RAMA (Antonella Giroldini)

Può un luogo farti conoscere le tue radici?

Questo mese voglio parlarvi di un libro che vi accompagnerà a vedere i luoghi da una prospettiva differente, in pieno stile Travel Coaching.

Rama antica città celtica – Piemonte megalitico tra storia e leggenda – Edizioni l’età dell’Acquario.

Poco più di 150 pagine, che partono dall’intuizione di Barbadoro “senza la conoscenza delle nostre radici siamo impreparati ad affrontare il futuro che ci attende” . Parole che mi hanno spinto ad andare oltre l’ovvio ed a far emergere quanto c’è sullo sfondo.

Prima alcune domande di attivazione

Conosciamo le nostre radici?

Siamo sicuri che la storia che ci è stata narrata sulla base delle informazioni fornite dalla cultura in cui siamo nati e cresciuti sia quella vera e che rispecchi il nostro vero sentire e la nostra natura?

In questi ultimi due anni un po’ per scelta e po’ per necessità ho viaggiato solo sul territorio nazionale, scoprendo e visitando luoghi per me inusuali. Quest’ estate sulle tracce di storie e ricordi famigliari ho scelto un territorio piemontese, la Val di Susa. Da questa prima visita è scaturita una forte curiosità per quei luoghi e per la loro storia.

Visitando la valle ho notato la presenza di reperti simili a quelli della tradizione celtica come i menhir, i dolmen e le ruote solari. L’incontro con questi luoghi e con le loro tradizioni mi ha risvegliato la curiosità e a domandarmi: come sono arrivati i megaliti in Piemonte? Quei reperti così simili a quelli presenti in Bretagna da quali popoli sono stati portati? E soprattutto sono stati portati da qualcuno o sono frutto di un antico sapere delle popolazioni autoctone del luogo?

Rispondendo a questa suggestione, mi sono messa alla ricerca di un testo che mi parlasse del legame tra Celti, Druidi ed i territori Piemontesi. Ed è così che questo libro è arrivato.

In questo testo, Giancarlo Barbadoro, archeologo indipendente, negli anni ’70, indaga l’origine dell’Europa e del Piemonte, chiedendosi se la nostra storia sia così come ce la siamo fino ad ora raccontata o se le nostre origini provengano da un popolo misterioso, i Celti, scomparso nel nulla ma che ha lasciato vistosi indizi della presenza: i reperti megalitici.

Seguire la metodologia con cui Barbadoro dipana la sua ricerca è come seguire un filo conduttore che può portare anche il viaggiatore a trovare la chiave di incredibili scoperte che riguardano sé stesso e la sua storia.

Partendo da suggestioni e narrazioni il viaggiatore, stimolato e disposto a partire, grazie all’incontro con i luoghi e i territori, scopre elementi che caratterizzano l’ambiente circostante e che catturano la Sua attenzione.

Nel viaggio in Travel coaching questo passaggio equivale all’accensione dei propri desideri e l’attivazione verso nuove modalità di viaggio.

Diventa così possibile per ognuno di noi partire, così come fa Barbadoro, da un mito, per poi scoprire che il mito nasconde e/o svela qualcosa di reale.  Siamo disposti a farsi che i miti ci suggeriscano, nuove mete che una volta raggiunte e vissute nel contattato pieno dei nostri 5 sensi ci facciano scoprire una uova narrazione di noi stessi.

Partendo da una leggenda popolare, Barbadoro, indaga sulla reale esistenza di una fantomatica città del Piemonte, Rama, scomparsa secoli orsono e relegata, secondo l’archeologia tradizionale, a puro frutto della fantasia popolare ( un pò come Atlantite o Avalon ).

Seguendo miti e leggende Barbadoro scopre che le “Mura di Rama” esistono davvero in Val di Susa sul Roccia Melone!

Secondo la leggenda, la città di Rama è legata al mito di Fetonte, una creatura semidivina che in tempi molto antichi precipitò dal cielo. Lo smeraldo che adornava la sua fronte si staccò cadendo sulla terra. Altre creature semidivine lo raccolsero modellandolo in forma di coppa. Questa coppa rappresentava l’allegoria della conoscenza, Il suo smarrimento rappresenta lo smarrimento umano. Questa coppa altro non è che la coppa del Graal (che viene dall’acronimo GRAAL, Gnosi Recepta Ab Antiqua Luce, ovvero “conoscenza ricevuta da una luce antica” ) che, molti secoli più tardi, nella città di Camelot in Armonica, re Artù cercò di ritrovare, aiutato dal druido Merlino e dai dodici cavalieri che riunì in cerchio attorno alla Tavola Rotonda”.

