IL GHIOTTONE ERRANTE (Antonella Giroldini)

La primavera nonostante tutto è arrivata e con lei il risveglio dei sensi: la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto e il gusto sono le nostre finestre sul mondo e sulle relazioni. Aprirle ci permette di scoprire il mondo, di iniziare una fantastica avventura che ci consente di sperimentarci e di scoprire l’ambiente e noi stessi!

Scritto negli anni Trenta da un giornalista, Monelli, e un suo vecchio amico, il pittore e disegnatore Novello, narra di un singolare tour da un capo all’altro della nostra penisola, tra colori, profumi e, soprattutto, sapori dei prodotti e dei piatti della tradizione nostrana.

IL GHIOTTONE ERRANTE VIAGGIO GASTRONOMICO ATTRAVERSO L’ITALIA – ED. SLOW FOOD EDITORE

Perché l’ho scelto?  Il titolo: “Il ghiottone errante” mi ha subito evocato l’idea che si possa vivere un’avventura a zonzo per l’Italia, conoscendola attraverso i suoi cibi. Ciò che mi ha stimolato la fantasia è che il cibo regionale racconti molto del temperamento e del modo di approcciare il mondo e la realtà degli abitanti di un luogo. E non sono stata delusa!

Cosa puoi scoprire dell’Italia attraverso il gusto?

Il vero regalo di questo delizioso volume è che mette fame di vita, di buon cibo, di gioia e di godimento. Monelli, quando assapora una pietanza, un buon vino o un liquore tipico lo fa con tutti i sensi, certamente con il gusto, ma anche con la vista, l’olfatto e il tatto. Entra in connessione piena con il luogo in cui si trova.

Per continuare la lettura, alcune domande di attivazione

Lo sapevi che la motivazione e il piacere vanno di pari passo? Uno degli elementi che caratterizzano il viaggiare in Travel Coaching è l’uso del piacere come porta di accesso alla propria unicità. E quindi ti invito a tornare in quei momenti in cui il piacere ha fatto da bussola per il tuo peregrinare, proprio come per gli autori di questo libro. 

  • Qual è stato il momento in cui hai scoperpo un nuovo sapore? Dove ti trovavi? Con chi eri?
  • Successivamente quali associazioni si sono create nella tua mente quando lo hai rimangiato? 
  • Quando sei felice cosa ti piace mangiare per celebrare?
  • Quando sei triste qual è il tuo Comfort Food?
  • Quando scegli un ristorante, quali sono le caratteristiche che ti guidano nella scelta?
  • Se dovessi scrivere una guida dei tuoi cibi o luoghi preferiti, come li assoceresti? 

A queste domande segue un percoso fatto di cibi e luoghi. Descrizioni in cui potrai avere la sensazione di compiere un viaggio attraverso il piacere del gusto.

Il viaggio a dispetto di quanto comunemente ci si potesse aspettare inizia nella stagione estiva e non autunnale perché l’Italia, come dalle parole di Monelli stesso: “dai passi d’Appennino in giù è un paese subtropicale, ed ha tutta una scienza del mangiare quando fa caldo, di bevande per l’arsura, di cibi refrigeranti “.

QUANDO TI PIACEREBBE COMINCIARE IL TUO VIAGGIO ALL’INSEGNA DEL GUSTO?

Nella narrazione di Monelli sembra quasi di sentire il refrigerio dalla calura estiva nella Laguna Veneziana, dove la popolazione gusta il cibo più estivo per eccellenza: “il pesce in saòr che si mangia nelle osterie veneziane, in fondo ad una piazzetta morta di sonno o davanti alla laguna di piombo? Rallegra la bocca ed esilera lo stomaco un fresco salmastro fatto si una salsa di aceto e cipolla nobilmente commisti a uva sultanina e pignoli; e vi par di consumare quelle sfoglie, quelle sardelle in un angolo di caverna marina. Beveteci sopra vino di soave e Conegliano secco, che appanna il vetro della caraffa, ed uscirete dalla trattoria, ardendo in cielo la canicola, con l’alacre passo delle passeggiate invernali”.

Leggendo una descrizione di tal genere anche i miei sensi si sono allertati e mi è quasi sembrato di sentire in gola scendere quel fresco vino sentire la pelle d’oca come quando nella canicola estiva finalmente un pergolato all’ombra ci regala la tregua dal sol leone.  Un po’ come raccontano i nostri protagonisti di alcune osterie lungo il Ticino

Così ci siamo messi in giro. Ma ahimè, uno di noi due è astemio, e non ha il mondo più ladro stomacuzzo del suo, e soffre di mal di denti per giunta. Tutta la fatica cadrà sulle spalle dell’altro; sessanta battaglie lo proveranno, oltre alle scaramucce delle merende e della prima colazione”.

