sentiero, raggiungiamo chi ha preferito riposare e, tutti insieme, completiamo la via del ritorno.
Prima dell’immancabile terzo tempo, faremo una sosta per visitare il santuario.

WEEK END A SPERLONGA (Antonella Giroldini)

Sperlonga sorge su uno sperone di roccia, la parte finale dei monti Aurunci, che si protende nel mar Tirreno e nel golfo di Gaeta confluendo nel monte di San Magno.

Il territorio circostante è perlopiù pianeggiante. La spiaggia di fine e dorata sabbia bianca si alterna a vari speroni di roccia che si gettano in mare, formando calette meravigliose, spesso raggiungibili solo in barca. Queste formazioni rocciose sono presenti a sud della cittadina, in direzione del promontorio di Gaeta.