Le leggende, quindi, narrano che Rama fu uno dei luoghi dove venne conservato per un certo periodo il Graal.

Da Travel Book Coach ti invito a fermarti un’attimo ed ascoltare cosa ha attivato in te la lettura di questo mito. Se potessi partire oggi per la Val di Susa, quali emozioni ti accompagnerebbero? Cosa ti piacerebbe scoprire, percepire o semplicemente vivere?

Nel secolo scorso i dati raccolti confermarono l’esistenza di Rama, una città megalitica che si ergeva sulle falde della montagna del Roc Maol, l’antico monte Rocciamelone. Nella Valle di Susa, di questa antica città rimangono ancora molte testimonianze megalitiche, tuttora visibili. Dappertutto esistono dolmen e menhir di ogni dimensione, in valle e sulle pendici del monte Musinè.

A Villar Focchiardo si può osservare una grande pietra coricata su cui sono state raffigurate le tre fasi di luna. Nella stessa zona, a San Didero, esiste il complesso megalitico delle ruote solari. Sulle pendici del Musinè è stata trovata una stele di cospicue dimensioni raffigurante una dea madre.

Sul pianoro denominato Pian Focero, o anche “il piano dei fuochi”, è stato rinvenuto un tempio solare, dove i druidi andavano ad osservare le stelle. Con l’avvento dei Romani il culto antico legato alla ruota d’oro si concentrò nel labirinto del tempio sotterrane, le cui grotte si estendevano su un’area compresa tra la Val di Susa e il fiume Po. Secondo la leggenda, il culto druidico avrebbe quindi continuato a persistere in queste grotte e sarebbe ancora presente ai giorni nostri.

Molto probabilmente dietro questi miti arcaici vi sono anche le ragioni storiche e culturali che hanno contribuito a fare di Torino la città del Graal. Non c’è quindi da stupirsi che le credenze medievali indichino il nascondiglio del Graal proprio nel sottosuolo torinese. Esiste anche la credenza popolare secondo cui nelle statue che adornano la chiesa della Gran Madre di Torino, sul Po, sono celati elementi simboli segreti, la cui decifrazione consentirebbe di individuare il luogo esatto della città dove è nascosto il Graal.

Il libro termina con schede informative che consentono di individuare con facilità le zone di interesse dei megaliti del Piemonte, che non rimane che andare a scoprire.

Come diceva il mio amato padre…

“studia, leggi, ma non dimenticare di andare a vedere con i tuoi occhi se quello che ti hanno raccontato è così come dicevano…

E se la leggenda del Graal, i simboli della Gran Madre di Torino, e i dolmen vi hanno incuriosito … la Val di Susa è una meta che vi potrà regalare un viaggio alla scoperta delle radici ancestrali che risuonano dentro ogni viaggiatore Dis – orientato.

Ti è piaciuto questo libro?

Di tute le informazioni che hai letto quali ti sono rimaste più impresse?

Quali hanno attivato in te il desiderio di partire?

Prova a metterle nero su bianco sul tuo quaderno di viaggio e, osservandole, rispondi a questa domanda: cosa potrò ricevere della mia storia dal mio viaggio in Val di Susa?

Lo sapevi he LiLaLand ha creato un viaggio di soli 5 giorni in questa valle?

Il nome di questo viaggio è…

Rama: quando il sogno diventa realtà

Un percoso magico e mistico per svelare le risorse e sbloccare il potenziale che ti permetterà di realizzare il tuo sogno.

Continua a seguirci per scoprire prima di tutti quando partirà questo viaggio magico e nel frattempo Il libro di Barbadoro ti potrà sicuramente accompagnare nella tua preparazione.

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Rama antica città celtica – Piemonte megalitico tra storia e leggenda | Travel Book Coach

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La cucina piemontese: piatti tipici di Torino e ristoranti migliori

piatti tipici di Torino sono sostanziosi ed elaborati. La varietà di pietanze che la cucina tradizionale piemontese offre al mondo è dovuta al fatto che la più umile tradizione contadina è stata arricchita di sapori ed ingredienti nobili, nel tempo in cui la famiglia reale dei Savoia si è stabilita in città.
Gli ingredienti raffinati più utilizzati sono il cioccolato, le nocciole, il marsala (per lo zabaione), tartufo e soprattutto la carne. È famosa quella di fassone, protagonista di molti gustosi piatti.