E che dire del racconto di una sera estiva lungo i Navigli, dove la descrizione dei colori di un minestrone estivo diventa occasione per un parallelo artistico, paragonando il piatto ad un quadro di Boldini“Siamo lungo il placido Naviglio, una sera di un giorno che fu afoso…. Ecco il minestrone freddo; fra il riso si sbandierano le sue tinte vivaci in gara con quelle della sera, rosso di carote, verde di verze, verde di piselli, avorio di patate, bruno di fagioli, roseo di pomodori; è compatto e succinto, rifresca le viscere, vi stivate il cibo e vi pare di bere alla fonte. Levate gli occhi a quel cielo di battaglia, lo mirate riflesso nell’acqua ferma del Naviglio, vi sentite in comunione con quei colori, li bevete con gli occhi, mangiate il paesaggio. E mentre a poco a poco la sera cancella le fiamme e tutto compone in una serenità cinerea, viene a rallegrarvi la vista ancor prima che il palato la piccata al pomodoro e funghi, rosea e grigi, delicata come un quadro di Boldini……E il momento che compare sulla tavola il gorgonzola, pallido figlio delle caverne scavate nei fianchi dei monti o delle umide cantine, col verde della putrefazione che macula la sua pasta d’avorio antico….spalmiamo questa pasta densa sul pane ; il suo gusto è dispettoso e fiero, e ridesta i precordi dal torpore che vi avevano indotto le fini carni, i gonfi risi, i pingui condimenti”.

Altre volte il racconto diventa quasi fiabesco ed entra in contatto con le leggende del territorio, come cune volte sembra quasi che il racconto diventi quasi fiabesco, come nella narrazione del centerbe di Tocco Casuria: “Dicono che lo distilla un mago scontroso, e lo dà solo a chi gli va a genio. Grande alchimista, ad ogni modo. Se mangiando peperoni e maccheroni alla chitarra ingoiammo l’Abruzzo, bevendo di questa preziosa pietra liquida ci mettiamo in comunione con la grande montagna, con tutto il massiccio di roccia nobile e di gelo splendente che sorge a custodire il cuore d’Italia. Cent’erbe, tutte dei trepidi prati delle altezze; se ne distilla una linfa veemente, mordente, di gagliardissimo aroma, che scatena in bocca la bufera, penetra in tormenta nel cuore…”.

Ed in altri casi il cibo diventa pretesto per raccontare il carattere degli abitanti o la storia della loro origine, come nel caso di Modena o di Sabaudia: “…siamo ancora sbalorditi di questa provincia di Modena dove tutto è grasso tranne lo spirito degli abitanti che è aguzzo e storico, come già annunciò il Carducci.”; “…a Sabaudia … in questa eclettica provincia abbiamo fatto adunata nello stomaco di tutte le province d’Italia, come fuori abbiamo risentito tutti i dialetti. Tagliatelle alla bolognese, pesce alla veneta, pollastrino alla romana, gelati alla siciliana, serviti da un garzone napoletano. Gustosissimo pasto, condito non da questo o quell’intingolo celebrato, ma dalla gioia, dall’esaltazione delle cose vendute; e bevendo un vino piemontese in cui non avevamo chiesto il nome ci sentivamo nelle vene la serenità del risanato crepuscolo”.

O un modo per regalarci dei pittoreschi scorci come nel racconto del pesto di Sestri Levante, del cibo tipico dei vicoli romani’ o della variopinta “napoletanità”. 

Sestri Levante è una delle spiagge più belle del mondo. Il bello di Sestri è questo: che sulla riva accanto ai bagnanti stanno i pescatori; e stanno in secco gozzi e latini e i belli e grandi leudi, velieri possenti e d’alto bordo, bravi a prendere l’alto mare con ogni vento e vanno per vino all’Elba e per fave in Sardegna, e non sono molti anni che bordeggiavano per acciughe sulle coste d’Africa… Allora vennero le trenette al pesto; e ci parve di parve di pascolare da un molle prato primaverile, umido e gonfio di germogli…”;

“… a Roma non si deve mangiare che dove va il popolo; Roma capitale della civiltà moderna ha una cucina più plebea del mondo. Da caprai, da pastori di bufale, da butteri, da navicellai. La cucina romana è saporitissima, aggressiva, policroma; ma è rusticana; e Roma imperiale, papale, diplomatica, quando vuole mangiare di gusto, va a chiedere le ricette al ghetto degli ebrei o ai vicoli della plebe. Questa cucina si manifesta nelle vastissime matrone di Trastevere dai deretani che tappano i vicoli, nell’idioma succoso, sbracato, tranquillaccio, provato sul palato prima di essere fuori, nell’animo altero, strafottente, chiassoso, del popolo. Ama aromi infatti, genuini, forti. Condisce tutto col porco, poco con l’olio, pochissimo col burro: i condimenti classici sono strutto, lardo, guanciale, ventresca… Guardate i piatti di carne, trippa, milza, pagliata (d’orribile aspetto; ma sono interiora di vitellino da latte); e la polpa di tutti gli armenti accampati intorno alle rovine degli acquedotti per la campagna, abbacchio allo spiedo, abbacchio sopra la brace, capretto. Un grande odore selvatico corre le vie solo a nominare questi piatti. E i formaggi sono di pecora molto olente o di bufale selvagge. E i dolci son materiali. Gnocchi di latte, maritozzi, pangiallo, terzetti di Rieti, a basa di noci miele e pepe, serviti su foglie di alloro”;

