Casablanca (Antonella Giroldini)

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In arabo Dar el – Beida, è la prima città del Marocco per popolazione e una delle grandi metropoli africane insieme africane insieme al Cairo, a Lagos, a Kinshasa, ad Alessandria: un agglomerato in costante crescita demografica e urbana con oltre 3 milioni di abitanti distribuiti su una superficie di 1615 km2, una struttura amministrativa che fa ormai riferimento alla “Grande Casablanca” e un indiscusso primato nazionale in campo economico, commerciale, finanziario. Uno sviluppo invero straordinario, visto che agli inizi del ‘900 Casablanca era solo una grossa borgata di 20.000 abitanti. La chiave di volta fu la scelta francese dal 1912, di farne il maggior porto e il cuore del cosiddetto ” Maroc Utile”, incentivandone e in parte preordinandone lo sviluppo.

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Da allora i piani regolatori hanno cercato di disciplinare la città che tumultuosamente cresceva sotto la spinta dell’addensamento di funzioni e di un’incontrollata, ininterrotta migrazione interna. Non stupisce dunque che oggi la metropoli sia leggibile per contrasti. Contrasti urbanistici tra l’architettura tradizionale delle medine e un centro amministrativo pianificato secondo criteri d’avanguardia, con edifici che mescolano Arts Decò, linee moresche e influssi coloniali francesi ; e ancora – più aspramente  – tra architetture ultramoderne e miseri agglomerati periferici in quelle bindoville che né i vasti piani di edilizia popolare, ne la creazione a sud – ovest della città satellite di Hay Moulay Rachid sono riusciti a scongiurare. Contrasti sociali, insieme, tra i negozi ” occidentali del centro e le botteghe del suq, tra la borghesia di Fes che ha spostato a Casablanca il centro dei propri affari e i vecchi abitanti della medina , o i contadini inurbati alle prese con una nuova povertà.

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IL SARCOFAGO DI GEMENEFHERBAK (Antonella Giroldini)

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Dimensini: 228x88x46 cm

Epoca Trda, XXVI dinastia

Drovetti

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Questo sarcofago di basalto, dalla forma antropoide, risalente alla XXVI dinastia, apparteneva al visir Gemenefhrbak, che nel VII secolo a. C svolgeva un ruolo paragonabile a quello di un primo ministro. Si ha l’impressione che l’oggetto sia ricavato nel metallo e non nella pietra, e in effetti questo materiale è detto metagnovacca, una roccia che presenta una lucentezza metallica. In Egitto era chiamata ” pietra bekhen” e si estraeva dalle cave nel deserto orientale, nella regione dello Uadi Hammamat, è perfino citata sulla mappa topografica presente nel Museo.

Gemenefherbak è raffigurato sul coperchio del sarcofago con una lunga parrucca, la divina barba di Osiride, ricciuta e intrecciata, e un ampio collare usekh. Porta appeso al collo, a un cordoncino, una piccola immagine raffigurante Maar, la dea della giustizia, accovacciata che richiama il ruolo di Gemenefherbak come presidente del tribunale. L’occhio dell’osservatore è subito attratto dal grande scarabeo alato scolpito sul petto della figura in forma di mummia riprodotta sul coperchio a simboleggiare la rinascita e la rigenerazione era importante che lo scarabeo fosse posto al di sopra del cuore ( sede dell’intelligenza) per assicurarne la protezione.  Al centro del coperchio, fra le due ginocchia, finalmente modellate, si notano due colonne di geroglifici che elencano le offerte funerarie. La base inferiore esterna del sarcofago presenta una iscrizione di grande bellezza, che ha suscitato l’ammirazione di migliaia di visitatori; Gemenefherbak è raffigurato due volte in una piccola scena circondata da geroglifici in raffinata esecuzione, in atto di adorare il pilastro djed sacro a Osiride; i testi identificano il defunto e mirano ad assicurargli i mezzi necessari per la sussistenza nell’Aldilà.

BIENNALE DI VENEZIA 2013 – John DeAndrea (Antonella Giroldini)

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Esponente di spicco del fotorealismo, movimento statunitense della metà degli anni Sessanta del Novecento, John DeAnrea realizza opere figurative che portano al parossismo le intenzioni illusionistiche della scultura realistica. I suoi primi lavori erano realizzati con una resina, mentre più recentemente utilizza una tecnica estremamente raffinata che consiste nel sovrapporre strati di colore su calchi di bronzo, ottenendo superfici che hanno un’ inquietante verosimiglianza con la pelle umana. Realizza le sue opere partendo dall’osservazione di modelli dal vivo. Le sue figure sono quasi sempre nude e prive di qualsiasi messinscena: per questo possono essere considerate l’esempio più estremo della tendenza iperrealista a rappresentare la forma umana senza alcun accessorio personalizzante.

Essendo soggetti immediatamente riconoscibili, quasi riconoscibili dagli esseri viventi , le sue opere sono spesso apprezzate dal pubblico esclusivamente per il loro incredibile illusionismo.

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Ariel II, l’opera qui esposta, fa parte di un trittico di figure che rappresentano una stessa persona in pose diverse.