Tra quelli più gustosi assaggiati in Val di Susa

Bônèt

Passiamo ai dolci… e quindi come non citare il bônèt, dolce tipico torinese? Si tratta di un budino di antichissima tradizione piemontese. Il bônèt viene servito rigorosamente freddo ed è preparato con amaretti, cacao, latte, uova, rum e ricoperto di caramello… insomma, un dessert succulento!
Anticamente, veniva fatto in casa dalle nonne a base di Fernet (amaro), poiché quest’ultimo facilita la digestione. È perfetto da servire come ciliegina sulla torta dopo un pranzo ricco, magari sulla tavola imbandita in occasione di festa.

Vitello Tonnato

Un piatto antico e italianissimo che ci riporta immediatamente ai mitici anni Ottanta, periodo storico in cui era “l’antipasto per eccellenza” di qualunque pranzo o cena di festa. Nonostante il suo aspetto un po’ vintage, però, il vitello tonnato sta tornando decisamente di moda. Si tratta di una ricetta piemontese, di origine povera, nata probabilmente nel Cuneese all’inizio del XVIII secolo, ma la paternità del piatto viene rivendicata pure dalla Lombardia, dal Veneto e dell’Emilia. Si realizza con uno specifico taglio di carne, il girello di fassone, che viene prima marinato nel vino bianco, insieme agli odori (carota, sedano, cipolla e alloro), e poi lessato in acqua con il suo liquido di marinatura; una volta a cottura, la carne viene tagliata a fettine sottili, generosamente ricoperta con una salsa a base di tonno sott’olio, capperi, acciughe e tuorli sodi, e servita ben fredda come entrée o secondo piatto. Una curiosità: la ricetta originaria non prevedeva la presenza del tonno (probabilmente l’aggettivo “tonnato” stava ad indicare “cucinato alla maniera del tonno”); quest’ultimo fa la sua comparsa nella versione moderna della ricetta, ovvero quella proposta dal celebre Pellegrino Artusi nel suo libro Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene del 1891.

VALLE STRETTA (Antonella Giroldini)

In giro per le bellissime montagne che fanno da cornice al Piemonte si nascondo dei veri e propri angoli di paradiso. Uno di questi si trova nella zona della Val di Susa e più precisamente in Valle Stretta. La Valle Stretta, chiamata in francese Vallée Étroite e in piemontese Valëstrèita, è una valle franco-italiana che si trova nella zona compresa tra il piccolo comune francese di Névache, nel dipartimento delle Alte Alpi, e il comune di Bardonecchia, che fa parte della città metropolitana di Torino. Difatti, la valle fa geograficamente parte della Val di Susa, ma la parte superiore è passata, dal 1947, alla Francia e dunque il lago si trova in territorio francese.

Qui, ad appena un’ora di strada da Torino, incastonato come una pietra preziosa nella valli montane si trova il Lago Verde. L’affascinante specchio d’acqua a due passi da Bardonecchia deve il nome proprio al suo caratteristico e bellissimo color smeraldo.

La passeggiata per arrivare al Lago Verde inizia dalle grange della valle, vicino ai rifugi Re Magi e III Alpini. Una volta parcheggiata l’auto nello spazio dedicato potete intraprendere il sentiero che si fa largo tra grandi distese di fiori e prati verdi. Il tempo di percorrenza per arrivare al lago è di circa 45 minuti.

Seguendo le indicazioni per il Lago Verde, ci si incammina nel sentiero e una volta arrivati al bivio si gira verso destra fino ad arrivare ad un piccolo ponte di legno che attraversa il Rio della Valle Stretta. Da qui inizia la parte un po’ più faticosa, quella in salita, che non è però troppo lunga. Il percorso poi continua in un bosco di conifere dove inizia una discesa. Già da questo punto, tra i rami degli alberi, inizierete ad intravedere le meravigliose sfumature color smeraldo del Lago Verde.

Avete trovato il vostro angolo di paradiso, immerso nel verde e nel silenzio della montagna, cullati dai profumi e dai dolci suoni della natura dove poter passare qualche momento di relax e tranquillità.