i napoletani sono sobri, perché sono meridionali, poveri e filosofi razionali. Ma per loro il mangiare e bere è pretesto di svago di vita, di spettacolo colorito. Tutte le strade della Napoli popolare sono solo una strepitosa osteria. D’ogni parte invitano i venditori di cibarie, e per umile che sia la merce è esaltata, stamburata, offerta con seduzioni o provocazioni. …le merci vengono fino in mezzo alle grosse forme di formaggio biondo ingombrando il transito come i carretti della verdura con l’asinello che grufola in un cestone di rifiuti. …i carretti delle verdure sono orti ambulanti … tutto è colore e gridio, il primo cibo penetra qui per gli occhi ….

Valle d’Aosta, Valtellina, Valsàssina, sono 4 o 5 giorni che non abbiamo dinanzi agli occhi che gioghi e vette e campi di ghiaccio e nell’orecchio il fragore dei torrenti ruinosi; son luoghi questi da cercarci le glorie culinarie d’Italia, con tante osterie stravaccate lungo i laghi e i fiumi della pianura , lungo i mari caldi, nel fianco di colli agevoli?…. E abbiamo scoperta con grata sorpresa che non si mangia meno bene fra i monti che al piano. …. La carbonata comparve, spezzatino di manzo in una salsa violacea. Aveva il colore delle ceneri del Vesuvio, la tristezza delle nuvole perse; pareva ci avessero versato dentro una bottiglietta d’inchiostro ordinario. Esitammo, poi ci tuffammo. E la carbonata si rivelò sapidissima cosa, intrisa in cipolla e vino cotto farina e non so quanti sapori di pascolo. Mangiammo con impegno; e ci dava il tempo u vino onesto e colorato. Poi ci rinverginò la bocca il liquore fatto con l’Artemisia glaciais, il genepì; e c’invase un tepore di sole come fossimo sdraiati sul prato sotto il nevaio, risentimmo il gusto della terra umida, delle erbe alpine, della neve primavera. Genepì, liquore dei vecchi alpinisti, quasi quasi per te rinnegammo la grappa”.

Quanto siamo disposti a sperimentare questa ricerca del “gusto”?

Prima di lanciarti nella lettura del libro ti lascio con alcune riflessioni: il cibo entra nella vita di ognuno di noi, così come in quella di chi racconta la storia, perché gli uomini passano un bel po’ del loro tempo a mangiare e bere o a non poterlo fare. Lo fanno in maniera diversa a seconda di chi sono, dove sono e con chi sono ed è curioso notare le differenze in questo senso in un libro ambientato in Italia, negli anni Trenta, nella Sicilia di oggi o in un’isola che non c’è. E tu come lo fai?

Se il piacere potessimo trovarlo anche nel nostro quotidiano?

Quali descrizioni ti hanno evocato sensazioni piacevoli, quali ti hanno acceso i sensi? Quali cibi ti hanno disgustato? Quali ti hanno fatto venire “l’acquolina in bocca”? 

Di tutte le informazioni che hai letto quali ti sono rimaste più impresse?

Prova a metterle nero su bianco sul tuo quaderno di viaggio e, osservandole, rispondi a questa domanda: tu come assapori il cibo, il mondo, la vita?

Ti è piaciuto il libro?

Ti ha fatto venire voglia di un viaggio gastronomico?

E’ il momento di scegliere un posto speciale a te vicino per vivere a pieno l’esperienza gastronomica attraverso tutti i tuoi sensi?

Chissà che tu non scopra oltre al gusto nuove modalità di contatto e magari si attivino nuove modalità di viaggio che risuonano dentro ogni viaggiatore Dis – orientato.

Pubblicato da

anto1973giroagiroldini

e come dice una mia amica ..ti rispecchia in pieno ;) Io "DONNA" Non leggo istruzioni. Schiaccio pulsanti finchè funziona. Non ho bisogno di alcool per essere imbarazzante. Mi riesce senza! Se fossi un uccello saprei già a chi cagare addosso! Non sono bisbetica, sono emozionalmente flessibile! Le parole più belle al mondo ? " vado a fare shopping" Non ho difetti! Sono "effetti speciali"! Donne devono avere l'spetto di Donne non di ossa rivestite! Non è ciccia! E' superficie eroticamente utilizzabile. Pertdonato e dimenticato? Non sono nè Gesù nè ho l'Alzheimer! Noi donne siamo angeli e se ci rompono le ali continuiamo a volare- su scopa!Perchè siamo flessibili. Quando Dio ha creato gli uomini ha promesso che uomini ideali si sarebbero trovati ad ogni angolo e poi ha fatto la terra rotonda. Sulla mia lapide deve essere inciso: Non fare quella faccia, anch'io avrei preferito essere stesa in spiaggia! E già, Noi Donne siamo uniche

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