I colori del lago sono davvero eccezionali e vanno dal verde smeraldo al blu. Nella trasparenza dell’acqua si può ammirare il fondale composto da tronchi di antichi larici, che aggiungono un altro pizzico di magia a questo lago che assomiglia tanto a quelli descritti nelle fiabe. Gnomi, folletti e fate dei boschi potrebbero far capolino da un momento all’altro.

Qui potete fermarvi a prendere il sole, bagnarvi i piedi nell’acqua fredda del lago, mangiare qualcosa all’ombra di un albero, scattare delle belle foto che vi ricorderanno il momento e godervi questo magico posto per un po’ di tempo prima di ritornare alla vita un po’ caotica di tutti i quotidiano.

Un’esperienza nella natura, tra colori incredibili e una pace irreale, che vale la pena di fare almeno una volta.

SUSA (Antonella Giroldini)

Gioiello delle Alpi Cozie, Susa è il fulcro dell’intera Valle che prende il nome proprio dalla città, la quale è capace di soddisfare egregiamente anche il turista più diffidente.

Tantissime le attrazioni artistiche e storiche, così come gli itinerari escursionistici e quelli ciclabili… per non parlare dell’enogastronomia!

Iniziamo col citare alcuni degli edifici storici della città, come il Castello della Contessa Adelaide e il Forte della Brunetta, la Torre del Parlamento e l’intero Borgo dei Nobili, che era abitato dalla nobiltà giunta a Susa al seguito dei Savoia.

Da visitare inoltre durante il soggiorno a Susa:

  • La Basilica di San Giusto, divenuta cattedrale nel 1772, costruita a Susa per volontà del marchese di Torino Olderico Manfredi, consacrata nel 1027 e divenne monastero benedettino.
  • Il Museo Diocesano di Arte Sacra. Situato presso la chiesa del Ponte, è tra i più importanti e significativi musei dell’arco Alpino che raccoglie ed espone collezioni d’arte datate tra il VI e il XIX sec.

Se poi volete conoscere le montagne che circondano la città, non avrete che l’imbarazzo della scelta: innumerevoli i sentieri che vi condurrano alle cime più conosciute e amate dai valsusini, primo tra tutti il Rocciamelone, ma anche il Sentiero Balcone GTA a forma di anello, il Sentiero dei Franchi e il Percorso 3V, e itinerari che interessano diversi altri comuni della Valle.

motociclisti che vogliono arrivare al Passo del Moncenisio fanno spesso e volentieri tappa a Susa, magari per un aperitivo prima di fare ritorno a casa. I locali e i ristoranti della città infatti sanno esattamente come esaltare profumi e sapori della Valle, ve ne accorgerete certamente.

CASCATE DI NOVALESA (Antonella Giroldini)

Le cascate di Novalesa sono dei giganti della natura. Si trovano in provincia di Torino.

Tra le bellezze naturali e paesaggistiche del nostro Piemonte non si può non citare le meravigliose cascate di Novalesa.A 60 chilometri da Torino, in ValCenischia, tra la Val Susa e il Colle del Moncenisio, si trova questo piccolo comune di poco o più di 500 abitanti.Novalesa, incastonata tra le Alpi Graie, presenta un significativo dislivello tra i monti, posti a 3.400/3.500 metri sopra il livello del mare, e il centro abitato del paese che si trova a 828 metri sul livello del mare.Questo suggestivo paesaggio è caratterizzato da versanti scoscesi che contribuiscono alla formazione di cascate piuttosto alte. Sei di queste cascate sono sempre visibili, mentre in periodo particolarmente piovosi si arriva ad ammirararne più di dieci.Tra le cascate più conosciute e frequentate ci sono quelle formate dal Rio Claretto e dal Torrente Marderello, entrambi affluenti del Cenischia.Nella stagione estiva, queste cascate, vengono utilizzate da chi pratica il torrentismo, mentre nei periodi invernali sono frequentati dagli arrampicatori su ghiaccio.Tuttavia, la quota non molto elevata di questi salti d’acqua, che non superano i mille metri, fa sì che il ghiaccio si formi solo nei periodi più freddo dell’inverno.Infatti, le difficoltà tecniche dell’arrampicata non sono particolarmente elevate, fatta eccezione per cosiddetta cascata del FungoMagico.Impossibile non citare la cascata Coda di Cavallo che in alcuni periodi dell’anno mostra la sua bellezza mozzafiato. Questa cascata si trova nei pressi dell’Abbazia benedettina di Novalesa, fondata nel 726.Insomma, tra i tanti gioielli della natura che la nostra regione può orgogliosamente vantare, le cascate di Novalesa rappresentano una vera e propria chicca per tutti gli amanti della natura.

no, in Val di Susa. Sei di queste sono sempre visibili, mentre in periodi particolarmente piovosi si arriva a vederne addirittura più di dieci.
Io oggi vi porterò ad ammirarne tre.

La prima la troviamo sulla strada che porta all’Abbazia di Novalesa. Lasciamo l’auto nel comodo parcheggio poco prima di un ponte. Proseguiamo ora a piedi, attraversiamo il ponticello, e poco dopo troviamo alla nostra destra un sentiero che entra nel bosco. Lo seguiamo senza grosse difficoltà, sale dolcemente ed è molto breve. Infatti, in poco meno di 15 minuti, ci troviamo a destinazione.

Eccola, la cascata del Rio Bard! Molto bella e suggestiva, se il rio ce lo permette lo possiamo attraversare per poi percorrere il giro ad anello e ritrovarci nel parcheggio tramite un bel sentiero pianeggiante. Altrimenti percorriamo nuovamente la strada dell’andata.

ABBAZIA DELLA NOVALESA (Antonella Giroldini)

l 30 gennaio 726 il nobile franco Abbone fonda il monastero di Novalesa dedicandolo ai santi Pietro ed Andrea. La comunità ha notevole sviluppo e diviene centro di preghiera, di operosità (agricoltura, assistenza ai pellegrini in transito) e di cultura (trascrizione di codici).
Il periodo più florido è il secolo nono, anche per la grande personalità dei suoi abati, come Eldrado, venerato ed in seguito santo. Verso il 906 il monastero è assalito e distrutto da una banda di Saraceni. I monaci si salvano rifugiando a Torino, donde passano nella Lomellina a costruirvi il monastero di Breme.

Dopo qualche decennio i villaggi della Valcenischia, Ferrera, Venaus, Novalesa con il suo monastero, che nel frattempo è stato riaperto, costituiscono una specie di minuscola diocesi autonoma che durerà per diversi secoli. Nel 1646 agli antichi Benedettini succedono i Cistercensi riformati di San Bernardo che vi rimangono fino al 1798, quando sono espulsi dal Governo provvisorio Piemontese.

Nel 1802 Napoleone affida all’abate Antonio Gabet e ad altri monaci Trappisti di Tamié (Savoia) la gestione dell’ospizio sul valico del Moncenisio, per assistere le truppe francesi in transito. Dopo la caduta di Napoleone, i monaci scendono, prendendo dimora nell’antico monastero. Nel 1821 si uniscono alla Congregazione Cassinese d’Italia.
Purtroppo, in seguito alla legge di soppressione del 29 maggio 1855 da parte del Governo Piemontese, i monaci sono costretti ad abbandonare l’abbazia. Gli edifici messi all’asta, sono trasformati in albergo per cure termali, la biblioteca concessa al seminario, i manoscritti trasferiti nell’archivio di stato di Torino. Dopo varie peripezie nel 1972 il complesso monastico è acquistato dalla Provincia di Torino, che la affida ai monaci Benedettini provenienti da Venezia. La vita comincia così a rifiorire.
Gli edifici conservano tracce di tutte le epoche passate. Nella chiesa costruita nel secolo XVIII, sulle fondamenta di quella romanica preesistente, si notano residui di affreschi tra i quali è da notare la lapidazione di Santo Stefano (secolo XI). Le due ali superstiti del chiostro sono del secolo XVI.

Abbazia di Novalesa
Frazione San Pietro, Novalesa
Tel. 0122.65.32.10
Visite Guidate
La Chiesa, il Chiostro e La Cappella di S. Eldrado: sabato e domenica dalle 9.00 alle 11.30

Ulteriori visite:
in luglio ed agosto durante i giorni feriali: visita guidata alle ore 10.30 e alle ore 16.30 per scolaresche e gruppi numerosi si effettuano visite con prenotazione il mercoledì ed il venerdì dalle ore 9.30 alle 11.30

La Chiesa è aperta, senza visite guidate, con orario:
giorni feriali 9.00 – 12.00 / 15.30 – 17.30
giorni festivi 9.00 – 12.00

Nota bene: con pioggia o neve abbondanti le visite possono essere sospese.

Per ulteriori informazioni visitate il sito de La Ressia
E-mail: info@laressia.it
Tel. 0122/653116.

HOTEL DELLA POSTA NOVALESA (Antonella Giroldini)

na lunga storia …

…accompagna chi entra .a gustare i nostri piatti. A Novalesa, 60Km da Torino, un ristorante accogliente gestito da una famiglia di ristoratori ormai da 6 generazioni. Secondo la tradizione degli antichi “locali della posta”, trovate locali per riposare e mangiare prima di ripartire per il viaggio, .

L’ospitalità, la cortesia, la cura nella preparazione dei piatti sono gli ingredienti che si trovano per completare le giornate di relax

NOVALESA (Antonella Giroldini)

Novalesa, molto vicino a Susa e ancora più al Moncenisio, vanta una posizione strategica che gli conferisce bellezza naturalistica ed estrema comodità per raggiungere le mete escursionistiche più attrattive della zona. Gli amanti della montagna e della storia di questo tratto di arco alpino non possono non dedicare una visita al Museo di vita montana, in Val Cenischia, dov’è possibile ammirare l’autentico aspetto di “casa” pronta ad accogliere chi vuole fare un tuffo nel passato.

Fino alla costruzione dell’attuale strada per il valico, voluta da Napoleone Bonaparte, il borgo di Novalesa costituiva il punto di arrivo della strada carrozzabile che giungeva da Torino e da esso si dipartiva la Strada Reale, una mulattiera percorribile tutt’oggi che conduceva al Moncenisio. Lungo l’antica via Maestra, ancora oggi cuore della comunità, si affacciavano numerosi alberghi, locande e luoghi di riferimento per i viaggiatori che qui sostavano.

Le tracce sono visibili non solo nelle architetture tradizionali delle case che prospettano lungo la via centrale del borgo e all’interno dei vicoli e delle corti ma anche da un notevole apparato di affreschi che ne abbellisce le facciate. Accanto alla chiesa parrocchiale è visibile il ciclo affrescato raffigurante i Vizi, le Virtù e le Pene Infernali, opera del maestro Gioffrey del 1714 riportando modelli iconografici ancora tardo medievali. A breve distanza troviamo la Casa degli Affreschi (XIV sec.), un antico albergo sulla cui facciata esterna è posta una teoria di stemmi di Casa Savoia e degli altri Stati europei dell’epoca, e l’albergo dove soggiornò anche Napoleone Bonaparte, l’Ecu de France / Epée Royale con l’ampio scalone con balaustrate in legno. Al termine della via Maestra la cappella di San Sebastiano (XVII secolo) ospita al proprio interno il presepe artistico permanente di Novalesa.

La parrocchiale di Santo Stefano (XIII secolo), ricostruita nel 1684, conserva numerose testimonianze d’arte che la rendono uno dei più significativi monumenti ecclesiastici della Valle di Susa. La parrocchiale custodisce eccezionali opere d’arte, tra tutte il raffinato polittico di fine Quattrocento attribuito al tolosano Anthoyne de Lhonye; e cinque dipinti donati nel 1805 da Napoleone Bonaparte all’Ospizio del Moncenisio e successivamente traslati: la Deposizione attribuita alla bottega cremonese di Giulio Campi; l’Adorazione dei Magi, copia di scuola del Rubens; l’Adorazione dei pastori di François Lemoyne (1721); la Crocifissione di San Pietro, copia antica dell’originale caravaggesco del 1601, e la Deposizione di Cristo dalla croce, replica da un originale di Dirck van Baburen, il Martirio di Santo Stefano del cheraschese Sebastiano Taricco. Nell’area presbiteriale è conservato uno dei manufatti più antichi dell’abbazia di Novalesa, l’urna reliquiario di S. Eldrado (XII sec.), un capolavoro di oreficeria mosano-renana.

Accanto alla parrocchiale, la cappella del SS. Sacramento (1597) ospita dal 2002 il Museo di Arte Religiosa Alpina, una delle sedi del Sistema Museale Diocesano: sono raccolti oreficeria, tessili e dipinti provenienti dalla parrocchiale e dalle cappelle del territorio di Novalesa.

L’abbazia dei S.S. Pietro e Andrea (726 d.C.) è situata a pochi chilometri dal borgo di Novalesa e sorge ai margini della via di transito per il colle del Moncenisio. Il percorso plurisecolare si legge attraverso gli edifici del complesso monastico che mostrano i segni delle vicende costruttive e decorative che si sono succedute dall’alto medioevo al XIX. Dal 2009, con l’apertura del Museo Archeologico, l’Abbazia di Novalesa è al momento uno dei complessi monastici europei di cui sono meglio note le strutture materiali entro le quali si è svolta nei secoli la vicenda spirituale della comunità.

UNA PUNTATA AL MONCENISIO (Antonella Giroldini)

….. caldo… in camper al Moncenisio per mangiare in camper …..

Salendo lungo la statale, dopo l’ultimo tornante, in una giornata di cielo terso, il cuore si apre improvvisamente di fronte ad un panorama celestiale. Una distesa d’acqua, scintillante di mille bagliori e di un turchese intenso, a perdita d’occhio. Il lago del Moncenisio sembra quasi un piccolo “mare”, ricoprendo una superficie di ben 660 ettari e contenendo fino a 315 milioni di metri cubi di acqua.

Si trova appena al di là del confine francese, incastonato a 2083 metri di quota, tra una cornice di montagne imponenti, terra di confine tra l’alta Maurienne, la val Cenischia e la valle di Susa. Un panorama che sembra uscire da una dimensione parallela, in cui non c’è spazio che per la contemplazione. La diga, le fortificazioni, i pascoli pullulanti di fiori, le rocce variopinte di licheni che le ricoprono…Piccoli fiordi dal colore cangiante, che ricordano la Norvegia, si snodano nel tratto di strada sterrata che vi gira attorno, strappando ulteriori emozioni di meraviglia. Il Moncenisio è così: quasi un ascensore verso uno stato di benessere interiore che viene percepito dai visitatori che vogliano entrarvi senza chiasso, in punta di piedi, in ascolto profondo…Riempiendosi gli occhi e l’anima di azzurro, immersi in questa oasi di bellezza, si ritorna a casa senz’altro diversi, senza sapere il perché. E, sebbene le acque cristalline nelle giornate più calde invitino ad un bagno, bisogna resistere alla tentazione; esse non superano mai i 9° e pertanto non sono balneabili.

Durante i secoli il colle rappresentò un cammino di passaggio strategico per gli uomini e una leggenda narra che persino Annibale, nel 218 a.C., sarebbe passato da qui con ben 37 elefanti. Nonostante l’attuale atmosfera di pace che avvolge il visitatore, il valico reca ancora le tracce di rapporti tutt’altro che idilliaci tra Italia e Francia, che segnarono il periodo a cavallo tra fine ‘800 e inizio ‘900. Ecco giustificate le sei fortificazioni ottocentesche che oggi sono meta di escursioni. Il più conservato, nonostante sia uno dei primi costruiti, è il forte del Roncia; l’unico visitabile e accessibile al grande pubblico, che all’interno contiene un’esposizione tematica. L’altro, ancora in discrete condizioni, è il forte del Varisello, a forma di pentagono, situato all’estremità sud-est del lago e facilmente raggiungibile anche in auto, percorrendo la strada bianca che corre sulla sommità della diga. Altrettanto caratteristici, anche se ormai in rovina, sono i forti del Monte Freddo (verso il Piccolo Moncenisio), della Turra, del Malamot e di Pattacreuse (direzione strada militare dopo la diga).

In alto, sul bordo del “Plan des fontainettes”, svetta una singolare piramide, costruzione simbolo del luogo, che indirettamente evoca i fasti dell’età napoleonica. Proprio Napoleone infatti, dopo aver fatto costruire qui tra il 1805 e il 1810 la prima strada carrozzabile delle Alpi e un ospizio per il ricovero dei soldati e dei cavalli (nel ‘900 diventò poi la caserma che ospitò le guardie di valico a presidio delle numerose fortificazioni), cullava il desiderio di costruire sulla piana del Moncenisio un grande monumento alla gloria del suo impero.

Quanta storia quindi, sommersa anche sotto le acque del grande bacino artificiale che bagna il “Plan des fontainettes”. La grandiosa diga, inaugurata nel 1971 dalla compagnia elettrica francese Edf, innalza di una cinquantina di metri il livello preesistente, ma allo scioglimento dei ghiacci le prime acque vengono captate dalle centrali idroelettriche di Villarodin e Venaus, e il livello della superficie si abbassa, tornando agli antichi limiti naturali e svelando un paesaggio lunare. Zolle di fango e tetti che spuntano, resti di qualche baita e del vecchio ospizio napoleonico, testimoniano gli antichi passaggi di centinaia di viaggiatori nel corso dei secoli.

Per coloro che desiderano approfondire le vicissitudini del luogo si consiglia di visitare il Museo, sito all’interno della piramide, in basso, con audioguide in francese , italiano e inglese che accompagnano nella visita. Al’interno si trovano anche le foto dello svuotamento del Lago di marzo-maggio 2016, ove è possibile constatare le vestigia del passato. Poco più in là, la costruzione della “Maison Franco-Italienne”, che propone un’esposizione di arte contemporanea e di dossier sulla storia e le peculiarità dei paesi vicini.

La piramide ospita anche una caratteristica chiesetta, dalle nude pareti in cemento, ma nel cui interno spicca un singolare affresco mariano che sembra quasi una fata del lago; la vetrata all’interno, che permette di ammirarne l’azzurra distesa, contribuisce a creare un’atmosfera mistica.
Qui davanti, ogni terza domenica di luglio, si tiene l’Alpage, ideato sul finire degli anni ’70 dai comuni di Novalesa e Lanslebourg come momento di festa ed incontro tra i due versanti.

Oggi, il valico è anzitutto terra d’alpeggi: qui vi pascolano più di 600 vacche da latte della razze Tarines e Abondances. Il loro latte viene raccolto e trasformato dalla cooperativa della Val Cenis-Vanois per produrre il celebre formaggio “Beaufort”, prodotto dall’origine controllata (AOC) e dall’incomparabile sapore, che si può acquistare anche direttamente negli alpeggi in loco. L’allevamento ovino e caprino e l’apicoltura completano le attività agricole di un mondo alpino straordinario, che ha saputo adeguarsi ai tempi, trasformando l’alpeggio di alta quota in una realtà economicamente autosufficiente ed eco-sostenibile.

 La flora e il giardino botanico

La particolare combinazione di condizioni climatiche, esposizione e substrato geologico, ha permesso la conservazione di molteplici specie vegetali, concedendo a questo valico alpino il privilegio di ospitare anche specie di grande interesse a livello europeo, che si possono osservare solo in poche località delle Alpi occidentali. E’ il caso della saponaria gialla (Saponaria lutea), o della Carex glacialis, quest’ultima diffusa solo nelle zone artiche, le cui uniche popolazioni delle Alpi sono state scoperte proprio al Moncenisio nel 2004; pertanto è ritenuta una specie criticamente minacciata dalla legislazione internazionale (IUCN).

Inoltre proprio qui, nel XVI° secolo, alcuni botanici descrissero per la prima volta alcune specie che ancora adesso recano l’epiteto specifico “cenisia“, come Campanula cenisia, Viola cenisia, (descritte dal grande botanico Linneo nel 1763), Poa cenisiaPedicularis cenisiaKoeleria cenisia e Nigritella cenisia (nuova specie descritta nel 1998, esclusiva delle praterie della zona del Colle del Moncenisio, del Piccolo San Bernardo e del Colle del Nivolet), e altre specie che hanno poi cambiato nome: Ononis cenisia (ora diventata Ononis cristata Mill), Carex cenisia (ora chiamata Carex bicolor), Arabis cenisia (ora Arabis hirsuta).
Da sottolineare che qui la raccolta delle piante è proibita. Per preservare questa straordinaria flora infatti, il sito è diventato biotopo (APPB): 6250 ettari da una parte all’altra del Lago del Moncenisio, compreso il vallone delle Savine, godono di protezione da parte dello stato francese. La sua gestione fa capo al confinante Parco della Vanoise.

Per ammirare più da vicino queste specie si può scendere appena sotto il museo della piramide, dove si snoda il meraviglioso giardino botanico, a ingresso libero, con vista mozzafiato sul lago. Attualmente qui si contano più di 700 specie vegetali, tra cui molte “cenisiane”. Tra i suoi obbiettivi quello di mostrare le relazioni tra l’uomo e le piante di montagna.

La sua storia inizia intorno al 1970, quando Robert Fritsch, famoso botanico francese che si è speso per la conservazione della flora alpina, al quale sono state dedicate numerose specie botaniche (quelle presenti anche in Italia sono Campanula fritschiiCarex fritschiiCentaurea scabiosa subsp. fritschii), con l’aiuto del comune di Lanslebourg e dell’associazione “Les Amis du Mont-Cenis”, cominciò la pianificazione del giardino. Nel 2006 questo godette di un grande intervento di restauro che lo rese fruibile al grande pubblico.